“Il Diavolo veste Prada 2”, la fine dei giornali e l’inizio di Milanandia

Maggio 04, 2026 - 05:06
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“Il Diavolo veste Prada 2”, la fine dei giornali e l’inizio di Milanandia

“Il Diavolo veste Prada 2” non è un film sulla moda, né sulle riviste patinate di moda. E neppure su Anna Wintour più o meno infernale (nel film di vent’anni fa), più o meno redenta (in quello di oggi). È un film sul giornalismo, quello delle grandi redazioni chiassose, disordinate, vive, abitate da varia umanità, quasi tutta disponibile a vendersi la madre per una firma in prima pagina. Quello dei giornali di carta, profumati d’inchiostro e oggi puzzolenti di stantio, agonizzanti come pesci rossi in un acquario di cui nessuno si cura.

Anna che è donna di mondo e che, come tale, sa quando il gioco finisce, ha mangiato la foglia da tempo. Lei inarrivabile, perenni occhiali da sole, scarpe e vestiti disegnati apposta, potere assoluto, che mai si era filata “Il Diavolo veste Prada” e il personaggio a lei ispirato, è persino comparsa sul palco degli Oscar, a fare da spalla ad Anne Hathaway in un siparietto che serviva solo a tirare la volata al bis in arrivo.

Conscia lei per prima che non sarebbe stato un film sul fashion, su Vogue, su Wintour, ma sulla fine di un mondo. Quello dei giornali e al limite della moda il cui successo dipendeva da quei giornali. Anna come Totò incurante degli schiaffoni: «E che sono Pasquale io?». 

Quindi è passato del tempo e c’è Andy Sachs (Hathaway, più bella oggi di vent’anni fa) che è diventata una giornalista di quelle serie che scrivono cose serie, e infatti la licenziano dopo cinque minuti di film con un whatsapp, insieme a tutta la redazione, mentre sta per ricevere un premio. Scossa e incazzata fa un discorso sul giornalismo che finisce sui social e le guadagna la chiamata a Runway, dove Miranda Priestly (Meryl Streep, nonché la Wintour cinematografica) fa ancora la direttrice, ma non più il bello e cattivo tempo. La rivista di patinato ormai ha solo la carta: è in difficoltà, sopravvive «digitalizzata, scaricabile», ed Andy nei progetti dell’editore deve ridarle “spessore”. Impresa titanica. «Ho passato anni a capire cosa deve sapere la gente. Ora devo capire cosa vuole cliccare», dice a un certo punto la rediviva.

Aline Brosh McKenna, la sceneggiatrice del primo IDVP e anche di questo sequel, ha raccontato di essere stata a lungo convinta che riproporre la minestra riscaldata sarebbe stato rischioso per la sua reputazione e che, fino a tre anni fa, non era entusiasta dell’idea. Poi ha trovato la chiave narrativa: giornalismo, editoria, moda precipitavano, ricollocare i personaggi in questa situazione le è parso intrigante.  Magari è una scusa, Aline aveva solo finito i soldi e come gli Oasis ha radunato la band per tirar su quattro spiccioli, ma quel che qui interessa è la sua frase a The Wrap: «Erano diventati così darwiniani».

Come il dodo o lo smilodonte, chi non si adegua, chi resta indietro, si estingue.

La Miranda-Meryl Streep che vent’anni fa cassava un servizio da trecentomila dollari ora è costretta a negoziare spazi con gli inserzionisti, lanciava cappotto e borsetta sul tavolo della Emily di turno e adesso deve appenderli da sola. Le tocca viaggiare in economy e una sera per tornare a casa le chiamano un uber. Hanno scritto che è infiacchita, spaesata: no, è rassegnata. È il capitano di “Fin che la barca va”. Miranda Priestly non è più «Tony Soprano, ma vestita molto meglio» (copyright Guia Soncini), è la custode di un mondo che non esiste più.

Aline Brosh McKenna ha un figlio giornalista, da giovane avrebbe voluto esserlo anche lei e, per quanto sia brava a inventare storie, non si creda che abbia calcato la mano. Anzi, ha spruzzato allure. Runway è la realtà in formato due-ore-in-poltrona-e-popcorn. Ci è venuta in mente la mestizia sul volto di un nostro direttore di qualche anno fa: gli tolsero l’auto di servizio e la segretaria personale, abituato ai fasti del bel giornalismo, della bella scrittura, delle grandi inchieste e interviste, non se ne capacitò per mesi. Agli ospiti della redazione si faceva trovare un buffet, fu sostituito da capsule nespresso e salatini del bar aziendale. E quando ci portarono dal centro di Milano a culandia, si provò a raccontarla storta col fatto che a progettare l’open space in stile Mondo Convenienza era stato il tal architetto dello studio vattelapesca, con tanto di ufficio centrale circolare e le luci che cambiavano di colore. Fu soprannominata l’astronave: c’è ancora gente da quelle parti che sogna di salirci su e volare via. 

Qualcuno potrebbe pensare che il giornalismo fosse vivere nel lusso: non lo era o magari solo per alcuni, Miranda Priestly compresa. Era la capacità di incidere sulla società, di domandare, di raccontare, di far dimettere un presidente degli Stati Uniti infedele o far cadere un governo incapace.

A un certo punto del primo “Il Diavolo veste Prada”, Miranda salva la cadrega e spiega ad Andy che è stato grazie alla «lista»: quella «degli stilisti, fotografi, direttori, scrittori, modelle che sono stati tutti trovati da me, nutriti da me» e senza i quali Runway sarebbe stata un’altra cosa. Oggi un direttore per convincere il suo editore presenterebbe l’elenco dei prepensionati, dei rottamati, degli straordinari non pagati. Molti tagli molto onore.  

Anche nel nuovo IDVP, Miranda salva il giornale (e il posto), stavolta dalle mire di un miliardario del tech e grazie all’ex moglie filantropa, con un riferimento abbastanza evidente a Jeff Bezos. Solo che qui il signor Amazon ha i capelli.

Il sequel è il frutto di un notevole sforzo produttivo e di marketing, costato 150 milioni ne incasserà molti di più. Disney deve essere stata generosa con Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci e soprattutto Emily Blunt (oggi è una star, nel 2006 aveva fatto due film) per convincerli tutti insieme a tornare a interpretare i ruoli di vent’anni prima, ma sebbene il nuovo IDVP riproduca i meccanismi narrativi del vecchio e aggiunga alcuni dialoghi di alto livello, non riesce a restituirne l’atmosfera. Resta una copia, manca l’edonismo e cala di ritmo proprio quando sale in cattedra Milano. 

“Il Diavolo veste Prada 2” è un film sul giornalismo ma anche su Milano. Il Duomo, l’Accademia di Brera, il Cenacolo, le ville, gli alberghi e la scena più bella del film – con Miranda che di notte passeggia solitaria in Galleria. Lo sfavillio di una città lontana dal suo antico genoma e dai suoi (taciuti) nuovi problemi. La Milano dell’overtourism e dei capitali in fuga. Città-Disney. Tanto instagrammabile, così poco «darwiniana».

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