I giovani hanno cominciato a protestare contro l’intelligenza artificiale

Maggio 20, 2026 - 05:43
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I giovani hanno cominciato a protestare contro l’intelligenza artificiale

«Qualunque strada tu scelga, l’intelligenza artificiale diventerà parte integrante del modo in cui si lavora». Quando venerdì scorso l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt ha menzionato l’intelligenza artificiale durante un discorso di laurea all’Università dell’Arizona, la platea ha risposto con un boato di fischi. Stesso trattamento per la dirigente del settore immobiliare Gloria Caulfield, che rivolgendosi ai neolaureati della facoltà di Arti e Scienze Umanistiche dell’Università della Florida Centrale ha definito l’avvento dell’intelligenza artificiale come «la prossima rivoluzione industriale».

Nello stesso ateneo, l’introduzione del programma del nuovo corso Art of A.I., che prevede l’insegnamento dell’utilizzo di strumenti creativi basati sull’IA per produrre opere d’arte, ha scatenato reazioni negative da parte di studenti e studentesse. Theo Baker, studente e giornalista che lavora per il Stanford Daily – il giornale studentesco indipendente dell’Università di Stanford, in California – ricorda vividamente il giorno in cui è stata lanciata la prima intelligenza artificiale. «La maggior parte dei miei amici ricordano dove si trovavano e cosa stavano facendo quando uscì ChatGPT, il 30 novembre 2022», ma anche di come si siano sentiti in colpa dopo averla utilizzata per la prima volta. Scrive che ora «è diventata una cosa normale», ma per molti si è anche rivelata una minaccia.

Source: Gallup

Se le nuove generazioni sono tendenzialmente le più entusiaste delle nuove tecnologie, lo stesso non si può dire per la generazione dell’intelligenza artificiale. Sebbene negli Stati Uniti più della metà dei giovani della gen Z dichiari di utilizzarla almeno una volta a settimana, le reazioni negative legate al suo utilizzo si sono intensificate nell’ultimo anno. Lo rileva un sondaggio pubblicato ad aprile da Gallup, società statunitense specializzata in ricerche di mercato e consulenza aziendale. Da un lato calano l’entusiasmo e la fiducia in questi strumenti, mentre cresce la rabbia. I più preoccupati sono i nati tra il 1997 e il 2012, che nutrono forti dubbi sull’utilità dell’IA come strumento creativo e capace di stimolare il pensiero critico. Rispetto al 2025, la quota di giovani entusiasti è scesa di 14 punti, al 22 per cento; la speranza è calata di nove punti, al 18 per cento, mentre la rabbia è salita di nove punti.

Le emozioni negative nei confronti dell’IA, si legge nel report, sono più comuni tra i giovani che non la usano; mentre gli utenti abituali risultano essere più curiosi che spaventati. Cresce però lo scetticismo sull’apprendimento: molti giovani ritengono che, nel lungo periodo, la tecnologia possa danneggiare la capacità di elaborare idee in autonomia e di processare le informazioni.

 

Source: Gallup

Il timore dei giovani non riguarda solo il rischio di essere sostituiti, ma anche la possibilità di perdere una fase decisiva della loro formazione professionale: quella dei primi output imperfetti, mediocri, persino sbagliati e da rifare. Risultati poco efficienti, ma fondamentali per il percorso di apprendimento e la crescita professionale. «Parlare di IA in questi termini è complicato, soprattutto in un college come questo, perché va un po’ contro la parte umanistica», ha spiegato al new York Times Ethan Lubin, riferendosi al discorso di Caulfield dell’8 maggio. Ethan è uno studente di 22 anni, sta cercando lavoro come video editor, e come molti suoi coetanei entra nel mercato del lavoro in una fase in cui i software generativi producono già testi, immagini e montaggio di buona qualità a costi ridotti, rendendo obsoleti i ruoli di livello base nei settori creativi.

«Siamo la prima classe universitaria dell’era IA – scrive Theo Baker nell’articolo What AI did to my college class –: ChatGPT è arrivato nel campus circa due mesi dopo di noi. L’IA ha cambiato per sempre il nostro modo di pensare e di comportarci». È diventato sistematico copiare, scrive Baker; alcuni docenti hanno auspicato il ritorno agli esami sorvegliati in presenza, e in alcuni corsi di programmazione è già stato introdotto l’obbligo di firmare una dichiarazione obbligatoria prima di consegnare un compito: «Non ho utilizzato ChatGPT».

Il problema dell’IA è anche economico. L’istruzione resta un canale di accesso al reddito, ma se i modelli producono contenuti competitivi, i ruoli di ingresso si riducono. Investire anni nello studio appare così una scelta meno razionale quando l’automazione erode il valore delle competenze di base. Molti studenti vedono coetanei lasciare l’università per lavorare proprio su quelle tecnologie che riducono le opportunità dei loro pari. Studiare a lungo perde attrattiva mentre, intorno, qualcuno guadagna grazie all’IA.

Il malcontento nei confronti dell’IA generativa supera così i confini dei campus. Il 28 febbraio di quest’anno, alcune centinaia di persone hanno marciato a King’s Cross, a Londra, davanti agli uffici di OpenAI, Meta e Google DeepMind. A promuovere l’iniziativa sono stati Pause AI e Pull the Plug, due movimenti nati per problematizzare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. «L’AI non sta arrivando solo per il tuo lavoro», recita il payoff sul sito di Pause AI, che spiega come la completa automazione dei posti di lavoro sia solamente la punta dell’iceberg. La proposta del collettivo è quella di sospendere temporaneamente lo sviluppo dei più potenti sistemi di AI generativa, fino a che non si arrivi a un modo sicuro per svilupparle, e mantenerle sotto un controllo democratico. «L’intelligenza artificiale potrebbe cambiare le nostre vite, ma spetta a persone come noi decidere come, non solo a miliardari e politici», si legge invece sul sito di Pull the Plug. Gli stessi promotori dell’iniziativa riconoscono però i limiti della protesta. «La pressione sulle aziende difficilmente funzionerà», dice al giornalista Will Douglas Heaven Maxime Fournes, oggi alla guida di Pause AI. L’obiettivo è rallentare la corsa, chiedere tutele per i whistleblower, incidere sull’opinione pubblica dimostrando che «lavorare con l’IA è terribile e rischia di prosciugare il flusso dei talenti». 

La protesta irrompe anche all’interno delle aziende. Un report congiunto di Writer e Workplace Intelligence, basato su un sondaggio a 2.400 professionisti senior (di cui 1.200 dirigenti) tra Stati Uniti, Regno Unito ed Europa, mostra che 29 per cento dei dipendenti ammette di sabotare l’adozione dell’IA nella propria azienda. Tra i lavoratori della generazione Z la quota sale al 44 per cento. Il sabotaggio assume forme diverse, utilizzando software non autorizzati o rifiutandosi di utilizzare le piattaforme aziendali. Alcuni dichiarano persino di alterare le proprie performance per far apparire l’IA meno efficace. La motivazione principale è legata a quella che alcuni cominciano a chiamare FOBO, Fear Of Becoming Obsolete, il timore che le proprie competenze, la propria esperienza e la stessa identità professionale perdano rilevanza, rendendo il lavoratore superfluo. Un’indagine di KPMG ha rilevato che il 52 per cento dei lavoratori teme che l’IA possa sostituirli. Paradossalmente, però, chi rifiuta di adottarla risulta più esposto ai tagli: l’IA raramente sostituisce del tutto un professionista senior, ma una persona che la utilizza può sostituire chi si rifiuta di farlo. 

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