L’Algeria come retrovia di Mosca per i voli cargo

C’è un nuovo corridoio aereo che collega la Russia all’Africa e passa a poche centinaia di chilometri dalle coste europee. Non è una rotta commerciale ordinaria né soltanto l’ennesimo tassello della cooperazione militare tra Mosca e Algeri. Secondo un’inchiesta open-source intelligence pubblicata da Defense News, negli ultimi tredici mesi almeno 167 voli cargo riconducibili a vettori russi vicini al Cremlino hanno fatto la spola tra aeroporti della Federazione e basi algerine, trasformando il Paese nordafricano in uno dei nodi più sensibili della logistica strategica russa.
Il dato, di per sé, non sorprenderebbe se si considerasse soltanto la storica relazione militare tra i due Paesi. L’Algeria resta infatti uno dei principali clienti dell’industria bellica russa: la sua aeronautica opera già flotte di Su-30 e Mig-29 e attende nuove forniture di Su-35 e Su-57. Una parte dei voli potrebbe dunque essere spiegata con il trasporto di componenti, assistenza tecnica e materiale destinato all’ammodernamento delle forze armate algerine. Ma è la geometria delle tratte, più ancora del loro numero, a far emergere una realtà più ampia.
Molti dei cargo monitorati dall’inchiesta partono da aeroporti russi direttamente collegati ai poli produttivi dell’aviazione militare, fanno scalo a Mineralnye Vody – hub logistico già noto per i trasferimenti verso Africa e Medio Oriente – e atterrano in basi aeree algerine come Oum El Bouaghi, Ain Oussera o Laghouat. Da lì, in diversi casi, ripartono verso destinazioni subsahariane, soprattutto Guinea e Niger, due dei teatri in cui Mosca ha consolidato negli ultimi anni la propria presenza politico-militare.
È questo il passaggio più rilevante: l’Algeria non appare soltanto come destinatario finale di forniture russe, ma come piattaforma intermedia di transito. In altre parole, un hub permissivo da cui estendere il raggio operativo di velivoli cargo come gli Ilyushin Il-76 e gli Antonov An-124, aggirando le limitazioni imposte dalle sanzioni occidentali, la chiusura di molti spazi aerei e la crescente difficoltà per Mosca di utilizzare canali logistici ufficiali.
La formula è già nota in ambito marittimo, dove la Russia ha costruito negli ultimi anni una flotta ombra di petroliere e cargo battenti bandiere di comodo per continuare a commerciare nonostante le restrizioni. Ora, suggerisce l’inchiesta americana, quello stesso modello starebbe prendendo forma anche nei cieli: compagnie formalmente civili, flotte charter, registri opachi e scali in Paesi amici o non ostili per muovere materiali sensibili con una maggiore deniability politica.
Non a caso tra gli operatori più attivi compaiono Aviacon Zitotrans e Gelix Airlines, due vettori già osservati dagli analisti occidentali per missioni su rotte anomale tra Russia, Africa e America Latina. Nel caso di Gelix, il management ha ammesso che l’Algeria rappresenta «un hub importante per la logistica internazionale», pur negando l’esistenza di trasporti militari. Una smentita che, più che dissipare i dubbi, conferma il ruolo crescente di Algeri come snodo infrastrutturale.
Naturalmente, l’inchiesta non offre una prova definitiva sul contenuto di ogni singolo carico né dimostra in senso forense l’esistenza di missioni segrete nel significato più suggestivo dell’espressione. Parte del traffico possa essere ricondotta a normali attività di cooperazione tecnico-militare tra due partner storici. La prudenza è d’obbligo: il salto tra dati di volo e attribuzione di intenti resta sempre il passaggio più delicato di ogni analisi basata sulle fonti aperte. Ma anche depurata dagli elementi più narrativi, la fotografia che emerge resta significativa. Per il Cremlino l’Algeria sembra offrire tre vantaggi insieme: affidabilità politica, collocazione geografica e bassa esposizione diplomatica. Da lì si raggiungono con facilità Sahel, Africa occidentale e Mediterraneo, cioè le aree in cui Mosca sta tentando di compensare con la proiezione esterna l’isolamento subito sul fronte europeo.
Per questo, il dossier non riguarda solo la relazione bilaterale tra Russia e Algeria. Riguarda il modo in cui Mosca sta ricostruendo una catena logitistica capace di tenere insieme esportazioni militari, supporto ai partner africani, reti ex Wagner e aggiramento sanzionatorio. Una catena logistica sempre meno visibile, ma sempre più vicina al fianco sud dell’Europa.
Se il Mediterraneo meridionale era già un terreno di competizione energetica e migratoria, rischia ora di diventare anche la retrovia aerea di una presenza russa che non passa più soltanto dalle basi siriane o dai mercenari nel Sahel, ma da una infrastruttura di transito stabile e difficilmente contestabile sul piano formale. Ed è forse questo, più dei singoli voli, il segnale strategico che a Bruxelles e nelle capitali NATO conviene osservare con attenzione.
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