Il paradosso del Portogallo: una Nazionale rimasta ostaggio del mito Cristiano Ronaldo e di un ct mediocre come Martinez
L'analisi del clamoroso flop di una delle grandi favorite alla vittoria finale
Ci sono campioni che trascendono il tempo. E poi arriva il momento in cui anche i più grandi devono accettare che il tempo, semplicemente, li ha raggiunti. Il Mondiale del Portogallo è stato soprattutto questo: il racconto di una squadra che non è riuscita a liberarsi dal peso del proprio mito. Cristiano Ronaldo, in questo torneo, è stato il problema. Non una delle cause, ma la causa principale. Per 441 minuti sui 450 complessivi è rimasto in campo, imponendo una centralità che il suo rendimento non giustificava più. Il punto non è discutere la sua carriera, né la sua grandezza, ormai scolpita nella storia del calcio. Il punto è avere l'onestà di giudicare il presente. E il presente racconta di un giocatore che, invece di elevare il Portogallo, ne ha finito per limitarne il potenziale.
TROPPO INGOMBRANTE
Il paradosso è che il problema non è stato soltanto tecnico. È stato soprattutto umano. Perché a un certo punto della carriera i fuoriclasse sono chiamati all'ultima dimostrazione di grandezza: capire quando fare un passo indietro. Ronaldo avrebbe dovuto essere il primo ad accettare un ruolo diverso, quello del comprimario di lusso, dell'uomo capace di incidere a partita in corso, del leader disposto a mettere il gruppo davanti al proprio ego. Sarebbe stato il gesto più difficile, ma anche il più nobile. È successo l'opposto. La sua personalità è rimasta ingombrante, la sua figura troppo pesante per consentire al Portogallo di emanciparsi. E quando un personaggio di quella statura continua a reclamare il centro della scena, inevitabilmente finisce per condizionare tutto: le gerarchie, le scelte dell'allenatore, persino la libertà dei compagni.
GONCALO RAMOS LA PRIMA VITTIMA
La vittima più evidente è stata Gonçalo Ramos. Il Portogallo aveva già in casa il centravanti del presente, ma non ha avuto il coraggio di affidargli davvero l'attacco. Eppure i numeri parlano da soli: considerando i calciatori con almeno 150 minuti giocati ai Mondiali, Ramos possiede il sesto miglior rapporto minuti-gol nella storia della competizione, con quattro reti in appena 187 minuti, una ogni 47 (dati Opta). Una statistica che basta, da sola, a raccontare l'enorme occasione perduta. Ramos offriva profondità, mobilità, intensità, pressione. Tutto ciò che questa versione di Ronaldo non era più in grado di garantire. Ma il Portogallo ha continuato a ruotare attorno al proprio monumento invece che attorno al proprio centravanti più funzionale. È stata una scelta emotiva prima ancora che tecnica.
LE COLPE DEL CT MARTINEZ
Ed è qui che le responsabilità di Roberto Martínez diventano persino più pesanti di quelle del suo capitano. Perché un campione può faticare ad accettare il tramonto; un commissario tecnico, invece, ha il dovere di prendere decisioni impopolari. Martínez non lo ha fatto. Non ha avuto spalle sufficientemente larghe per spiegare che il Portogallo aveva bisogno di altro, non ha avuto l'autorevolezza per sottrarre Ronaldo a una centralità che stava danneggiando la squadra. Ha scelto il compromesso, quando serviva una scelta. Ha gestito Ronaldo come un simbolo intoccabile anziché come un calciatore da valutare esclusivamente per ciò che poteva ancora dare in campo. E questa è stata la sua più grande colpa.
IL MONDIALE DEI RIMPIANTI
Anche i risultati raccontano la stessa storia. Il Portogallo ha battuto la Croazia soltanto dopo l'uscita di Ronaldo. Ha pareggiato contro Congo e Colombia. Ha perso con la Spagna. Troppo poco per una nazionale che, per qualità e profondità dell'organico, poteva legittimamente ambire a ben altro. Questo Mondiale lascia soprattutto un rimpianto. Perché il Portogallo aveva talento in ogni reparto, idee, ricambi, una nuova generazione pronta a raccogliere il testimone. Gli è mancato il coraggio di accompagnare quel passaggio. Le grandi squadre diventano tali quando nessun nome è più importante della squadra stessa.
OSTAGGI DEL PASSATO
Il Portogallo, invece, è rimasto ostaggio del proprio passato. Ronaldo avrebbe dovuto capirlo per primo. Martínez avrebbe dovuto imporglielo. Nessuno dei due lo ha fatto. E una nazionale costruita per sognare ha finito per trascinarsi dietro il peso della sua leggenda, trasformando il proprio giocatore più iconico nella zavorra che non ha mai avuto il coraggio di lasciare in porto.
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