La crisi di senso di una Meloni in cerca del consenso perduto

In questa fase Giorgia Meloni non è più iper-sovranista, non è di centro, meno che mai è aperta a sinistra come invece ha sostenuto il direttore del Foglio Claudio Cerasa, magari esprimendo un suo auspicio. Della premier si stenta a individuare il profilo. Sembra trovarsi di fronte non tanto a una crisi di consenso, che pure esiste, quanto a una più sottile e pericolosa crisi di senso.
Non ha una strategia riconoscibile: vi è piuttosto una sequenza di atti, talvolta anche energici, ma privi di un principio ordinatore.
Perché la premier vive alla giornata, a caccia di pacchetti di consensi al di fuori di una linea coerente: va un po’ di qua, un po’ di là. Fino all’altro giorno con uno come Viktor Orbán, ieri con gli arrestati della Flotilla, per esemplificare: ma non è movimento, è confusione. Una confusione probabilmente dovuta a un timor panico di andare a sbattere alle prossime elezioni. Di perdere tutto. Perché è evidente che Meloni si giocherà tutto: se perde, probabilmente è per sempre. Così, lontani i tempi identitari e super-sovranisti, e fallito ogni tentativo di parlare a tutto il Paese, si fatica a rintracciare un senso compiuto del melonismo attuale.
Questo agitarsi permanente può indurre a un’illusione ottica, facendo intravedere addirittura una «svolta» che la condurrebbe a sinistra. La tesi di Cerasa è che Meloni voglia «coprirsi a sinistra» con provvedimenti graditi al campo largo: ma, in verità, non se n’è visto nemmeno mezzo, ivi compreso il decreto Primo Maggio, che è piaciuto alla Cisl, sindacato da tempo filogovernativo (ha pure un sottosegretario, Luigi Sbarra), ma non alla Cgil né al Partito Democratico.
Il partito di Elly Schlein fa a gara con Giuseppe Conte su chi sia più anti-meloniano e, siccome i due sentono l’odore del sangue, non hanno motivo di fare sconti al governo. Per non parlare di Matteo Renzi, per anni sospettato dai twittaroli e dal travaglismo da bar di voler finire tra le braccia della presidente del Consiglio: è diventato invece il suo oppositore di maggior impatto. Quindi, se davvero Meloni avesse voluto ingraziarsi, o comunque rendere più morbido, il campo progressista, avrebbe fallito alla grande. Ma in realtà le cose raccontano un film diverso.
Come un naufrago in mezzo alle onde, lei allunga le braccia a casaccio verso qualunque oggetto in grado di tenerla a galla. Si guardi alla scena internazionale. Mollata dal capoccione della Casa Bianca («Non la riconosco più, mi ha deluso»), si è istintivamente aggrappata ai nemici di ieri – Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz – che non la tengono troppo in considerazione, con il risultato che l’Italia conta ancora di meno.
È isolata persino nella sua coalizione, dove i due junior partner pensano ai loro incerti destini, magari coltivando altri progetti (come Marina Berlusconi). Con il Quirinale i rapporti, mai saldi, sono a pezzi dopo la polpetta avvelenata dell’affaire Minetti, per il quale al Colle aleggiano i soliti sospetti su Carlo Nordio.
Dove sarebbe, questa “svolta a sinistra”? Ha ragione Carlo Calenda nel suo libro “Difendere la libertà”: «Meloni sa che probabilmente nel 2027 vincerà la destra sia in Francia sia in Spagna; inoltre ha paura della crescita del movimento di Roberto Vannacci in Italia. Tutto lascia presagire che la presidente del Consiglio farà un’ulteriore virata a destra, costruendo un asse con J.D. Vance, con Marine Le Pen e Santiago Abascal, leader di Vox, di cui è grande amica».
Calenda ha toccato un punto decisivo: la concorrenza a destra di Vannacci. Secondo i sondaggi, il centrodestra non arretra molto rispetto al 2022, tranne, appunto, per quel tre o quattro per cento che il “generalissimo” gli sta sfilando. È molto facile capire che la presidente del Consiglio ha dunque bisogno, pur dentro una linea ondivaga giorno per giorno, di recuperare i consensi vannaccisti: ma allora una linea “di sinistra” sarebbe controproducente.
Così la coperta corta diventa metafora di una condizione strutturale: ogni scelta implica una perdita altrove. Ma una leader democristiana, nel senso di saper parlare a tutti, non riesce proprio a esserlo: ci vorrebbe troppa capacità politica, nel bene e nel male. E quanto alla “compagna Giorgia”, è semplice: non esisterà mai.
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