Il disimpegno di Trump rende sempre più urgente un vero pilastro europeo della Nato

Dopo la sospensione del pacchetto di armi da 14 miliardi di dollari per Taiwan e la minaccia di ridurre la presenza militare americana in Europa, il futuro della Nato preoccupa ormai anche Giappone e Corea del Sud, che come Canada, Australia e Nuova Zelanda, si chiedono quanto gli Stati Uniti si disimpegneranno ancora dall’Alleanza Atlantica. A prescindere dalle volontà ambigue della Casa Bianca, esiste una rete di coalizioni tra Europa, Asia, Oceania e Nord America che vuole ancora coordinarsi su sicurezza economica, tecnologia e difesa per consolidare la detterrenza contro le autocrazie.
In interessante approfondimento, l’Economist rivela che alcune forze armate europee stanno preparando scenari riservati per combattere senza l’aiuto degli Stati Uniti e, nel caso peggiore, senza poter contare su una parte rilevante della struttura di comando della stessa Nato. Dopo le minacce di Trump sulla Groenlandia, alcuni funzionari nordici hanno iniziato a ragionare su una domanda che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile: quale catena di comando usare se Washington, invece di guidare la Nato, ne bloccasse il funzionamento? O anche solo se rallentasse le decisioni comuni, impedendo agli alleati di reagire con la rapidità?
Secondo l’Economist, il piano B a portata di mano sarebbe una struttura europea più ristretta, costruita attorno ai paesi nordici e baltici, con il Regno Unito come perno operativo. Si chiama “Joint Expeditionary Force” (Jef) ed è una coalizione guidata dagli inglesi che ha già un quartier generale, a Eastbury, nell’area metropolitana di Londra. Ha capacità di intelligence, pianificazione e logistica, oltre a reti di comunicazione sicure che non dipendono dalla Nato. Potrebbe reagire a un attacco senza l’unanimità richiesta dall’articolo 5, quindi aggirando un blocco decisionale degli Stati Uniti
La Jef resta però uno strumento regionale. Funziona soprattutto dove i suoi membri hanno lo stesso problema: il Nord Europa, il Baltico e l’Artico europeo, cioè le aree in cui la pressione russa sarebbe immediata. Riuscirebbe facilmente a reagire a una crisi sotto la soglia della guerra aperta, aumentando pattugliamenti, schierando unità leggere e navi, prima che la Nato trovi una posizione comune. Ma non ha la massa politica e militare per sostituire l’Alleanza atlantica nel suo insieme.
Il limite principale è dato anche da chi resta fuori. Francia e Germania non ne fanno parte, e senza di loro qualunque difesa europea avrebbe meno peso. La Polonia, che sarebbe centrale in una crisi sul fianco orientale, non è un membro pieno della Jef. Berlino potrebbe renderla molto più credibile se entrasse, soprattutto ora che sta aumentando la spesa militare, ma anni di tagli al budget hanno ridotto la prontezza delle forze armate del Regno Unito. La marina ha poche navi disponibili rispetto alle ambizioni globali di Londra. I sottomarini sono sotto pressione. L’esercito può schierare unità preparate, ma faticherebbe a sostenere a lungo una guerra ad alta intensità. Per questo e altri motivi la JEF non può essere il pilastro su cui ricostruire da sola la sicurezza europea
La difficoltà maggiore è che la Nato è stata costruita come una macchina militare con il motore americano al centro. Il comandante supremo alleato in Europa è tradizionalmente un generale statunitense, e la struttura integrata dell’Alleanza dipende ancora in larga misura da capacità che gli europei non possiedono in quantità sufficiente: intelligence satellitare, sorveglianza, ricognizione, comunicazioni sicure, difesa aerea integrata, trasporto strategico, rifornimento in volo e comando operativo su larga scala. Anche escludendo tutto questo rimane la garanzia più sensibile, quella nucleare: la deterrenza ultima della Nato continua a poggiare soprattutto sugli Stati Uniti, comprese le armi americane dispiegate nelle basi europee.
Una Nato oltre gli Stati Uniti richiederebbe molto più di un aumento dei bilanci militari europei. Servirebbe ricostruire pezzi del cervello dell’Alleanza, non soltanto rafforzarne i muscoli. Significa ricostruire il centro operativo, stabilendo chi comanda, chi raccoglie le informazioni, chi coordina la difesa aerea, chi garantisce le comunicazioni sicure e chi fornisce la deterrenza nucleare finale.
Se non si può sostituire la Nato, perché nessuno in Europa vuole davvero buttare il bambino con l’acqua sporchissima, si può provare a fare una cosa più realistica: costruire dentro la Nato un pilastro europeo capace di reggere anche con un’America meno presente. Lo spiega bene Nicolò Murgia, ricercatore del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dello IAI, in “The European Pillar of NATO in the Era of US Disengagement”. Nel paper Murgia spiega come rafforzare la parte europea della Nato, usando le strutture dell’Alleanza che già ci sono, ma rendendole meno dipendenti dagli Stati Uniti.
Per esempio, iniziare a dare un peso importante ai comandi alleati, cioè i grandi quartier generali che preparano e coordinano i piani di difesa Nato. Una parte di questi passerà a guida europea: l’Italia assumerà il comando di Napoli, il Regno Unito quello di Norfolk, mentre Germania e Polonia si alterneranno alla guida di Brunssum. Certo, il vertice militare di questa catena rimarrà il SACEUR, il comandante supremo alleato in Europa, una figura sempre affidata a un generale americano, ma gli europei cominceranno a comandare pezzi più importanti della macchina militare Nato, accumulando esperienza nella pianificazione e nella gestione di una crisi reale.
Il secondo passo è costruire a poco a poco, in quantità sufficiente e in modo coordinato, i cosiddetti abilitatori strategici. Cioè gli strumenti che permettono a un esercito di muoversi e comunicare. Per esempio il trasporto strategico serve a spostare rapidamente soldati e mezzi pesanti da un paese all’altro. Il rifornimento in volo permette agli aerei di restare più a lungo in missione. La difesa antimissile protegge basi, città e infrastrutture dagli attacchi aerei. L’intelligence satellitare consente di vedere cosa sta facendo l’avversario prima che sia troppo tardi. I sistemi di comando e controllo collegano sensori, ufficiali e unità sul terreno, così che una decisione presa in un quartier generale arrivi in tempo a chi deve eseguirla. Su molte di queste capacità l’Europa dipende ancora troppo dagli Stati Uniti.
L’aumento della spesa militare è necessaria per rafforzare l’industria europea. Esistono programmi come l’European Defence Industry Programme, il SAFE, lo European Air Shield e la European Drone Defence Initiative, ma come i paesi europei spesso investono in sistemi diversi, difficili da usare insieme. Se invece gli acquisti fossero coordinati, aumenterebbero le scorte comuni, si ridurrebbero i doppioni e le industrie europee diventerebbero capaci di sostenere una crisi lunga. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto contino le fabbriche: una difesa credibile dipende anche dalla capacità di produrre missili, proiettili e pezzi di ricambio quando le scorte iniziali si consumano.
Per Murgia, il modo migliore per ottenere questo risultato è far lavorare meglio Nato e Unione europea. Ventitré Stati membri appartengono già a entrambe le organizzazioni. L’Alleanza atlantica ha i piani militari, i comandi e l’esperienza operativa; l’Ue ha strumenti finanziari, regole industriali e capacità di coordinare investimenti comuni. Il pilastro europeo esiste quindi in potenza: va orientato verso le capacità che servono davvero. Il risultato sarebbe una Nato in cui gli Stati Uniti restano centrali, ma gli europei diventano meno dipendenti da ogni decisione della Casa Bianca. Cioè fare in modo che l’Europa continui a beneficiare della protezione americana, ma diventi abbastanza forte da non dover aspettare Washington per ogni decisione essenziale.
L'articolo Il disimpegno di Trump rende sempre più urgente un vero pilastro europeo della Nato proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)