Il nulla della visita romana di Rubio è la conferma dell’irrilevanza italiana

Niente di nuovo sul fronte occidentale: la visita di Marco Rubio non sembra aver ricucit alcunché con Roma. Per la semplice ragione che in questa fase agli Stati Uniti dell’Italia interessa poco o nulla, e non è certo Giorgia Meloni a fargli cambiare idea.
Un faccia a faccia che non è servito a niente. La premier lo ha definito «un incontro franco e costruttivo», che era la classica formula degli incontri tra partiti comunisti in lotta tra di loro. Il fatto è che la presidente del Consiglio ha subito i durissimi colpi del caporione della Casa Bianca ed è ancora ammaccata, e forse anche sollevata, ma certamente incapace di imbastire una reazione.
Meloni non ha il coraggio di mettersi davvero contro l’imperatore americano né vuole rientrare nelle sue grazie: di qui un surplace senza un senso chiaro. D’altronde gli americani sanno benissimo che Meloni è molto in difficoltà sul piano interno, il che inevitabilmente la indebolisce sulla scena internazionale, e che malgrado le sue girandole di incontri e di viaggi all’estero, non porta a casa nulla di concreto. Esattamente come in politica interna, sicché il grigiore sovrasta entrambi i piani.
Rubio ha detto quello che doveva dire, ha amministrato l’ordinario. Teorizzando tra l’altro che alla fine chi decide è Donald Trump, ragione per cui lui non è in grado di prendere impegni, per esempio sulla questione delle ritiro delle truppe americane dall’Europa.
Non una parola non diciamo di scuse ma neppure di disgelo sul furibondo attacco del presidente alla premier italiana, a conferma che Giorgia non è stata perdonata. Anzi, l’Italia è gentilmente invitata a fare di più sul Libano, grazie.
Probabilmente, nel confronto a due, lei avrà ascoltato molto e detto poco. In effetti o prendi una posizione netta o non ti resta che menare il can per l’aria. Eppure un’occasione ci sarebbe stata. La guerra con l’Iran, la destabilizzazione del Medio Oriente, il rischio di un conflitto fuori controllo: temi enormi, sui quali un Paese fondatore dell’Europa avrebbe il dovere di esprimere una linea chiara.
Invece l’Italia resta impigliata in formule opache, in quel «non condivido e non condanno» che non è una posizione politica, ma una pilatesca nota a margine. E dunque per Trump l’Italia non è tra i cattivi come la Spagna, ma nemmeno tra i buoni come si attendeva lui.
La presidente del Consiglio è bloccata in questo purgatorio per nulla piacevole. Dietro le solite frasi di circostanza, l’incontro tra Rubio e Meloni è insomma la fotografia di un’irrilevanza della politica estera italiana, un’irrilevanza che sta diventando inesistenza. È verosimile che il Segretario di Stato americano avesse chiaro che sarebbe andata così.
La visita a Roma era importante per il faccia a faccia con Papa Leone, non per quello con la premier Giorgia. L’impressione è esattamente speculare a quella dell’incontro con Meloni, nel senso che in Vaticano Rubio ha raccolto poco se non nulla.
Robert Francis Prevost parla da un altro piano, per cui a Trump, al mondo Maga, all’America muscolare e nazionalista, il Papa non ha nulla di particolare da concedere o da togliere: dice semplicemente ciò che dice al mondo intero: pace, giustizia, responsabilità, limite del potere. Per la sua funzione e per la sua personalità, non deve calibrare il suo messaggio sulla base di criteri politici.
Per questo è incomparabilmente più forte. La partita tra i due americani semplicemente non c’è e non ci può essere. Chissà se il cattolico Rubio lo avrà capito.
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