Il “Diavolo veste Prada 2” è la storia dell’editoria recente, sceneggiata bene

Se state andando al cinema a vedere Il “Diavolo veste Prada 2” per vedere una bella storia, per ammirare dei bei vestiti, per scoprire dove hanno girato in Italia o per vedere il sequel di un film che vi ha fatto sognare, state sbagliando strada.
Finale a parte, questo secondo capitolo di uno dei grandi classici della cinematografia degli ultimi vent’anni è un film sulla crisi recente dell’editoria che non fa sconti a nessuno e racconta meglio di tante analisi come il nostro lavoro sia passato da massima aspirazione di ogni wannabe giornalista a girone infernale in cui conta solo chi ci mette i soldi.
Se nel primo, ispirante Diavolo, il passaggio obbligato nella grande casa editrice era il viatico per qualsiasi lavoro rispettabile, e anzi l’ambizione massima di ogni aspirante cronista, oggi quel lavoro è l’opposto: perché lì subirai prima che altrove le angherie del capitalismo moderno. Consulenti, tagli di budget, ristrutturazioni saranno la tua unica alternativa, in un settore in cui l’ispirazione ha lasciato il posto alla metrica.
Quando tutto deve essere numerabile, non importa con quanta profondità di pensiero farai il tuo lavoro: l’importante è avere l’intervista giusta al momento giusto, o abbastanza soldi per comprarti la baracca. Quando il merito lascia il posto alla supponenza, quando la qualità è mediata dai like, quando cosa devi essere lo decide l’algoritmo, la fine della cultura – persino la cultura del lifestyle – è vicina.
Questo film non parla di moda, parla di noi: di quelli che provano ancora, nonostante tutto, a fare i giornali come andrebbero fatti, a scrivere per i lettori e non per gli inserzionisti. A fare lavoro di inchiesta, a intrattenere rapporti e fonti per avere notizie e tendenze, per farsi un’idea del mondo e provare a spiegarlo almeno in parte. A tentare di rimanere un presidio di democrazia e di opinione, quando il mondo che scrolla vuole leggere solo gossip, tragedie e provocazioni.
Il “Diavolo veste Prada 2” (finale edulcorato a parte) ci dice ancora una volta quello che non vogliamo vedere, ma che è lì davanti ai nostri occhi: l’editoria come l’abbiamo conosciuta, e scelta come nostro lavoro, non esiste più. È franata a colpi di like, si è dissolta a furia di social, ha abdicato alla dittatura del post. Ha creato mostri digitali invece di rimanere un presidio di democrazia. Siamo sempre stati di qualcuno, questo non è mai stato un tema: ma essere di un editore era meno umiliante di essere di chi paga le tue pagine pubblicitarie solo per vendere borse, olio, caffè, abiti. E se questa è l’editoria oggi, allora meglio scegliere di stare dentro un piccolo giornale di nicchia, in cui ai like si preferiscono i contenuti, e dove ancora è possibile scrivere cose scomode, fare articoli senza classifiche, cercare tagli inconsueti e non ossessionarsi per l’adesione ai criteri SEO. Ti leggeranno meno, avrai meno soldi per farlo: ma ogni mattina, aprendo il tuo giornale, saprai che quel lavoro che hai tanto sognato è ancora come l’hai immaginato nei tuoi sogni da bambina. Perché il finale è deludente? Perché non esistono più i mecenati, perché nessuno – e dico nessuno – è davvero disposto a finanziare le faraoniche spese di un tempo in attesa di un possibile ritorno futuro. Semplicemente, quel ritorno non è più possibile immaginarlo: prima ce ne faremo una ragione, prima potremo guardare di nuovo a questo lavoro come a una professione diversa, e ricominciare a farla perché abbiamo il sacro fuoco dentro, e non perché saremo osannati, strapagati, ammirati, ascoltati, così come ci faceva credere il primo Diavolo. Riprendere il nostro posto nel mondo e fare bene ciò che siamo chiamati a fare è l’unica strada possibile per ridare dignità e credibilità a ciò che scriviamo, per recuperare la fiducia dei lettori e ritornare a essere autenticamente influenti.
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