I ghiacciai di pietra e neri stanno diventando rifugi per la biodiversità delle Alpi

27 Luglio 2026 - 17:05
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I ghiacciai di pietra e neri stanno diventando rifugi per la biodiversità delle Alpi

La Carovana delle Alpi di Legambiente c’informa che negli ultimi 60 anni abbiamo già perso un’area glaciale di oltre 170 kmq, pari alla superficie del Lago di Como o l’equivalente di quasi 24mila campi da calcio. La colpa è sempre dell’effetto serra scatenato dall’impiego di combustibili fossili, come gas e petrolio: a rimetterci c’è in prima fila la specie umana – il nord Italia sta attraversando una nuova fase siccitosa, a partire dal bacino del Po dove ormai si prega per invocare l’arrivo della pioggia – e insieme alla nostra anche molte altre specie viventi, che del riscaldamento globale non hanno alcuna colpa.

È in questo contesto critico che, però, il ghiaccio ha trovato anfratti dove riesce a resistere più a lungo all’aumento delle temperature: sotto una coltre di rocce e detriti. Qui conserva così piccoli ambienti freddi e umidi che possono offrire riparo a una parte della biodiversità alpina sfavorita dalla crisi climatica.

È quanto emerge da uno studio dell’Università Statale di Milano e del MUSE–Museo delle Scienze di Trento, pubblicato sulla rivista scientifica Ecography. Per la prima volta su scala alpina italiana, la ricerca documenta il ruolo di rifugio climatico svolto dalle aree caratterizzate dalla presenza di ghiaccio sepolto.

Si tratta in particolare dei ghiacciai di pietra, o rock glaciers, nei quali il ghiaccio occupa gli interstizi tra le rocce, e dei ghiacciai neri, i debris-covered glaciers, ricoperti per gran parte della loro superficie da detriti rocciosi. Questa copertura agisce come una sorta di isolante termico: rallenta la fusione del ghiaccio e mantiene temperature più basse e una maggiore umidità rispetto agli ambienti circostanti.

Per misurarne gli effetti sugli ecosistemi d’alta quota, i ricercatori hanno lavorato nell’arco di 13 anni in 471 punti distribuiti lungo le Alpi italiane, analizzando complessivamente 209 specie di piante vascolari e artropodi. Tra questi ultimi figurano coleotteri carabidi e ragni, scelti come organismi sentinella per valutare gli effetti del riscaldamento globale sugli ecosistemi montani.

I risultati distinguono tra specie “vincitrici”, capaci di beneficiare delle nuove condizioni climatiche, specie neutrali, in grado di tollerarle, e 43 specie “perdenti”, per le quali l’aumento delle temperature rappresenta invece un fattore sfavorevole, in grado di comprometterne la sopravvivenza.

Per il 21% di queste 43 specie, però, la presenza del ghiaccio sepolto attenua in modo significativo gli effetti negativi del riscaldamento. Sono quelle che i ricercatori definiscono buffered losers: specie penalizzate dall’aumento delle temperature, ma capaci di persistere localmente grazie alla funzione di mitigazione esercitata dai ghiacciai di pietra e dai ghiacciai neri.

Non si tratta dunque di un rifugio efficace per tutta la biodiversità alpina. L’effetto protettivo risulta particolarmente evidente per i coleotteri carabidi, mentre non è stato rilevato nei ragni, per i quali resta elevato il rischio di estinzione associato alla crescita delle temperature.

«I risultati mostrano che i ghiacciai di pietra e i ghiacciai neri non sono soltanto forme del paesaggio di interesse geomorfologico o glaciologico, ma sono importanti per la conservazione della biodiversità d’alta quota», spiega Barbara Valle, ricercatrice dei dipartimenti di Scienze e Politiche ambientali e di Bioscienze dell’Università Statale di Milano e corresponding author dello studio.

Individuare questi rifugi climatici significa adesso comprendere dove la biodiversità legata agli ambienti freddi abbia maggiori possibilità di resistere, mentre il riscaldamento globale trasforma rapidamente gli ecosistemi alpini.

«Il cambiamento climatico in atto richiede l’incremento di studi funzionali a comprendere il destino della biodiversità legata agli ambienti freddi, come quelli d’alta quota e glaciali – conclude Mauro Gobbi, ecologo e ricercatore del MUSE e autore del lavoro – L’identificazione e la mappatura delle aree di rifugio per questa biodiversità esclusiva sarà la sfida scientifica che vedrà impegnati ecologi, botanici e zoologi nei prossimi anni».

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