Ho riscritto il mio romanzo perché il 2014 abitava ancora nel Novecento

Maggio 04, 2026 - 05:06
0 4
Ho riscritto il mio romanzo perché il 2014 abitava ancora nel Novecento

Questa nota non dovrebbe esistere. Lo scrive Virginia Woolf, in una prefazione del 1930. Scrive che quando gliel’hanno chiesta, quella prefazione, ha risposto che si sarebbe piuttosto fatta ammazzare che scrivere una prefazione a qualsivoglia libro: «I libri dovrebbero stare in piedi da soli, ho argomentato, e credo sia un argomento solido». Prosegue dicendo che, se hanno bisogno del puntello di una prefazione di qua e un’introduzione di là, non hanno diritto d’esistere. 

Certo, una potrebbe dire che Virginia Woolf non aveva mai ripubblicato un suo romanzo già edito undici anni prima, e quindi non sapeva che la riscrittura necessita di contestualizzazione. Ma neanche questa scusa basta: Alberto Arbasino pubblicò quattro volte “Fratelli d’Italia”, e non gli venne mai in mente di spiegare ai lettori come e perché l’aveva riscritto. 

La scusa che mi sono raccontata è che per Arbasino (e per i suoi lettori) era più facile. Tra il 1963 e il 1976 (gli anni della prima e della terza versione di “Fratelli d’Italia”) non cambia praticamente niente. Il maggior rivolgimento dei costumi, nell’Italia di quegli anni, è una legge che regolamenta il divorzio; per il resto si vive come prima. Tra il 2015 – l’anno in cui pubblicai per la prima volta Qualunque cosa significhi amore, scritto tra il 2013 e il 2014 – e il 2026 – cioè ora che tu, proprio tu, stai leggendo questa paginetta in piedi in libreria chiedendoti dove io stia andando a parare – è cambiato tutto, ma proprio tutto. 

Questo tu – sto parlando con te, proprio con te – viene dagli ultimi dieci anni, quelli in cui la comunicazione social ci ha invaso la vita, devastando il nostro lessico, la nostra soglia d’attenzione, e la nostra psiche. Che non si dica più voi (intendendo: voi miei venticinque lettori) ma tu (intendendo: tu che hai un canale esclusivo di comunicazione con me, tu che sei mio amico, tu che io sono il tuo specchio) dipende da quella devastazione. Il lettore vuole credere di non essere lettore ma amico che ha un rapporto alla pari? Il follower vuol credere di non essere follower qualunque ma paziente con diritto alla sua individualità? E io, che sia romanziera o psicologa, glielo farò credere. 

Quando Mondadori mi ha chiesto di ripubblicare questa storia, andavo dicendo da dieci anni che volevo riscriverla. Lo pensavo da quando era uscita: mi piacevano molto i personaggi, assai meno il modo in cui era costruita la vicenda. Ma lo pensavo in modo astratto: non l’avevo mica riletta di recente, non mi ero mai soffermata a ragionare di come volessi cambiare il tutto, pensavo – povera illusa – a dei piccoli aggiustamenti. 

La prima cosa che ho notato, rileggendomi, è che era cambiato il mondo: nel 2014, anno in cui era ambientata la serata che mette a soqquadro la vita di Elsa e Vanni, non c’era uno dei personaggi che neanche per sbaglio utilizzasse un social (Instagram esisteva da cinque anni, gli altri da pure più tempo); si usavano i motori di ricerca e non l’intelligenza artificiale; le app per rimorchiare erano un’esotica novità; la televisione si guardava ancora in televisione, mentre andava in onda, come nel Novecento. 

Quando ho iniziato a riscrivere, sapevano tutte (quelle che hanno lavorato con me a questo libro sono tutte donne: non è una dichiarazione di principio, è la cronaca d’un fatto) come sarebbe finita: accantonate le povere illusioni, sono incapace di rivedere una pagina senza ribaltarla; trascende il mio controllo: mi trovo meglio con le maniere forti che con il riformismo (di nuovo: non è una dichiarazione di principio, ma una constatazione empirica). 

Riscrivere tutto raccontando la stessa storia (quasi la stessa storia: potrebbe essere che l’assassino non fosse più il maggiordomo, lo scoprirete leggendo) è stata una delle cose più faticose, divertenti, impossibili, appassionanti, maniacali, allegre, disperate, mitomani, inspiegabili, vanesie, complicate, equilibriste, deliranti, matematiche, tignose, egotiche, assurde che abbia mai fatto. Non avrei potuto farla se fossi stata una di quelle ospiti televisive alle quali Fanny Montestrutto dice, presentando il loro romanzo, che i personaggi sono così vivi che disubbidiscono all’autrice: Vanni, Elsa e Fanny, senza il mio permesso, non si versano neanche il caffè. 

Ah: quella cosa di qui sopra, quella del dire tu invece che voi, non l’avevo mica mai fatta – sono abbastanza vecchia da essere più influenzata da Alessandro Manzoni che dalle psicologhe dell’Instagram. Ma sono disposta a tutto pur di dimostrare una tesi, e ormai che l’ho fatto tanto vale insistere. 

Fanny Montestrutto direbbe: se leggere questa storia ti diverte quanto ha divertito me (ri)scriverla, beh, caro te, non sai che ore appassionanti ti aspettano. Elsa Tomei direbbe: te? Mi scusi, ci conosciamo? Vanni Gualandi non direbbe niente, ma si annoterebbe che su questo passaggio dal voi al tu deve proprio scriverci un editoriale, di quelli che lui ancora s’illude la gente legga, e di cui invece intravediamo solo le prime cinque righe su Facebook. 

Ho barato, su quella Virginia Woolf del 1930. La citazione esatta a proposito dei libri che disapprova è: «Se hanno bisogno del puntello di una prefazione di qua e un’introduzione di là, non hanno più diritto d’esistere di quanto ne abbia un tavolo che per star fermo ha bisogno d’un pezzo di carta sotto a una gamba». Virginia, persino più verbosa di me, con l’immagine del tavolo intendeva: sono imperfetti. Un amico col dono della sintesi, quando questo romanzo uscì per la prima volta, disse che era «una bella storia di gente di merda». Riscrivendola, questa gentaglia, ho pensato che il collasso del loro piccolo mondo, l’impossibilità di continuare a tenere distinto ciò che sei da ciò che dici di essere, era uno specchio più rassicurante del previsto. Non sarò io a dirvi cosa facciano Elsa e Vanni dopo l’ultima pagina, non violerei mai il diritto di chi legge a immaginare cosa accada a libro finito, ma è interessante pensarli alle prese con l’allegra scoperta che, se il tavolo traballa, ci si può mangiare comunque.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da “Qualunque cosa significhi amore” di Guia Soncini, Mondadori, 240 pagine, € 19,50

L'articolo Ho riscritto il mio romanzo perché il 2014 abitava ancora nel Novecento proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User