I funerali dell'Ayatollah Ali Khamenei e gli equilibri del mondo

L’Ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della Repubblica Islamica Iraniana, è stato ucciso il 28 febbraio scorso durante gli attacchi israelitici-americani effettuati verso la sua residenza, posta nel centro di Teheran. A oltre quattro mesi dall’uccisione, le cronache dei media iraniani riportano che il corpo dell’ottantaseienne leader è stato esposto per tre giorni al “Grand Mosalla” di Teheran, il più grande complesso di preghiera del Paese, sede abituale delle principali cerimonie di Stato. Le immagini diffuse dalle televisioni pubbliche iraniane hanno mostrato partecipanti vestiti di nero, membri delle famiglie che hanno perso i propri cari nel primo conflitto (quello di 12 giorni del 2025) uniti a quelli che, nella guerra ancora in corso, hanno visto i propri parenti uccisi.
Le immagini diffuse dalle televisioni pubbliche hanno, inoltre, fatto vedere la bara di Khamenei avvolta in una bandiera rossa con una scritta in calligrafia bianca che recita “Ya Hussein”, un’espressione sciita che ricorda il martirio, nel VII secolo, del nipote del profeta Maometto.
Quella stessa bandiera sventolava sulla cupola dorata del santuario dell’Imam Hussein a Karbala, in Iraq, e tradizionalmente simboleggia il sangue versato di una persona uccisa ingiustamente e un appello permanente alla vendetta. Ricordiamo, che tra i morti, vi furono diversi parenti di Khamenei: la figlia maggiore, il genero e una nipotina di 14 mesi, oltre alla moglie del nuovo ayatollah iraniano, Mojtaba Khamenei.
Proviamo a capire la valenza politica di questa imponente cerimonia funebre, che durerà sei giorni e che coinvolge emotivamente la maggior parte della popolazione iraniana. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che parteciperanno almeno otto capi di Governo o di Stato oltre ai presidenti dei Parlamenti di 12 Paesi. Complessivamente è stato calcolato che saranno almeno cento le delegazioni dei Paesi che parteciperanno all’evento funebre, il più imponente che l’Iran abbia mai celebrato. Le prime delegazioni arrivate a Teheran sono state quelle di Iraq, Afghanistan e Pakistan, dove la componente sciita del mondo islamico è rilevante.
Per la Russia, il presidente Vladimir Putin invierà l’ex presidente e vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev, mentre la Cina invierà il vicepresidente del Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, He Way, entrambe figure di primissimo piano.
Le autorità iraniane hanno comunicato che sono attese delegazioni anche da Oman, Qatar, Bielorussia, Kirghizistan, Uzbekistan, Egitto, Ghana, Nicaragua, Repubblica Democratica del Congo, Serbia e Cuba oltre a quelle di Tunisia, Libano, Namibia, Sri Lanka, Myanmar, Gambia e Thailandia.
Una riflessione merita l’annuncio fatto dal ministro degli Esteri, Esmail Baghaei, che ha precisato: “Nessun Paese europeo è stato formalmente invitato e i Paesi che sono presenti si trovano dalla parte giusta della storia”, mentre nello stesso tempo ha accusato i Governi europei di avere assunto una posizione di sostegno “vergognosa” nei confronti delle azioni militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, aggiungendo, inoltre, che i Paesi che Teheran ritiene abbiano assunto “una posizione inappropriata” sugli attacchi compiuti a dallo della Repubblica Islamica dell’Iran non sono stati invitati.
Tuttavia, la delegazione turca è stata invitata ed è presente a Teheran per i funerali della Guida suprema, guidata dal vicepresidente Cevdet Yılmaz, che rappresenta direttamente il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan. Un segnale assai importante, che dimostra come l’appartenenza al mondo dell’Islam superi ogni altra appartenenza: infatti, la Turchia è anche membro dell’Alleanza Atlantica.
La divisione del mondo tra chi partecipa e chi, invece, è stato escluso dai funerali della guida spirituale di Ali Khamenei rischia di inasprire ulteriormente le tensioni già presenti sullo scenario del Golfo Persico e del Medio Oriente più in generale e le cui conseguenze – soprattutto economiche – sono palesemente percettibili a larga parte degli abitanti del pianeta. Ad Ankara domani inizieranno i lavori del summit della Nato a Teheran sono ancora in corso le celebrazioni per la morte dell’Ayatollah: due fatti apparentemente molto distanti ma che riassumono la fragilità di un equilibrio mondiale basato sul potere delle armi, equilibrio che si sta dimostrando assai fallace.
Se consideriamo che un missile del sistema di difesa aerea (tipo Patriot) dal costo di oltre un milione di dollari possa essere impiegato per abbattere un drone che costa appena cinquantamila dollari, viene fuori il quadro preciso che ha impedito (e impedisce) la vittoria militare delle due più potenti nazioni – Usa e Russia, oggi in guerra su teatri differenti –, entrambe conclamate potenze militari atomiche, finite per restare intrappolate nelle ragnatele dei nuovi dispositivi militari che neutralizzano con estrema facilità i complessi e costosissimi sistemi missilistici antiaerei di ultima generazione.
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