Il 75,5% delle imprese vuole mantenere o incrementare gli impegni di sostenibilità

18 Giugno 2026 - 15:48
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Il 75,5% delle imprese vuole mantenere o incrementare gli impegni di sostenibilità

La transizione è ormai il nuovo terreno della competizione economica globale, capace di generare un forte incremento del Pil italiano nei prossimi dieci anni. Tuttavia, emerge una complessa burocrazia normativa e un forte disallineamento tra i governi e le imprese sugli strumenti di sostegno. Le aziende, che dimostrano una maggiore solidità creditizia se adottano modelli circolari, non chiedono meno Stato, ma incentivi continuativi e semplificazioni autorizzative. Tutto ciò emerge da rapporto “Le priorità non negoziabili per le imprese e il futuro della transizione sostenibile”, realizzato da Teha Group in collaborazione con Erion e nel quale vengono illustrate sei proposte concrete per integrare crescita industriale e sostenibilità che servirebbero da base per un nuovo patto competitivo basato sul dialogo tra legislatori e soggetti produttori.

Punto centrale del documento, che è stato presentato a Roma in occasione del Forum Erion 2026, è che la transizione sostenibile non è più soltanto una risposta alle sfide ambientali e non è in discussione per le imprese, ma rappresenta il nuovo terreno della competizione economica globale. Tuttavia, si legge nel documento di oltre 60 pagine, emerge un forte disallineamento tra politica e imprese sugli strumenti messi a disposizione dai governi e, soprattutto, un’eccessiva complessità normativa che compromette l’efficacia delle azioni. Il rapporto ha individuato le priorità alle quali non è più possibile rinunciare per continuare a competere nella transizione sostenibile, offrendo a imprese e decisori una mappa delle aree su cui costruire un’azione comune più efficace. Per fornire qualche numero e dettaglio circa la metodologia adottata per l’indagine: hanno partecipato 108 aziende dell’ecosistema Erion coinvolte attraverso una survey dedicata, 11 leader d’impresa riuniti nella prima Erion Leaders’ Roundtable, 4 key opinion leader. Questi risultati sono stati integrati con fonti proprietarie su 17 anni di percepito dei cittadini europei, 281 politiche Esg europee e italiane e oltre 50 studi e report.

Gli autori dello studio segnalano che poiché tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi in Europa hanno causato perdite economiche stimate in circa 822 miliardi di euro, senza una vera transizione sostenibile e in caso di immobilismo climatico, il costo degli eventi estremi potrebbe arrivare a pesare, per l’Italia, oltre 9,5 punti percentuali di Pil entro il 2035. Al contrario, accelerare sin da subito la trasformazione in corso potrebbe generare benefici superiori ai costi, con una crescita del Pil che potrebbe superare l’1,1% già nel 2035 e fino all’8,4% al 2050.

«Le politiche per la sostenibilità vanno realizzate con un approccio pragmatico, puntando su priorità che rappresentano una componente irrinunciabile della competitività, come l’autonomia energetica, la circolarità e la resilienza delle supply chain – afferma Danilo Bonato, direttore sviluppo strategico e relazioni istituzionali Erion compliance organization - La transizione sostenibile non può essere interpretata come un costo da subire, perché  costituisce condizione essenziale per preservare la capacità industriale e garantire uno sviluppo di lungo periodo. La sfida per l'Europa, e per l'Italia, consiste nel costruire un nuovo patto competitivo, in cui sostenibilità e crescita non siano obiettivi alternativi, ma elementi integrati della stessa strategia industriale. In questo scenario, sistemi collettivi come quelli dell’ecosistema Erion possono, e devono, contribuire a rendere la transizione più efficace, supportando le imprese nella gestione delle risorse, nello sviluppo dell'economia circolare e nel raggiungimento degli obiettivi ambientali europei».

Nel documento si legge che le aziende italiane che adottano modelli di economia circolare sono del 28% più solide da un punto di vista creditizio e risultano quindi più appetibili per gli investimenti privati: rispetto ai competitor tradizionali, le imprese circolari generano in media 1,5 volte più cassa, si indebitano del 6% in meno e vantano una maggior capacità di coprire il debito con il risultato operativo (24%). Per questo, nonostante l'imprevedibilità dell'attuale scenario regolatorio europeo, il 75,5% delle aziende ritiene opportuno mantenere o incrementare i propri impegni in materia di sostenibilità e il 68,6% dichiara di aver rafforzato le proprie politiche ESG negli ultimi tre anni.

Nel momento in cui la sostenibilità diventa un fattore di competitività, le imprese devono poter contare su politiche e strumenti adeguati a trasformare gli obiettivi ambientali in opportunità di crescita e innovazione. Nessuna delle aziende coinvolte nello studio Teha-Erion indica la riduzione dell'intervento pubblico come una priorità. Al contrario, quasi il 60% ritiene necessario rafforzare il sostegno al sistema industriale attraverso incentivi continuativi, interventi sui costi dell'energia, semplificazione autorizzativa e supporto alle tecnologie pulite.

In quasi tutti gli ambiti di intervento, gli incentivi sono considerati la leva più utile per sostenere la transizione – in particolare in ambiti come l'innovazione tecnologica sostenibile (63,7%), lo sviluppo delle competenze (51%), la decarbonizzazione (50%) e l'accesso al capitale (45,1%). Gli investimenti pubblici diretti assumono invece un ruolo complementare, soprattutto nei settori più capital intensive.

Tra le principali pressioni competitive percepite dalle imprese emergono l’energia, l’innovazione sostenibile e gli standard ambientali di prodotto. Per oltre l’88% dei rispondenti, la pressione più rilevante si manifesta sul piano energetico, in termini di efficienza e costo dell’energia; seguono l’innovazione sostenibile, indicata dall’83% delle aziende, e gli standard ambientali di prodotto, segnalati dall’82%. Complessivamente, circa 1 azienda su 4 segnala già oggi un livello elevato di esposizione competitiva connessa ai temi di sostenibilità sui mercati globali.

Il rapporto mostra tra l’altro che imprese e istituzioni non sono ancora del tutto allineate sulle priorità della transizione sostenibile. A incidere sono le divergenze sugli strumenti necessari per aiutare le aziende a raggiungere gli obiettivi prefissati ma, soprattutto, la complessità normativa che contraddistingue questi ambiti. Per misurare questo gap è stato sviluppato in via sperimentale uno Stage indeg (Sustainable Transition Alignment between Government & Enterprises), che nel 2026 ha registrato un livello di condivisione pari al 51%.

Se da un lato le priorità strategiche risultano ampiamente condivise, con livelli di allineamento compresi tra l'83,9% e il 95,7%, dall’altro lato emergono criticità sul piano delle misure concrete. Gli interventi dedicati all'innovazione sostenibile e all'accesso ai capitali rispondono infatti alle esigenze delle imprese rispettivamente solo nel 59,4% e nel 62% dei casi.

Il rapporto evidenzia, inoltre, come gli standard europei di sostenibilità producano effetti diversi sui comparti produttivi. Oltre il 54% delle imprese riconosce impatti "a più velocità": il 30% prevede svantaggi nel breve periodo compensati da vantaggi futuri, mentre il 24% ritiene che l'attuale quadro normativo favorisca alcuni settori penalizzandone altri.

Sottolineano gli autori dello studio che negli ultimi 35 anni la produzione normativa europea e nazionale si è concentrata prevalentemente su decarbonizzazione industriale e competitività energetica (30%), economia circolare e sicurezza delle materie prime (19%), adattamento climatico (16%) e innovazione sostenibile (14%). Tuttavia, la crescente complessità normativa rischia oggi di ridurre l'efficacia degli interventi, soprattutto negli ambiti della resilienza delle supply chain, della decarbonizzazione e dell'economia circolare.

 Il rapporto richiama infine la necessità di rafforzare il dialogo tra istituzioni, imprese e cittadini. In un contesto segnato da polarizzazione e sfiducia, il 96% dei cittadini riconosce alle aziende la responsabilità di promuovere il dialogo con i territori, ma solo il 55% ritiene che questo avvenga davvero in modo efficace. Ne deriva un engagement gap di circa 41 punti percentuali. Allo stesso tempo, il 35% dei cittadini italiani considera affidabile un’azienda che, di fronte a sfide sociali divisive, incoraggia la collaborazione nella ricerca di soluzioni condivise.

Da qui la suggestione Teha di un nuovo paradigma: sul piano ambientale, dare priorità alle soluzioni che consentono di perseguire obiettivi ambientali a lungo termine garantendo al contempo la redditività nel breve attraverso l'innovazione; sul piano sociale, focalizzarsi sulla riduzione delle dipendenze dalla società e sulla risposta alle aspettative legittime degli stakeholder, al fine di creare il consenso necessario per il successo a lungo termine dell'azienda.

«Il nodo della transizione non è scegliere se andare avanti o tornare indietro – suggerisce Carlo Cici, partner & head of sustainability di Teha group – È capire su quali priorità costruire la competitività futura del sistema produttivo Ue. Nell’ora dei Predatori, la transizione richiede di essere ripensata. a partire dalle aree non negoziabili per continuare a competere, innovare e generare valore.  Senza dialogo, collaborazione e visioni condivise, imprese e decisori rischiano di muoversi lungo traiettorie divergenti, riducendo l’efficacia sia delle politiche industriali sia degli investimenti privati. Come rispondere? Trovando il “ritmo giusto”, dando priorità all'innovazione e contribuendo a ridefinire le regole con un approccio proattivo delle aziende».

Sono 6 le proposte presentate per guidare le Istituzioni e le Imprese: incentivare i comportamenti virtuosi e accompagnare i settori più penalizzati; sostenere l’innovazione; concentrare gli investimenti su pochi ambiti ad alto potenziale; mettere competenze industriali e tecnologiche a disposizione di istituzioni e cittadini; aggregarsi per competere sui mercati internazionali; rafforzare i meccanismi di ascolto e dialogo tra imprese, policy maker e società.

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