La Cina non ha alcuna fretta di salvare l’economia energetica russa

Maggio 21, 2026 - 05:08
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La Cina non ha alcuna fretta di salvare l’economia energetica russa

Vladimir Putin non ha ancora ottenuto l’accordo energetico che gli permetterebbe di presentare la crescente dipendenza dalla Cina come un vantaggio per la Russia. Nel vertice di ieri a Pechino, Putin ha firmato con Xi Jinping più di quaranta documenti di cooperazione su temi vastissimi: industria, commercio, energia nucleare, cinema e agenzie di stampa. Ma non ha siglato quello che contava di più: il contratto per costruire finalmente il Power of Siberia 2, il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti della Siberia occidentale alla Cina, attraversando la Mongolia. I cinquanta miliardi di metri cubi del Power of Siberia 2 sarebbero di poco inferiori ai cinquantacinque miliardi garantiti in passato da Nord Stream 1, il gasdotto che collegava la Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico e inutilizzato dopo la sciagurata invasione dell’Ucraina nel 2022. L’economia russa non colmerà così il vuoto nelle sue casse dopo la rottura con l’occidente. 

Il Cremlino ha provato a presentare l’incontro come un avanzamento, accennando nei comunicati a una «comprensione generale» sul tracciato ormai concordato e di un metodo di costruzione definito. Ha lasciato intendere che la parte politica del progetto sia ormai acquisita e che restino da chiudere soltanto questioni operative. Ma il punto politico è proprio ciò che non è stato annunciato. Non c’è un prezzo al quale la Cina si impegna a comprare il gas, non c’è una data vincolante per l’avvio dei lavori o delle forniture. E soprattutto non c’è un accordo chiaro su chi pagherà la parte più costosa dell’infrastruttura: il tratto russo che dovrebbe collegare il gasdotto Soyuz Vostok sul territorio mongolo e le stazioni di compressione necessarie a spingere il gas fino al confine cinese.

Xi Jinping ha inserito il Power of Siberia 2 tra i lavori preparatori da portare avanti nel 15º piano quinquennale (2026-2030), ma non ha alcuna fretta. La Cina può aspettare, trattare sul prezzo e lasciare che sia la debolezza russa a migliorare le condizioni dell’accordo. Questo perché Pechino riceve già gas russo tramite il Power of Siberia 1, entrato in funzione alla fine del 2019, che collega alla Cina nordorientale i giacimenti di Chayandinskoye, in Yakutia, e Kovykta, nella regione di Irkutsk. Il contratto trentennale firmato nel 2014 tra Gazprom e la China National Petroleum Corporation prevede 38 miliardi di metri cubi all’anno che dovrebbero salire fino a 44 miliardi attraverso la rotta di Sakhalin. Non è l’unica fonte di approvvigionamento della Cina che importa anche gas dall’Asia centrale tramite una rete di gasdotti costruita da anni con Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan e compra grandi quantità di gas naturale liquefatto sui mercati globali, anche se quelle forniture devono passare per rotte navali più esposte, a cominciare dallo Stretto di Hormuz.

La Cina ha garantito ancora una volta alla Russia il riconoscimento politico di cui aveva bisogno, ma ha fatto capire chi comanda. Xi ha ricevuto Putin nella Grande Sala del Popolo, con guardia d’onore, salve di cannone e bambini con bandiere russe e cinesi. I due leader hanno parlato di opposizione all’egemonia americana, rinnovando il trattato di buon vicinato del 2001,che da venticinque anni fornisce la base giuridica della relazione politica tra Mosca e Pechino. Entrambi hanno criticato il progetto Golden Dome, il sistema di difesa missilistica promosso da Donald Trump con un costo stimato in 175 miliardi di dollari, definendolo nella dichiarazione congiunta come un fattore di destabilizzazione, collegandolo al rischio di militarizzazione dello spazio e alla rottura degli equilibri nucleari. 

Pochi giorni dopo il vertice con Trump, Xi ha potuto mostrarsi ancora una volta al mondo come un leader pacifico e disponibile, ma la gerarchia diplomatica tra i due leader appare diversa. Con il presidente degli Stati Uniti, Xi gestisce il futuro dell’ordine internazionale. Con Putin, amministra un rapporto di utilità strategica: importante e stabile, certo, ma sempre più asimmetrico.

La Russia dipende ormai dalla Cina per una parte essenziale della sua tenuta economica: Pechino è il suo primo partner commerciale, assorbe una quota crescente delle sue esportazioni energetiche, fornisce macchinari, automobili, elettronica e componenti industriali diventati più difficili da acquistare in Occidente, e ha trasformato lo yuan in una delle valute centrali degli scambi russi. Una situazione ideale per Putin che può così prolungare la vita del suo sistema politico e la capacità di combattere, ma non per la Russia, costretta a organizzare la propria strategia industriale e militare intorno alla disponibilità politica della Cina.

Xi non ha alcun bisogno di umiliare Putin. Una Russia stabile, armata, ostile all’Occidente e dipendente da Pechino è più utile di una Russia caotica o sconfitta. Il presidente cinese ha quindi interesse a mantenere il rapporto caldo nella forma e freddo nella sostanza. La Cina continuerà a sostenere la Russia finché questo sostegno servirà i propri interessi. Continuerà a comprarne energia, venderle prodotti, coprirla diplomaticamente e usarla come pressione sull’Occidente. Non le restituirà però la simmetria perduta.

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