Zelensky torna da New York senza illusioni, ma non a mani vuote

Kyjiv. L’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite si è svolta dal 18 al 28 settembre 2026 sotto il motto «Restoring Trust, Managing Transformation: A United Nations That Delivers for All». I temi dominanti sono stati i conflitti in Medio Oriente e in Europa, la riforma del multilateralismo, la governance dell’intelligenza artificiale e la resilienza delle infrastrutture energetiche.
È difficile considerare l’Assemblea generale un vero e proprio organo decisionale. È piuttosto una vetrina della politica internazionale, un appuntamento al quale i leader mondiali non possono mancare almeno una volta all’anno. Per l’Ucraina, però, resta un luogo importante per portare avanti la propria agenda: arrivare a una conclusione giusta della guerra e ottenere il sostegno necessario a mantenere le posizioni sul campo e a negoziare da una posizione di forza. La delegazione ucraina è arrivata a New York con una domanda molto concreta: che cosa porta davvero a casa l’Ucraina?
Più difesa aerea in vista dell’inverno. Denaro per la difesa. Sanzioni mantenute. Un meccanismo praticabile per una tregua, almeno parziale, sul fronte energetico. Un ampliamento del Drone Deal. Porti sbloccati e ripresa delle esportazioni di grano. E soprattutto una percezione più chiara di quali saranno le regole di eventuali negoziati futuri, sempre che si arrivi davvero ad avviarli.
Il negoziato: Trump e i segnali a Mosca
L’agenda ucraino-americana ha finito per oscurare il resto del programma di Kyjiv alle Nazioni Unite. L’incontro tra i due presidenti, a margine dell’Assemblea, ha chiarito in quale direzione si sta muovendo il principale processo negoziale e se la spinta verso la pace stia pendendo maggiormente verso le condizioni russe o verso quelle ucraine.
Sono emersi tre elementi. Primo: una posizione ucraina netta. Zelensky ha detto che Kyjiv è pronta a porre fine alla guerra e a entrare in qualsiasi forma di negoziato, compresa una tregua energetica, cioè una moratoria congiunta sugli attacchi a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche. Secondo: una nuova promessa di Trump, secondo cui la guerra finirà presto, forse persino prima di quanto molti si aspettino. Terzo: Washington intende puntare soprattutto sulla pressione economica come leva.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha trasmesso al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov le proposte ucraine sulla tregua energetica a margine dell’Assemblea. Rubio ha detto che entrambe le parti hanno manifestato interesse per un cessate il fuoco limitato alle infrastrutture energetiche e al commercio del grano. Lavrov, dal canto suo, ha dichiarato che la Russia non ha intenzione di sospendere le ostilità durante eventuali negoziati.
Perché una tregua energetica interessa così tanto Washington? Gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati per l’impatto delle guerre sui prezzi globali dell’energia. Dal punto di vista americano, la questione non riguarda tanto l’Iran quanto la guerra in Europa. Trump aveva già chiesto all’Ucraina di non colpire le raffinerie russe, avvertendo che attacchi di questo tipo avrebbero potuto far aumentare i prezzi globali del diesel.
È comunque troppo presto per considerare definitiva la prima risposta russa. Parallelamente si è sviluppato un canale più discreto tra Mosca e Washington: l’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev è arrivato a New York per svolgere, nel formato informale e riservato dei contatti diplomatici paralleli, il ruolo di interlocutore «costruttivo» rispetto a Lavrov, incontrando a porte chiuse esponenti della cerchia di Trump. Per capire che cosa sia davvero emerso da quelle conversazioni bisognerà aspettare le prossime mosse delle due parti.
Inverno, difesa aerea e retroguardia europea
La delegazione ucraina ha condotto una vera e propria maratona di incontri con i principali partner europei e con il segretario generale della Nato Mark Rutte per costruire uno scudo di difesa aerea in vista dell’inverno. Zelensky ha indicato un’esigenza precisa: 300 missili intercettori per affrontare i mesi invernali. Una richiesta resa ancora più urgente dagli incessanti attacchi russi con droni e missili balistici contro Kyjiv.
Il risultato è stato solo parzialmente positivo. Gli Stati Uniti hanno autorizzato la produzione di missili Patriot con il coinvolgimento di Raytheon, ma non hanno assunto impegni concreti sulla fornitura di ulteriori intercettori. L’Europa, tuttavia, ha contribuito a colmare il divario. La Francia ha offerto sistemi SAMP/T e relativi missili, oltre alla collaborazione al programma antiballistico FREYJA; la Germania ha confermato la fornitura di ulteriori missili IRIS-T e un accordo per 600 intercettori Patriot tra il 2027 e il 2028; la Finlandia ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti alla difesa da 290 milioni di euro e un accordo sul Drone Deal; la Norvegia ha finanziato la protezione della rete energetica ucraina; persino la lontana Australia ha firmato un accordo sulla sicurezza da 60 milioni di dollari.
Un altro elemento positivo è stato il fatto che questa volta Trump non abbia criticato l’Europa. Ha definito la Nato più forte che mai e ha presentato l’accordo tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia per ampliare la presenza militare americana nell’Artico come un passo verso il rafforzamento della posizione di Washington nella regione, anche in vista dei futuri colloqui con la Cina. Per l’Ucraina, il risvolto positivo è duplice: meno attriti all’interno della Nato e maggiore pressione sulla Russia dal fronte settentrionale.
La resilienza finanziaria: l’Europa resta decisiva
Gli incontri di New York hanno confermato ancora una volta un dato fondamentale: l’Europa è il principale finanziatore dell’Ucraina e il suo sostegno è ormai parte integrante della capacità di difesa del Paese. È esattamente questo il tema discusso da Zelensky con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.
Il deficit di bilancio ucraino legato allo sforzo bellico è di circa 27 miliardi di dollari e Kyjiv conta sul sostegno dell’Unione europea per coprirlo. I soldi a Bruxelles ci sono, ma arrivano con delle condizioni. Von der Leyen ha ribadito che l’ulteriore sostegno — 37 miliardi di euro disponibili quest’anno — dipenderà dai progressi nelle riforme del Parlamento ucraino. Zelensky ha ringraziato l’Ue per la decisione di concedere un prestito da 90 miliardi di euro e ha assicurato che Kyjiv rispetterà gli impegni collegati.
Non sono mancati gli attriti. Zelensky ha definito controproducenti i segnali sulla possibile revoca delle sanzioni contro gli oligarchi russi Alisher Usmanov e Mikhail Fridman: quando tutto diventa una merce di scambio in vista di possibili negoziati, Mosca può leggerlo come un segnale di debolezza. A Bruxelles, però, sembra essersi compreso l’errore. Diplomatici europei ammettono privatamente che il compromesso ha creato un precedente pericoloso e l’Ue è ora impegnata a limitare i danni, rivedendo le proprie regole di voto e preparando un significativo ampliamento della lista nera delle sanzioni.
Il blocco navale e la sicurezza alimentare globale
Un altro tema centrale è stato lo sblocco dei porti ucraini sul Mar Nero. Gli attacchi russi contro le navi civili hanno ridotto del 93 per cento la capacità portuale dell’Ucraina, mettendo a rischio fino a 24 milioni di tonnellate di grano che potrebbero non arrivare sui mercati mondiali. Paralizzare le esportazioni agricole e minacciare miliardi di dollari di entrate in valuta estera aumenta la dipendenza dell’Ucraina dagli aiuti internazionali. Le rotte ferroviarie e fluviali attraverso l’Europa non sono sufficienti a compensare le perdite. Il porto rumeno di Costanza, dopo aver raggiunto il record di 60 milioni di tonnellate movimentate, ha ormai raggiunto il proprio limite logistico.
Su iniziativa di Kaja Kallas, 51 Stati membri delle Nazioni Unite hanno firmato una dichiarazione di condanna degli attacchi russi nel Mar Nero, trasformando la questione da controversia bilaterale a minaccia globale alla libertà di navigazione. In questo contesto, l’incontro di Zelensky con Recep Tayyip Erdoğan ha avuto un carattere pragmatico: la Turchia resta uno dei pochi attori in grado di parlare ancora sia con Mosca sia con Kyjiv. L’Ucraina ha segnalato la propria disponibilità a una tregua marittima: la Russia dovrebbe smettere di colpire i porti e l’Ucraina, in cambio, sospenderebbe attacchi analoghi a lungo raggio.
In definitiva, per l’Ucraina questa Assemblea non è stata una passerella diplomatica, ma un bilancio molto concreto di ciò che serve prima dell’inverno più difficile. Kyjiv è tornata a casa né a mani vuote né con illusioni.
Non ha ottenuto certezze sulla difesa contro i missili balistici, una tabella di marcia precisa per i negoziati o una vera leva di pressione su Mosca. Ma ha fatto progressi sulle licenze per la produzione di missili, ottenuto impegni significativi sulla difesa aerea invernale e nuove promesse di finanziamento europeo. E soprattutto ha portato l’idea della tregua energetica dal terreno delle dichiarazioni a quello di un negoziato reale.
È il minimo che l’Ucraina sia riuscita a mettere al sicuro.
Iryna Borovets è vicedirettrice dell’European Policy Institute in Kyiv (EPIK), recentemente istituito in Ucraina dallo Swedish Institute of International Affairs (UI) attraverso lo Stockholm Centre for Eastern European Studies (SCEEUS). EPIK è cofinanziato dall’Unione europea e dalla Swedish International Development Cooperation Agency (SIDA). Questo articolo si basa su un recente commentary di EPIK.
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