Il caso Garlasco, quando la realtà ricorda la commedia dell’assurdo

Ah, se ci fossero ancora un Risi, un Monicelli, un Sonego e Age-Scarpelli, quale magnifico soggetto saprebbero trarre dall’abisso di Garlasco. Se ci fosse ancora un Alberto Sordi da scaraventare nuovamente a Vigevano nel ruolo, stavolta non del maestro cornuto ma dell’avvocato improbabile o del magistrato un po’ cialtrone.
La commedia all’italiana è un genere comunque immortale, perché è la realtà del Paese che ancora offre personaggi di pura fantasia eppure, a loro modo, reali.
L’azzimato legale dall’eloquio che trasuda questioni preliminari all’acqua di Parma; quell’altro cerimonioso e affettato, prodigo di elogi per tutti, colleghi e magistrati, lo sguardo attraversato da lampi improvvisi di maligna soddisfazione verso di loro che lo hanno sottovalutato per una vita e ora si rodono dall’invidia («guardate, colleghi, lo avreste mai detto»).
La pasionaria che ha consumato una vita per i codici e forse per un amore non corrisposto.
Il magistrato bravo ma rimasto sempre un passo indietro, a cui l’ennesimo collega passatogli davanti nega la soddisfazione dell’elogio meritato per un’inchiesta clamorosa: «ora vediamo, eh, appena ho tempo me la leggo, che in quest’ufficio (lo sai bene tu che lo volevi, eh) ho un sacco di cose da fare».
Personaggi di fantasia, beninteso, somiglianze puramente casuali, solo che il soggetto sarebbe magnifico per un nuovo capitolo della comedie humaine del Bel Paese.
E come in ogni commedia che si rispetti non manca neanche il tocco di pecoreccio, sotto forma di rantoli eccitati in colloqui notturni dispersi forse in qualche smartphone di un’intraprendente giornalista.
L’ultimo capitolo racconta di un’improvvisa convocazione del nuovo capro espiatorio (René Girard va di gran moda): Andrea Sempio.
Un’iniziativa che a molti sembra incomprensibile ma che di sicuro darà la possibilità alla difesa dello sventurato Stasi, finalmente, di fare richiesta di revisione con qualcosa in mano che non siano chiacchiere da bar televisivo. Non sarà la revisione richiesta in pompa magna dal procuratore generale di Milano, su cui si contava, ma meglio di niente.
Qui però la realtà, sotto forma di codici, offre altri spunti da commedia dell’assurdo.
Cosa succederà ora è tutt’altro che scontato: probabilmente, e giustamente, Stasi tornerà libero perché la Corte di appello di Brescia, competente per la revisione, sospenderà l’esecuzione della pena, dato che una decisione non potrà assumerla in tempi brevi.
Da qui in poi però tutto diventa nebuloso, compresa la sorte di Sempio dopo che la procura di Pavia chiederà al Gup di rinviarlo a giudizio per l’omicidio di Chiara Poggi.
Infatti è assai probabile che i difensori formuleranno una questione di improcedibilità del processo, in quanto l’accusa mossa a Sempio è incoerente con la ricostruzione dello stesso evento delittuoso operata dalla sentenza di definitiva condanna di Stasi.
L’articolo 630 del codice di procedura stabilisce, tra le cause di revisione, proprio il contrasto tra due diversi giudicati.
Come può Sempio essere utilmente condannato se, per lo stesso fatto, è stato accertato un diverso e opposto racconto?
Tecnicamente è una preclusione, una sorta di ostruzione processuale che può essere rimossa solo da una sentenza definitiva della Corte di appello di Brescia che accolga la richiesta di revisione e revochi la condanna di Stasi.
Si avrebbe così un paradosso: il nuovo processo sull’affaire Garlasco si celebrerà non a Pavia ma a Brescia.
Esso però avrà dei limiti ben precisi: non dovrà decidere su Sempio ma accertare che vi siano prove nuove che possono ingenerare quantomeno un ragionevole dubbio sulla responsabilità di Stasi. Messa così si capisce che tale giudizio avrà ovvie ricadute su quello di Pavia, ma sarà un processo a cui Sempio non potrà partecipare.
Questo incredibile guazzabuglio ha responsabili ben precisi: i giudici del collegio della Cassazione che hanno annullato ben due sentenze consecutive di assoluzione per imporre la condanna di Stasi.
Il risultato, tutt’altro che improbabile, di un simile devastante errore è che l’omicidio della povera Chiara finisca senza un colpevole.
Il motivo di un tale disastro lo spiega bene in un post su Facebook un bravo pm, Gennaro Varone: l’idea che «lo scopo del processo e, dunque, compito del giudice è accertare la Verità. Avere questa idea della funzione del processo penale, peraltro pienamente affermata in pronunce della Corte di cassazione, è l’anticamera dell’errore giudiziario».
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