Il corridoio che doveva cambiare il Pakistan è diventato un problema per Pechino

05 Ottobre 2026 - 10:00
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Il corridoio che doveva cambiare il Pakistan è diventato un problema per Pechino

Il porto di Gwadar, da dove partono i progetti di infrastrutture stradali e ferroviarie del Corridoio economico Cina-Pakistan (AP/LaPresse)

L’importanza del Corridoio economico Cina-Pakistan (China-Pakistan Economic Corridor, Cpec), il progetto di punta della Belt and Road Initiative (Bri), sta rapidamente diminuendo tra ritardi senza fine, ritorni finanziari modesti e un deterioramento della situazione di sicurezza in Pakistan. Dieci anni dopo l’annuncio del progetto da 62 miliardi di dollari da parte del presidente cinese Xi Jinping a Islamabad, il corridoio non ha ancora un porto realmente operativo, una base industriale o nuovi piani di costruzione. Persino Pechino non prova più a nascondere la situazione e quello che un tempo veniva presentato come il fiore all’occhiello della Bri è diventato il suo tallone d’Achille, con gran parte delle responsabilità che ricadono su Islamabad.

Il Pakistan ha accettato finanziamenti cinesi per progetti energetici che non poteva permettersi, non è riuscito a costruire le industrie necessarie per rendere redditizio il Cpec, non ha rispettato gli impegni presi e ha in larga parte ignorato le ripetute richieste cinesi di garantire la sicurezza dei lavoratori di Pechino.

Dei circa 92 progetti previsti, soltanto 38 sono stati completati e altri 23 sono ancora in costruzione. Restano così circa 22 miliardi di dollari di progetti mai avviati. Nel 2023 le nuove promesse di investimenti cinesi sono diminuite di circa il 74 per cento rispetto all’anno precedente, e la tendenza è proseguita. Il segnale più evidente è arrivato nel settembre 2025, quando Pechino ha rifiutato di finanziare l’ammodernamento della Main Line 1, il progetto ferroviario più importante del corridoio. Islamabad è stata così costretta a chiedere alla Asian Development Bank un prestito da 2 miliardi di dollari per il tratto tra Karachi e Rohri.

Quando il primo ministro Shehbaz Sharif ha visitato Pechino nel maggio 2026, è tornato in Pakistan con una dichiarazione congiunta che prometteva uno sviluppo «di alta qualità» per un Cpec 2.0 potenziato, ma senza nuovi finanziamenti.

Sul Cpec, la burocrazia pakistana ha ormai sostituito i progressi concreti, e i documenti ufficiali lo dimostrano. Ad agosto il ministero della Pianificazione pakistano ha organizzato la 92ª riunione di verifica dei progressi del Cpec, presieduta da Ahsan Iqbal, che ha guidato gran parte delle precedenti riunioni. Nel gennaio 2026 il Board of Investment aveva annunciato che il numero delle zone economiche speciali (Zes) approvate nella seconda fase del Cpec era passato da sette a 44, con 37 nuovi siti annunciati in un colpo solo.

Ma si trattava soprattutto di burocrazia, non di una reale crescita industriale: a quanto risulta, soltanto la prima fase della zona di Rashakai è vicina a entrare in funzione. Annunciare 37 zone economiche speciali mentre non si riesce a garantire una fornitura affidabile di elettricità a quelle già esistenti dimostra che il Pakistan sta producendo documenti per la Cina senza compiere i passi concreti necessari a trasformare gli annunci in realtà.

Il caso del porto di Gwadar è forse l’esempio più evidente del fallimento del Cpec. Considerato la «corona» del corridoio, il porto dispone soltanto di tre banchine, contro le 37 di Karachi, e movimenta molti meno container. È per questo che gran parte del traffico marittimo continua a passare da Dubai, Salalah o Karachi.

In base all’accordo della durata di 40 anni, il 91 per cento dei ricavi del porto va all’operatore cinese. Ma quando il porto non genera ricavi, resta ben poco da dividere tra i due partner. Gwadar continua a non avere forniture stabili di acqua ed elettricità; la pesca locale ha subito pesanti conseguenze a causa dei grandi pescherecci cinesi e delle zone interdette; e il movimento civile Haq Do Tehreek, contrario al Cpec, ha più volte paralizzato l’area portuale.

Ancora peggiore è stata la gestione dei rapporti con i creditori cinesi, rispetto ai risultati già deludenti ottenuti nella costruzione delle infrastrutture del Cpec. A metà del 2025 il Pakistan doveva 423 miliardi di rupie pakistane a 18 società cinesi del settore energetico. Oltre 100 miliardi di questa somma erano costituiti da penali per ritardi nei pagamenti, non da veri e propri costi dell’energia.

La situazione violava direttamente il Cpec Energy Framework Agreement del 2015, che imponeva il pagamento integrale delle somme dovute indipendentemente da eventuali problemi di fatturazione. A febbraio 2026 il debito circolare del settore elettrico pakistano aveva raggiunto 1.890 miliardi di rupie, quasi 200 miliardi in più in appena due mesi. Di questi, 543 miliardi erano legati ai progetti energetici del Cpec.

Invece di intervenire sul problema della riscossione delle tariffe, Islamabad ha cercato di prendere in prestito altri 1.300 miliardi di rupie per coprire il disavanzo. Nel luglio 2026 i produttori cinesi hanno rifiutato di cancellare circa 170 miliardi di rupie di sovrapprezzi. E oggi circa 28,1 miliardi di dollari di prestiti cinesi al Pakistan risultano scaduti e non rimborsati.

Alla base di tutto c’è stato un grave fallimento delle capacità decisionali del Pakistan, insieme a corruzione, inerzia burocratica e alla scelta di trasformare in una questione di sicurezza un grande progetto commerciale come il Cpec. Islamabad si è concentrata sulla costruzione di capacità di generazione elettrica perché garantiva buona pubblicità, firmando contratti che imponevano di pagare la capacità prodotta indipendentemente dal fatto che l’elettricità venisse effettivamente utilizzata.

Le tre principali centrali di Sahiwal, Port Qasim e Hub utilizzano carbone importato da Indonesia, Sudafrica e Australia. Così, invece di ridurre la dipendenza energetica, i progetti legati al Cpec hanno creato un nuovo peso sulle importazioni e sui conti pubblici pakistani.

Una commissione governativa ha scoperto che gli appaltatori avevano gonfiato di circa 3 miliardi di dollari i costi di due centrali. La Cpec Authority ha inoltre registrato 32,46 miliardi di rupie di costi aggiuntivi di avviamento. Eppure Islamabad ha continuato ad approvare nuovi accordi.

È sul terreno della sicurezza che la responsabilità del Pakistan appare più evidente, perché Pechino aveva offerto il proprio aiuto e Islamabad lo aveva rifiutato. Dal 2021 sono stati uccisi almeno 20 cittadini cinesi e oltre 30 sono rimasti feriti. Per anni Pechino ha chiesto di poter inviare propri uomini della sicurezza per proteggere i suoi cittadini in Pakistan. Islamabad era quasi arrivata ad accettare nel 2016, prima che l’esercito bloccasse l’iniziativa per difendere le proprie prerogative.

Le Special Security Division e Special Protection Unit create in alternativa non sono riuscite a fermare la violenza contro i lavoratori cinesi.

Tutto questo, tuttavia, non ha impedito alla Cina di continuare a ottenere profitti dai rapporti economici con il Pakistan. Pechino registra un surplus commerciale superiore ai 16 miliardi di dollari: esporta ogni anno circa 19,5 miliardi di dollari di beni verso il Pakistan, mentre le esportazioni pakistane verso la Cina si fermano a 2,68 miliardi. La Cina detiene inoltre quasi il 30 per cento del debito estero di Islamabad.

Questi profitti, però, arrivano dal commercio e dai prestiti, non dal Cpec in quanto tale. Il corridoio porta alla Cina il 91 per cento dei ricavi di un porto vuoto, fatture non pagate da un Pakistan che sta cercando di rinegoziare circa 27 miliardi di dollari dovuti alla Cina e ai Paesi del Golfo, oltre a costi di sicurezza in aumento.

Estendere di cinque anni i tempi di rimborso del debito energetico farebbe risparmiare a Islamabad circa 750 milioni di dollari all’anno, ma aggiungerebbe 1,3 miliardi di dollari di interessi e porterebbe il totale dei crediti cinesi a 16,6 miliardi entro il 2040.

Pechino non abbandonerà ufficialmente il Cpec, perché il marchio della Belt and Road Initiative non può permettersi una battuta d’arresto di queste dimensioni. La Cina continuerà invece a evitare nuovi impegni, a proteggere gli investimenti già effettuati, a concentrarsi su progetti più piccoli e meno rischiosi e a lasciare che il corridoio si trasformi progressivamente in una zona fortificata, con una ferrovia priva di finanziamenti.

Il Pakistan, al contrario, non ha scelta: dovrà ripagare i debiti cinesi e affrontare l’incertezza sul futuro della seconda fase del Cpec, annunciata l’anno scorso ma rimasta finora senza progressi concreti sul terreno.

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