Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia che non si può aggirare

Lo Stretto di Hormuz è una striscia di mare lunga 33 miglia nautiche e larga, nel suo punto più stretto, 21. Ogni giorno vi transitano circa 21 milioni di barili di greggio e condensati e circa 6 miliardi di piedi cubi di gas naturale liquefatto: un quinto della domanda mondiale di petrolio e quasi un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto, secondo l’Energy Information Administration statunitense. Quando un comandante della Marina iraniana minaccia periodicamente di poterlo chiudere «in venti minuti», il prezzo del Brent reagisce in poche ore. La ragione è geografica: ognuno di quei ventuno milioni di barili dovrebbe trovare, per uscire dal Golfo Persico, una strada che passi altrove. E le strade alternative che esistono — al netto delle promesse — sono pochissime.

Le pipeline costruite per evitare lo stretto sono tre, in altrettanti Paesi diversi. La più antica e la più grande è la Petroline saudita. In funzione dal 1981, è una doppia linea di acciaio che taglia in diagonale il deserto del Najd dalla costa orientale a quella occidentale del Ppaese: parte da Abqaiq, dove Saudi Aramco lavora il greggio del bacino di Ghawar, e arriva a Yanbu sul Mar Rosso, 1.100 chilometri più in là. Capacità nominale 5 milioni di barili al giorno; 7 dopo l’upgrade del 2019. È un tubo che, in linea di principio, potrebbe muovere da solo tutto il greggio che la Francia consuma in un anno. La seconda è la Habshan-Fujairah, o Adcop, costruita dagli Emirati Arabi Uniti nel 2012. Trecentottanta chilometri da Abu Dhabi al porto di Fujairah, che è dall’altra parte dei monti Hajar e affaccia direttamente sul Mar di Oman. Capacità nominale: 1,5 milioni di barili al giorno. La terza è la Goreh-Jask iraniana, 1.000 chilometri inaugurati nel luglio del 2021 dopo decenni di rinvii: porta il greggio dei giacimenti centro-meridionali iraniani al terminale di Jask, anch’esso sul Mar di Oman. Capacità nominale: un milione di barili al giorno.

Sommando le capacità nominali, in linea di principio 9 milioni di barili al giorno potrebbero uscire dal Golfo senza passare per Hormuz. Sembra molto. Non lo è: la differenza fra capacità nominale e operativa, in queste infrastrutture, è strutturale. La Petroline viaggia tipicamente sui 2-3 milioni di barili perché Yanbu è dimensionata per certi tipi di greggio. La Adcop movimenta circa 6-800.000 barili: Adnoc mantiene molti export attraverso i terminali interni del Golfo, economicamente più convenienti. La Goreh-Jask viaggia sui 250-400.000: l’infrastruttura a valle non è completa e l’Iran sotto sanzioni esporta meno di un terzo della propria capacità teorica. La Kirkuk-Ceyhan irachena è ferma da marzo 2023 a seguito di un arbitrato della Camera di Commercio Internazionale fra Bagdad e Ankara. Sommando le cifre operative, il bypass «vero», quello attivabile domani mattina, è circa 3-4 milioni di barili al giorno. Il grafico in figura 2 racconta in scala l’asimmetria che ne risulta.

Questa asimmetria si vede anche nei dati. OGIM, il database aperto del Rocky Mountain Institute/Climate TRACE, raccoglie su scala globale circa cinque milioni di asset oil & gas geolocalizzati (pozzi, raffinerie, terminali, piattaforme, pipeline) derivati da agenzie nazionali, operatori, e detection satellitari come VIIRS Nightfire della NOAA. Filtrandolo sull’area del Golfo Persico, il quadro è netto.

Il dato più sorprendente è quello del gas. Tutti i 17 treni di liquefazione di Ras Laffan in Qatar (il più grande complesso gas naturale liquefatto del pianeta, che da solo esporta poco meno del venti globale) sono dentro Hormuz. Senza eccezione. Anche il gas che esce dai grandi giacimenti condivisi di South Pars e North Field, e che alimenta metà del mercato naturale liquefatto globale, deve passare per lo stretto.
Le ragioni storiche per cui la geografia del bypass non si è ampliata sono note. Il Qatar ha esplorato a lungo l’idea di una pipeline transcontinentale verso il Mar Rosso o il Mediterraneo via Siria-Turchia, ma la crisi del Golfo del 2017 ha congelato per anni qualunque cooperazione infrastrutturale fra GCC. La riconciliazione di al-ʿUlā nel 2021 ha riaperto la diplomazia, ma non si è ancora tradotta in cantieri. L’Arabia Saudita progetta una nuova «Persian Gulf Bypass» da 2.740 chilometri (OGIM la registra in stato di permitting), ma senza scadenza ufficiale di entrata in servizio.
L’architettura energetica del Golfo, costruita pezzo dopo pezzo nel mezzo secolo successivo alla nazionalizzazione dei giacimenti, è strutturalmente sbilanciata. Riflette un’epoca, gli anni Sessanta e Settanta, in cui Hormuz non era percepito come un rischio sistemico, e in cui qualunque investitore preferiva attestarsi in acque calme dentro il Golfo che esporsi al Mar di Oman. Quella scommessa di lungo periodo lascia oggi all’economia mondiale un’esposizione enorme a un singolo punto di passaggio: se Hormuz si chiude, quattro quinti del petrolio del Golfo si fermano. E i satelliti, che continuano a vedere ogni giorno le code di petroliere fuori da Ras Tanura, Kharg, Mina Al Ahmadi, lo osservano in tempo reale.
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