Il dramma dei civili ucraini rapiti nei territori occupati e inghiottiti dalle prigioni russe

Maggio 15, 2026 - 05:30
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Il dramma dei civili ucraini rapiti nei territori occupati e inghiottiti dalle prigioni russe

Serhii Lykhomanov ha cambiato carcere almeno cinque volte da quando è stato arrestato dai russi in Crimea, nel dicembre del 2023. Ogni trasferimento rende più difficile capire dove si trovi davvero, in che condizioni viva, se riceva cure mediche, se le lettere dei familiari gli arrivino oppure no. In alcuni momenti la famiglia ha perso completamente le sue tracce per settimane. Altre volte è riemerso dentro una prigione russa a migliaia di chilometri da casa. Simferopol, Rostov, Taganrog, la cartografia carceraria si allunga continuamente. «Purtroppo oggi non esistono meccanismi efficaci per il ritorno dei civili ucraini detenuti dalla Federazione Russa», dice a Linkiesta Tatiana Zelena, sorella di Serhii e rappresentante dell’associazione Civili Liberi. «Alcuni sono stati condannati illegalmente, altri non sono nemmeno stati formalmente accusati, altri ancora risultano scomparsi». Secondo l’Ufficio del Difensore Civico dell’Ucraina, si tratterebbe di circa sedicimila persone.

Serhii Lykhomanov è un ex ufficiale ucraino originario della regione di Poltava. Dopo il pensionamento era andato a vivere a Sebastopoli, in Crimea. Aveva lasciato il servizio militare nel 2007. Viveva con la famiglia in un piccolo appartamento. Il 27 dicembre 2023 uomini armati dell’Fsb hanno fatto irruzione in casa sua all’alba. Durante la perquisizione nell’appartamento c’erano anche i figli minorenni. Gli agenti hanno sequestrato telefoni e computer, poi lo hanno portato via. Per quasi due mesi la famiglia non ha saputo dove fosse.

Quando è riapparso nel sistema carcerario russo era accusato di terrorismo e alto tradimento. Secondo l’Fsb avrebbe collaborato con l’intelligence ucraina e pianificato un attentato contro un ponte ferroviario in Crimea. In uno dei pochi messaggi che è riuscito a far arrivare ai parenti, Lykhomanov spiegava che le confessioni erano state ottenute sotto minaccia contro la sua famiglia. «Sapevano come fare pressione su di lui», ha raccontato Tetiana. «Ha una figlia piccola. Avrebbe firmato qualsiasi cosa pur di proteggerla».

Lykhomanov è stato condannato due volte. Prima cinque anni per possesso di esplosivi. Poi altri quindici anni per terrorismo e tradimento, in due processi separati. Nel frattempo la sua salute è peggiorata in carcere. Secondo la famiglia, in alcune celle sovraffollate i detenuti si ammalavano di scabbia e non ricevevano cure adeguate. Oggi il luogo esatto in cui si trova non è sempre chiaro neppure ai parenti.

Una foto di Serhii Lykhomanov

La storia di Lykhomanov non è un’eccezione. È parte di un sistema che nei territori occupati dall’esercito russo sembra funzionare sempre allo stesso modo: arresto, sparizione, isolamento, accuse di terrorismo o spionaggio, processi chiusi, deportazione in un carcere russo. Molti non hanno alcuno status giuridico chiaro. Nel senso che non sono prigionieri di guerra, ma spesso neppure imputati ordinari. Alcuni spariscono per mesi senza accuse formali, altri vengono processati da tribunali militari russi nei territori occupati. «Queste persone non hanno alcuno status legale», ha spiegato a Deutsche Welle Mykhailo Savva, membro del Center for Civil Liberties. «Non solo la loro detenzione viola il diritto internazionale, ma anche la legge russa».

In pratica esiste una categoria di persone sospese dentro una zona grigia costruita dall’occupazione. Civili che possono sparire dentro il sistema repressivo russo senza le tutele previste per i prigionieri di guerra e spesso senza accesso reale ad avvocati indipendenti, organizzazioni umanitarie o familiari.

Molti dei detenuti non sono militari attivi. Sono volontari, giornalisti, attivisti, ex soldati in pensione o, più semplicemente, civili ucraini. Secondo Savva, le autorità russe li considerano potenziali nuclei di resistenza nei territori occupati. Arrestarli è uno strumento di deterrenza, serve a intimidire il resto della popolazione, a mostrare che chiunque può sparire.

È successo anche a Viktor Bondarenko, sacerdote evangelico e volontario di Berdyansk. Dal 2014 ha iniziato a evacuare civili dalle zone occupate del Donbas insieme al genero Oleksandr Sizonov. Il 19 aprile 2022 alcuni uomini armati russi hanno fatto irruzione nella casa della famiglia a Berdyansk, hanno messo dei sacchi neri sulla testa a Bondarenko e Sizonov, li hanno legati e li hanno portati via. «Quando mio figlio più piccolo chiese di non portare via il nonno e il padre, i soldati risposero che “avrebbero giocato alla guerra e poi li avrebbero restituiti”», racconta la figlia Maria. Durante la prigionia hanno subito torture con elettroshock, pestaggi e minacce di esecuzione. Sizonov è stato liberato dopo tredici giorni. Bondarenko invece è stato perseguitato dalle autorità russe anche dopo il rilascio: interrogatori continui, intimidazioni, accuse costruite ad arte. Nel maggio 2024 è stato rapito di nuovo vicino casa. Per settimane la famiglia non ha saputo dove fosse. Poi dai canali russi è emerso che era detenuto a Melitopol, con accuse di sabotaggio. Secondo il Crimean Tatar Resource Center, Bondarenko sarebbe stato torturato per costringerlo a confessare attentati contro infrastrutture energetiche e collaborazione con il battaglione Azov. A dicembre 2024 è stato condannato a ventidue anni di carcere. «Io stesso so cosa significa essere prigioniero, dove non esiste alcuna legge», scrive oggi Sizonov nell’appello per la liberazione del suocero. «La prigionia uccide ogni giorno».

Poi c’è il caso di Oleh Shevandin, catturato nel territorio occupato del Donbas nel 2015 a causa della sua attiva posizione civica e professionale. La moglie Larisa non lo vede da undici anni. Era un atleta e presidente di un’associazione di arti marziali a Debaltseve – ha guidato la Federazione di Kung Fu della regione di Donetsk. Alcuni armati lo fermarono per strada, gli misero un sacco sulla testa e lo portarono via. Da allora è detenuto in Russia senza accuse formali certe. «Dicono che ogni giorno in prigione sia un inferno», ha raccontato la moglie a Deutsche Welle. «Ma bisogna moltiplicarlo per 365, e poi ancora per undici». Dopo la sua cattura, Oleh è stato trasferito in Russia, dove è ancora detenuto.

In molti casi le famiglie viaggiano tra tribunali, associazioni e organizzazioni internazionali nel tentativo di mantenere vivi i nomi dei loro parenti nello spazio pubblico. «Noi familiari cerchiamo ogni possibile modo per attirare l’attenzione pubblica su questo problema», ci dice ancora Tetiana Zelena. «Il governo ucraino e il Coordinamento per i negoziati ci chiedono di parlare pubblicamente di questi casi e sostenere iniziative che possano aumentare la pressione politica».

Negli ultimi mesi sono nate campagne di patrocinio politico in diversi Paesi europei. In Francia circa duecento civili ucraini detenuti illegalmente dalla Russia sono stati “adottati” simbolicamente da comuni e municipalità che mantengono i contatti con le famiglie, scrivono lettere ufficiali e cercano di tenere alta l’attenzione mediatica. In Italia si stanno muovendo alcune amministrazioni locali, come Torino e la Regione Toscana, con iniziative dedicate ai civili detenuti e ai bambini deportati dai territori occupati.

Per molte famiglie la visibilità è diventata una forma minima di protezione fisica. L’idea è semplice è che una persona di cui si parla pubblicamente è più difficile da torturare, far sparire o lasciare morire nel silenzio.

Negli ultimi anni le organizzazioni ucraine hanno raccolto centinaia di testimonianze su torture, isolamento prolungato, confessioni estorte e trasferimenti continui tra carceri russe. Secondo le Nazioni Unite, sia i prigionieri di guerra sia i civili detenuti nei territori occupati sarebbero sottoposti sistematicamente a violenze e maltrattamenti.

Il sistema dei trasferimenti è uno degli aspetti più opachi. I detenuti vengono spostati continuamente tra Crimea occupata e Russia continentale. E ogni trasferimento indebolisce i contatti con le famiglie e rende più difficile monitorare le condizioni di detenzione.

L’obiettivo, però, sembra andare oltre la singola condanna. La detenzione dei civili è anche uno strumento di controllo politico dei territori occupati. Serve a smantellare qualsiasi potenziale rete sociale o identitaria ucraina. Per questo Tetiana Zelena continua a parlare pubblicamente del fratello. E probabilmente continuerà anche se un giorno dovesse tornare libero.

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