La campagna presidenziale francese del 2027 è cominciata al liceo

La protesta che ha investito i licei francesi è partita da problemi piccoli e concreti, potremmo definirili da assemblea di istituto, e in due settimane è diventato qualcosa di più grande, come da tradizione transalpina. Il disagio degli studenti si è intrecciato al caro vita e alla difficoltà di immaginare il proprio futuro, fino a entrare nella campagna elettorale presidenziali del 2027. Le prime proteste sono cominciate a Créteil, nella cintura sud-orientale di Parigi, una città popolare con una forte presenza studentesca. Il 21 settembre gli studenti dal liceo Saint-Exupéry hanno protestato per problemi che abbiamo anche in Italia: la mancanza di insegnanti, edifici che avrebbero bisogno di manutenzione, giornate scolastiche giudicate troppo lunghe. E anche un po’ contro una cosa particolarmente francese, il Parcoursup. Parliamo della piattaforma nazionale attraverso cui gli studenti presentano le candidature per l’università e per gran parte dei percorsi post diploma. Negli ultimi anni è diventata una delle principali fonti di pressione per gli adolescenti francesi, perché concentra in pochi mesi una parte decisiva dell’accesso agli studi universitari. Le candidature vengono valutate dagli istituti sulla base del rendimento e del percorso scolastico, e per molti ragazzi l’incertezza sull’ammissione accompagna gran parte dell’ultimo anno di liceo.
La protesta si è diffusa soprattutto attraverso Snapchat, Instagram e TikTok, dove video e appelli hanno intercettato un malumore comune, pur partendo spesso da problemi diversi da un istituto all’altro. Il 24 e 25 settembre una sessantina di licei dell’Île-de-France, la regione più ricca del paese ma anche segnata da forti disuguaglianze, ha registrato proteste davanti agli ingressi, con accessi ostacolati e lezioni interrotte. Il lunedì successivo gli istituti coinvolti erano già 180 e la contestazione si è estesa ad altre città, tra cui Marsiglia e Lille. Solo allora l’Union syndicale lycéenne, uno dei principali sindacati degli studenti delle superiori, ha provato a convogliare in una narrazione coerente un movimento fino a quel momento spontaneo e frammentato, convocando per il 29 settembre una giornata di mobilitazione in tutto il paese.
Il 1º ottobre il fenomeno ha cambiato dimensione anche a livello nazionale. Più di mille licei, circa uno su quattro in Francia, sono stati coinvolti. A Nantes è bruciata parte dell’ingresso del lycée Nelson-Mandela; a Marsiglia è stato incendiato un mezzo dei pompieri intervenuti davanti a una scuola. A Parigi e in varie città della periferia sono comparsi mortai pirotecnici e barricate. In una sola giornata sono state arrestate quasi 1.950 persone. Il ministero dell’Istruzione ha riferito che dall’inizio delle proteste erano rimasti feriti 65 dipendenti delle scuole e 170 studenti; il ministero dell’Interno ha contato 305 feriti tra poliziotti, gendarmi e vigili del fuoco nella sola giornata di giovedì.
A Lille la protesta ha trovato rapidamente una base più larga. La città ospita una delle maggiori popolazioni universitarie francesi, con oltre centoventimila studenti nell’area metropolitana, e il passaggio dalla mobilitazione dei licei a quella delle università è avvenuto subito. Il 1º ottobre al Faidherbe, uno degli istituti pubblici più prestigiosi della città, che ospita anche le classes préparatoires per l’accesso alle grandes écoles, la polizia è intervenuta con i lacrimogeni. Poco dopo si sono aggiunti gli universitari, soprattutto gli studenti della facoltà di diritto, che è stata chiusa.
In alcuni casi davanti alle scuole c’erano gli studenti a protestare, talvolta insieme ai professori. In altri sono invece comparsi gruppi di giovani che non frequentavano quei licei e che, secondo diverse testimonianze raccolte dalla stampa francese, sembravano cercare soprattutto il confronto con la polizia. Un fenomeno non così diverso da quanto accade in Italia durante alcune manifestazioni.
Dopo gli incidenti del 1º ottobre, il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray ha sostenuto che un movimento nato da rivendicazioni «legittime» fosse stato preso in ostaggio da gruppi ultraviolenti. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha quindi mobilitato le Compagnies républicaines de sécurité, le CRS, insieme ai gendarmi mobili, i reparti impiegati in Francia per il mantenimento dell’ordine nelle grandi manifestazioni. Il giorno successivo più di 400 licei sono stati chiusi; a Lille il provvedimento ha riguardato tutti gli istituti pubblici.
La sera del 1º ottobre, mentre le proteste stavano crescendo, il governo centrista guidato da Sébastien Lecornu ha ritirato una delle misure che rischiavano di alimentare il malcontento studentesco. Nel progetto di bilancio per il 2027 era comparsa una nuova tassa d’iscrizione per due percorsi frequentati dagli studenti dopo il diploma: i BTS, corsi biennali professionalizzanti simili per funzione agli ITS italiani, e le classes préparatoires, i corsi intensivi che preparano ai concorsi per entrare nelle grandes écoles, le scuole più selettive del sistema francese. Gli studenti non coperti da borsa di studio avrebbero dovuto pagare 178 euro l’anno nei BTS e 270 nelle prépas.
Nel frattempo la mobilitazione si è trasformata in uno scontro politico attorno a Jean Luc Mélenchon, leader di fatto di La France insoumise, la principale forza della sinistra radicale francese. Il rapporto con i giovani è per lui particolarmente importante: secondo l’indagine Ipsos BVA realizzata dal 3 al 9 settembre per Le Monde e altri istituti di ricerca, in alcune delle configurazioni testate per le presidenziali del 2027 più del 40 per cento degli elettori tra i 18 e i 24 anni dichiarava di voler votare Mélenchon, contro circa il 20 per cento per Marine Le Pen.
Gabriel Attal, ex primo ministro e candidato di Renaissance alle presidenziali, ha accusato gli insoumis di usare i liceali come «carne da cannone politica». Édouard Philippe, leader di Horizons ed ex primo ministro di Macron, ha parlato di uno «sfruttamento cinico» degli studenti. Più a destra, Marine Le Pen ha attribuito a deputati di LFI una responsabilità nell’inquadramento dei gruppi coinvolti negli scontri, mentre Bruno Retailleau, presidente dei Républicains, si è spinto fino a chiedere che venisse esaminata la possibilità di mettere fuori legge LFI, accusandola di tentare di «organizzare l’insurrezione».
LFI ha respinto queste accuse, sostenendo che le prime proteste siano nate spontaneamente. La cronologia le dà ragione almeno su questo punto, ma Le Monde ha documentato quanto rapidamente gli insoumis siano entrati nella mobilitazione. Louis Boyard, deputato LFI di 26 anni eletto nel Val-de-Marne, il dipartimento in cui si trova Créteil, era già davanti al liceo Saint-Exupéry il 21 settembre e nei giorni successivi ha incoraggiato l’estensione della protesta. Altri parlamentari e amministratori locali del partito hanno partecipato ai presìdi, soprattutto nella periferia parigina.
Il 29 settembre lo stesso Mélenchon, durante una mobilitazione dei dipendenti pubblici contro il congelamento dei salari previsto per il 2027, ha invitato i suoi militanti a mettersi fisicamente in mezzo tra gli studenti e le forze dell’ordine, parlando di una «brutalità selvaggia della polizia». Il giorno successivo, dopo le polemiche, ha precisato che LFI sosteneva metodi di lotta non violenti. Quando il governo lo ha accusato di alimentare il clima di conflitto; Mélenchon ha risposto ironicamente che se davvero il suo partito avesse organizzato tutto, si sarebbe trattato del «primo movimento di massa convocato per telepatia».
Le polemiche politiche sono ovviamente rivolte alla campagna per le elezioni presidenziali del 2027. Mélenchon è da tempo forte tra i giovani e nelle periferie popolari, un elettorato astensionista che LFI cerca di portare alle urne. Nei sondaggi nazionali di settembre Mélenchon è però lontano dalla favorita Marine Le Pen che viaggia intorno al 34-36 per cento al primo turno. Il leader di estrema sinistra si colloca tra il 15 e il 17 per cento giocandosi il ruolo di sfidante con Édouard Philippe, principale figura dell’area centrista post-macroniana, che oscilla tra il 14,5 e il 22,5 per cento. Per superarlo, Mélenchon cerca di allargare il proprio consenso oltre il suo elettorato più fedele, ma le immagini degli incendi e degli scontri con la polizia hanno offerto ai suoi avversari l’occasione per associare LFI al disordine organizzato.
Le Pen ha fiutato subito l’occasione accusando l’estrema sinistra di trasformare la violenza in un «metodo politico» e di cercare lo scontro sterile su ogni tema. Dopo gli incidenti ha chiesto anche una nuova legge contro i casseurs, come i francesi chiamano chi si inserisce nelle manifestazioni per provocare scontri e danneggiamenti. Ha poi contrapposto alle banlieues quella che ha chiamato la «France des oubliés», citando Creuse, Cantal e Ardèche: dipartimenti rurali e poco densamente popolati nei quali il RN insiste da anni sul sentimento di abbandono prodotto dalla distanza dai servizi pubblici e dal declino di molti piccoli centri. Le Pen ha sostenuto che le periferie urbane abbiano invece beneficiato per anni dei miliardi della politique de la ville, l’insieme dei programmi pubblici destinati ai quartieri più svantaggiati.
È un ritornello tipico del repertorio del RN: presentare le campagne e la Francia periferica come territori trascurati dallo Stato rispetto alle banlieues delle grandi città. La protesta dei licei ha offerto così sia al Rassemblement national sia a La France insoumise un terreno utile per mobilitare i rispettivi elettorati.
Emmanuel Macron, che non potrà ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo alla presidenza della Repubblica, ha adottato un tono più prudente. Il 30 settembre, durante una visita ufficiale in Spagna, ha riconosciuto che tra i giovani esistevano preoccupazioni reali, legate anche al clima e alle trasformazioni tecnologiche. Ha però accusato alcuni responsabili politici di essere andati davanti ai licei per «istigare gli studenti» e ha chiesto agli eletti di non legittimare la violenza. Ha aggiunto che eventuali abusi della polizia avrebbero dovuto essere perseguiti, attribuendo però la responsabilità principale degli incidenti a chi aveva aggredito insegnanti, giornalisti e agenti. Una nuova giornata nazionale di mobilitazione è stata convocata per il 6 ottobre.
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