Il campo largo continua a perdere tempo, mentre la destra si logora da sola

Il cosiddetto campo largo ha già sprecato due mesi. Il referendum del 23 marzo obiettivamente aveva rappresentato un colpo al governo Meloni. Non una svolta epocale, ma una crepa sì: aveva aperto una dinamica nuova, almeno sul piano psicologico e simbolico. Ed era esattamente in quel momento che il centrosinistra avrebbe dovuto accelerare: costruire una piattaforma, chiarire la leadership, mettere in fila alcune priorità credibili. Invece niente. È scattato il riflesso più pernicioso della sinistra italiana: considerare acquisita una vittoria che non esiste ancora.
Il dibattito si è imbizzarrito sulle primarie mentre si è evocato un programma comune di cui non si vede neppure l’ombra. Se glielo fai notare, i grandi capi si seccano: il programma c’è già, più o meno. E allora perché non lo scrivono? Giuseppe Conte, dopo essersi ristabilito, ha tenuto questa iniziativa, “Nova”, per elaborare un programma «dal basso». Non si è capito molto. Il problema è che questa idea tardo-rousseauiana della base che elabora un programma non funziona mai: si ricordano ancora le meste Agorà di Enrico Letta o le primarie delle idee, un tempo tipiche dell’estrema sinistra e oggi di Matteo Renzi, in entrambi i casi con risultati modesti.
Ci sono stati pochi giorni fa i convegni di due componenti del Partito democratico. Da quella di Stefano Bonaccini, ormai contigua alla segretaria, è venuta una sollecitazione a intervenire in modo serio sulla sicurezza. In sala c’era anche Franco Gabrielli che già viene indicato come possibile ministro dell’Interno di un governo di centrosinistra. Non è poco, ma non è nemmeno molto.
Invece dall’altra riunione, quella patrocinata da Graziano Delrio, non è uscito nulla che non si fosse ascoltato da anni: più spazio alla cultura dei cattolici democratici, eccetera eccetera. Più spazio, ma per fare che? Nemmeno l’intervista a Domani di Ernesto Maria Ruffini (che al convegno di Delrio stranamente non c’era) ha chiarito molto, a partire dal fatto che a parecchi mesi di distanza dalla sua virtuale scesa in campo non si capisce ancora chi lo sostenga e perché.
Più in generale, quello che colpisce è la ritualità di parole e movenze che non sembra misurarsi fino in fondo con la novità di questo Pontificato, dentro un quadro politico e morale che effettivamente richiederebbe un qualche aggiornamento della posizione ideale dei cattolici democratici.
Invece qui siamo alla solita manifestazione di un disagio senza che su questa premessa venga costruito un nuovo senso della presenza politica di quest’area, così che alla fine tutto pare restringersi, in un clima ormai chiaramente pre-elettorale, alle diatribe sugli spazi e sui posti.
Per quanto riguarda la maggioranza schleiniana, anche lì tutto tace. Fino al paradosso che non si sa se sulla legge elettorale, tema antipatico ma non eludibile, che tipo di modifiche presenterà il Pd.
Non si capisce cioè se Elly Schlein preferisca il premio di maggioranza – parrebbe di sì – o l’attuale Rosatellum, se il proporzionale o il mantenimento dei collegi e via dicendo. Non è normale. Resta tutto sul piano dolciastro della propaganda. Il “Meloni venga in Aula” è un eterno riff come quello che i Rolling Stones eseguono da decenni, si parva licet.
Su questo terreno, come hanno notato amici e avversari, Matteo Renzi è il più efficace di tutti. Ma anche lui in questi due mesi concretamente ha fatto pochino nella costruzione della mitica Casa riformista: forse qualcosa si sta muovendo ma non nella direzione da lui auspicata. Di Silvia Salis si sono perse le tracce, ma almeno lei è giustificata in quanto sindaca con un bel lavoro da fare ogni giorno.
Da parte sua, Carlo Calenda ha seminato e raccolto un incontro con la premier su questioni di merito. È un fatto piccolo, ma è un fatto, piaccia o no: lo accusano di andare verso Meloni, ma questo sarebbe in contrasto con il posizionamento equidistante che ha scelto per andare alle elezioni. Già, poi c’è la premier. Ha troppe gatte da pelare per essere in condizione di buttare giù qualche idea nuova, sovrastata da dossier che non padroneggia più. Cerca soldi e non li trova.
La verità di fondo è che a destra si lotta per sopravvivere in un mare in tempesta. Soprattutto la Lega minacciata da Roberto Vannacci che ieri ha sfilato Laura Ravetto a Matteo Salvini, il che fa capire dove soffia il vento. Sicché il centrosinistra sta a guardare le convulsioni altrui non ponendosi il problema che se vuole vincere deve prendere voti dall’altra parte oltre che confermare i suoi, cosa che si dà troppo per scontata. Qualche idea al riguardo sarebbe utile. Ma troveranno il modo per continuare a fare melina fingendo che tutto va bene, non c’è nessun motivo di essere nervosi, come cantava De Gregori. Basta un “Meloni venga in Aula” per svoltare la giornata.
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