I concept album negli anni Novanta: Ayreon, Dream Theater, The Residents…

28 Giugno 2026 - 10:35
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Dopo aver esplorato la variegata produzione di concept album negli anni Settanta e negli anni Ottanta, è arrivato il momento di proseguire in questa particolare prospettiva storica, con i concept album negli anni Novanta.

Come già abbiamo fatto negli articoli precedenti, ci baseremo su una definizione del concept album che parte dalla musica. Ci sono tantissimi album che raccontano storie nei testi, o che si sviluppano intorno a un tema, nei titoli come nelle parole musicate. In questi casi, però, io propongo di parlare di “album a tema”. A noi, d’altra parte, interessa la musica, più che la letteratura musicale. Quindi tutti gli album che troverete citati in questo articolo sono accomunati da una caratteristica fondamentale: la musica è un elemento centrale nella narrazione della storia o nell’approfondimento di un tema specifico.

Di solito si tratta di album in cui i brani si susseguono senza soluzione di continuità, finendo uno nell’inizio dell’altro, senza pause. A volte vengono addirittura creati espedienti per realizzare questo continuum musicale, come ad esempio l’inserimento di campionamenti o di voci recitate che fanno da ponte da un pezzo al successivo. Anche quando i brani non sono così chiaramente collegati, sono comunque uniti, con le pause ridotte al minimo, in genere con una sorta di sospensione alla fine della canzone che viene risolta nell’inizio della successiva. Un altro espediente molto utilizzato per creare questa sensazione di unità fra i brani che compongono un album è quello dei temi ricorrenti: parti musicali ben riconoscibili, spesso, ma non esclusivamente, melodiche che ritornano più volte all’interno dell’album, in diversi brani o in intermezzi fra un brano e l’altro.

Quest’ultimo espediente era utilizzato nelle opere di Wagner, con melodie e atmosfere legate a personaggi, luoghi, situazioni, come oggi si fa spesso nelle colonne sonore dei film. Ai tempi di Wagner questi temi ricorrenti venivano chiamati Leitmotif, termine che è giunto fino ai giorni nostri.

Nei decenni precedenti, abbiamo visto come l’idea che i concept album siano legati all’ambito progressive venga in sostanza smentita dai fatti, almeno se ci riferiamo ai concept album secondo la nostra definizione che mette la musica al centro dell’attenzione. Negli anni Novanta, finalmente, il progressive occupa un ruolo più importante nella storia del concept album. Ma, come vedremo a breve, ci sono numerosi e importanti esempi anche legati al metal, al rock, al pop e alla musica sperimentale.

Naturalmente, molti grandi nomi che hanno fatto la storia dei concept album negli anni Settanta e Ottanta, specializzandosi nella narrazione in musica di storie a volte anche complesse, hanno continuato anche negli anni Novanta a produrre concept album di tutto rispetto. Ma ci sono anche nomi nuovi, spesso legati a nuove atmosfere musicali figlie proprio degli anni Novanta.

Menzioni speciali

Richard Wright è stato per molti anni il tastierista dei Pink Floyd, prima di iniziare a produrre album anche da solista. Il suo ultimo album, Broken China, è uscito nel 1996. Si tratta di un concept album in quattro parti, con partecipazioni importanti: da Sinead O’ Connor a Pino Palladino e Manu Katché.

Nell’ambito del progressive, nel 1999 esce Jabberwocky, un concept album realizzato dai tastieristi Oliver Wakeman, figlio di Rick Wakeman, e Clive Nolan. Ispirato alla poesia nonsense di Lewis Carroll sull’uccisione di una creatura chiamata Jabberwock, l’album è organizzato come una cantata con quattro personaggi principali più un narratore, impersonato da Rick Wakeman, che legge estratti della poesia originale e un coro che canta frammenti della Divina Commedia.

Del 1990 è invece The City di Vangelis, un album di musica elettronica new age. Negli anni Novanta Vangelis ha prodotto anche altri album che si possono considerare concept, come ad esempio Oceanic del 1996, ma The City, con il suo racconto della città, delle sue atmosfere frenetiche, dei suoi tempi rilassati, delle sue strade secondarie, rappresenta un ottimo esempio di concept album in cui non è la storia del testo o il tema del titolo a sviluppare una narrazione, ma la musica come sola protagonista.

Il fascino del concept album ha sempre avuto un forte ascendente sull’ambito metal. E anche negli anni Novanta non mancano gli esempi di band di rock duro che costruiscono i propri album come un’unità, un organismo musicale. Spicca fra tutti My Arms, Your Hearse, terzo album degli svedesi Opeth. Si tratta di un concept album che narra in chiave progressive metal del fantasma di un uomo deceduto da poco, il quale, non accettando il suo destino, cerca inutilmente di riconnettersi con le persone che ama.

Gli anni Novanta sono anche gli anni di una grande esplosione di psichedelia. I Porcupine Tree esordiscono nel 1992 con On the Sunday of Life. Sebbene la definizione di concept album qui sia opinabile, fra tutti gli album prodotti dalla band nel decennio questo è quello che più si avvicina alla nostra definizione. Non sembra esserci una vera storia che collega i brani, né forse un tema. Eppure le canzoni si susseguono, a volte collegate fra loro, in una successione che appare musicalmente logica, in un racconto che è fatto più di suggestioni che di personaggi e situazioni.

Un altro caso particolare è quello dei Local H e del loro As Good As Dead del 1996. La band fa parte della nuova schiera di gruppi grunge che caratterizzeranno quel decennio musicale. E certo nell’ambito del grunge non è facile pensare a un concept album, non nel senso in cui lo abbiamo definito noi. Eppure questo album ci si avvicina molto, costruito come è con brani attaccati e a volte anche collegati fra loro.

Diverse sono le produzioni di artisti che già nei decenni precedenti avevano esplorato la forma del concept album. I Marillion, ad esempio, in particolare con Brave del 1994. Nello stesso anno esce, postumo, anche l’ultimo album di Frank Zappa, Civilization Phaze III. E anche The Garden di Michael Nesmith è del 1994. The Garden è un album complementare a The Prison del 1974, anche in questo caso accompagnato da un romanzo scritto dallo stesso Nesmith. Mike Oldfiled pubblica nel 1999 Millennium Bell, album in cui i brani sono attaccati, in una sequenza che suggerisce uno sviluppo musicale da una canzone alla successiva.

Ci sono poi alcuni artisti che è difficile rinchiudere in un genere musicale, ma che si sono affidati al formato del concept album per costruire la propria idea di organicità: fra tutti, Op Zop Too Wah, pubblicato da Adrian Belew nel 1996, e The Universe of Geoffrey Brown, realizzato da Captain Sensible nel 1993. Chill Out del 1990 è invece un album che risponde a molti dei criteri che abbiamo proposto per la definizione di un concept album, ad opera della band elettronica ambient inglese KLF. Il gruppo avant-pop anglo-irlandese High Llamas ha pubblicato invece nel 1996 Hawaii.

Tornando al metal, vale la pena segnalare Entropia, concept album del 1997 dei Pain of Salvation, oltre a ben tre produzioni dei Grave Digger: Tunes of War del 1996, Knights of the Cross del 1998 e Excalibur del 1999.

Più vicini al linguaggio del prog sono invece i Royal Hunt, band danese che nel 1997 dà alle stampe Paradox. Del 1993 è l’esordio discografico dei Glass Hammer, band progressive statunitense.

Altro esordio, dal titolo piuttosto esplicito, è Leitmotif dei Dredg, band di rock alternativo. E se il binomio concept album e rock alternativo non è sufficientemente ardito, che ne pensate di un album punk con le tracce tutte collegate fra loro dalla registrazione di una voce che ripete ossessivamente sempre la stessa cosa? Si tratta di Pope Adrian 37th Psychristiatric dei Rudimentary Peni.

A margine, per la loro peculiarità, vi segnalo anche Electro-Shock Blues, album degli Eels uscito nel 1998, con un tema che ritorna più volte, e Heavens Cafe, rock opera del 1996 di John Miner.

Queste indicazioni, insieme alla selezione che segue, non costituiscono un elenco esaustivo dei concept album degli anni Novanta. Ma ci danno un’idea di quanto sia variegato il mondo musicale che si è cimentato con la forma del concept album. Negli anni Novanta, ormai, la forma ha preso addirittura il sopravvento sul contenuto a volte, con album costruiti musicalmente come concept album anche se non c’è una storia o un tema esplicito a legare i brani.

Roger Waters, Amused to Death

Fin dai suoi anni con i Pink Floyd e poi per tutta la sua carriera solista, Roger Waters si è dedicato molto alla forma del concept album, divenendo un caposaldo nella particolare prospettiva storica incentrata su questa forma di produzione discografica. Amused to Death, uscito nel 1992, è il terzo album di Waters da solista. Nell’album compaiono anche diverse partecipazioni di lusso, con Jeff Beck alla chitarra solista su diverse tracce, ma anche Steve Lukather, John Patitucci e Jeff Porcaro. What God Wants, Pt 1 è la seconda traccia dell’album.

Ars Nova, The Book of the Dead

Gli Ars Nova sono una band progressive giapponese attiva dal 1983, con un sound incentrato sulle tastiere di Keiko Kumagai, autrice di quasi tutti i brani del gruppo. The Book of the Dead, pubblicato nel 1998, alterna brevi brani introduttivi a lunghe e complesse cavalcate progressive, che si succedono senza soluzione di continuità. Qua e là si sentono riferimenti più o meno espliciti ai Goblin, al Balletto di Bronzo, a Emerson Lake & Palmer. Ankh è il primo brano dopo la breve introduzione intitolata Prologue: Re.

Camel, Harbour of Tears

I Camel sono un’altra band che ha approfondito a fondo e a lungo le possibilità e le insidie dei concept album, in ambito progressive. Nel 1991 hanno pubblicato Dust & Dreams, ispirato al romanzo di Steinbeck Furore. Ma nel 1996 escono con un altro concept album, Harbour of Tears, che osa dove nessuno aveva osato prima. Il porto delle lacrime del titolo è il soprannome che si è guadagnato un porto nella regione meridionale di Cork in Irlanda, perché è da lì che centinaia di irlandesi sono partiti per le Americhe, separandosi dalle proprie famiglie per un destino ignoto. Ed è proprio quel porto l’ultima immagine che hanno visto della loro terra natia. L’intero album si colora quindi di atmosfere irlandesi, come in Send Home the Slates, in cui queste atmosfere tradizionali irlandesi si trasformano magicamente in un brano prog. Nel video, un’esecuzione dal vivo nel 1997.

Eloy, Ocean 2: The Answer

Il progressive dei tedeschi Eloy sfocia spesso in territori vicini alla psichedelia, ed è così fin dai primi anni Settanta. La band da allora si è sciolta e riformata più volte, arrivando fino ai giorni nostri. Nel 1998 gli Eloy pubblicano Ocean 2: The Answer, seguito ideale del precedente Ocean, uscito nel lontano 1977. Qui non c’è una vera e propria storia, quanto una serie di riflessioni più o meno filosofiche sul mondo, la civilizzazione e la sapienza degli antichi. Ro Setau è la seconda traccia dell’album, nel video eseguita dal vivo nel 2012.

IQ, Subterranea

Subterranea è il sesto album della band progressive britannica IQ, uscito nel 1997. Si tratta di un doppio album che racconta la storia distopica di un soggetto di un esperimento, che viene tenuto per gran parte della vita prigioniero, quasi senza stimoli sensoriali. Quando finalmente entra in contatto con il mondo esterno, comincia la sua avventura, fra amore, assassini e vendetta. Sleepless Incident è la quarta traccia, nel video eseguita dal vivo.

Ayreon, Into the Electric Castle

Gli anni Novanta segnano anche l’arrivo di un altro grande esploratore del formato concept album: Arjen Lucassen e il suo progetto Ayreon. L’esordio discografico degli Ayreon è del 1995 con The Final Experiment, e da allora ogni singolo album è un concept album in tutto e per tutto. Ma è a partire dal terzo album, Into the Electric Castle del 1998, che Lucassen comincia la tradizione di invitare grandi nomi e soprattutto cantanti a partecipare ai suoi album. Qui troviamo ad esempio Fish e Anneke van Giersbergen, oltre a Clive Nolan alle tastiere e Thijs van Leer al flauto. In Tunnel of Light, che vi propongo da un live del 2019, compaiono sia Fish che Anneke van Giersbergen.

Dream Theater, Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory

Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory, uscito nel 1999, è il seguito del brano Metropolis Pt. 1 – The Miracle and the Sleeper, inserito dai Dream Theater nell’album Images and Words del 1992. Si tratta di un concept album incentrato sui sogni, sulla terapia tramite ipnosi e sulle reincarnazioni e i cicli karmici. L’intero album è strutturato in nove scene. L’undicesima, The Spirit Carries On, è una ballata, quasi un inno per le folle che assistono ai concerti dei Dream Theater. Nel video è eseguita dal vivo nel 2024.

Pete Townshend, Psychoderelict

Psychoderelict è il settimo album in studio di Pete Townshend, uscito nel 1993, e ancora una volta si tratta di un concept album. I brani sviluppano la storia di una rock star degli anni Sessanta i cui abusi di alcol preoccupano il suo produttore, che teme soprattutto di perdere incassi. Con la complicità di una critica musicale, mette in piedi una discutibile messa in scena per riportare il suo artista a scrivere musica. I brani sono intermezzati frequentemente da dialoghi e dal carteggio dell’artista con la giornalista che si finge una quindicenne che vorrebbe diventare una star. Nell’album ci sono diversi strumentali basati sulle sperimentazioni che portarono alla registrazione di Baba O’ Riley nel 1978. I Want That Thing è la sesta traccia, nel video dal vivo nel 1993.

The Residents, Wormwood: Curious Stories from the Bible

Uscito nel 1998, Wormwood: Curious Stories from the Bible è un tipico album nello stile folle e sperimentale dei Residents. Qui ci sono temi che ritornano all’interno dell’album a fare da collante musicale alle diverse storie raccontate dai brani. Mr. Misery è la sesta traccia, ispirata ai Lamenti di Geremia, uno dei personaggi più infelici della Bibbia, che passa due interi libri ad essere depresso. Nel video, una esecuzione live del 1999, che da sempre è la dimensione migliore per apprezzare quelle che sono vere e proprie performance da parte dei Residents.

Fred & Ferd, Dropera

Per concludere, vi propongo un altro album di musica decisamente sperimentale: Dropera del 1991, registrato da Fred Frith, chitarrista degli Henry Cow, e Ferdinand Richard, co-fondatore degli Etron Fou Leloublan, importante formazione del Rock in Opposition, che qui suona il basso a sei corde. L’album racconta in otto quadri la storia assurda di due persone a un ristorante, coinvolte in un rapimento degli alieni, un incidente aereo, la morte e il risveglio. Il primo quadro, che apre l’album, è la traccia strumentale Petite Entrée: Au Restaurant, On se Regarde!

 

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