Guerra Iran-Usa, ma chi sono davvero i vincitori? L’analisi
Il concetto di vittoria militare, nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, è mutato. Un cambiamento avvenuto all’insaputa dei popoli occidentali che democraticamente votano i propri rappresentanti. Uno degli ultimi presidenti “generali” americani, Eisenhower, nel suo discorso di commiato avvertì i cittadini americani che il complesso industriale-militare, se non monitorato, avrebbe preso il potere e influenzato massicciamente la politica estera americana. Considerando il numero di azioni di politica estera americana dalla dipartita di Ike, è probabile che il vecchio generale avesse ragione. Ma vincere una guerra è ancora vitale per gli interessi delle leadership americane e delle entità che le supportano (think tank, PAC e aziende). Egualmente, un Iran martoriato da massicci bombardamenti si può considerare vincente? Facciamo due conti.
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La Persia è la tomba degli eserciti, come l’Afghanistan?
Una delle prime missioni occidentali in Persia risale al 400 avanti Cristo (circa), quando 10.000 mercenari greci vennero arruolati nei ranghi di un giovane Ciro, secondo figlio del re di Persia, che voleva fare un colpo di Stato e deporre il fratello maggiore Artaserse II. Allora l’Occidente (diciamo le colonie greche) non era ancora il primario attore nel cambiamento delle leadership medio-orientali o centro-asiatiche, al più un ottimo bacino di carne da elefante (calpestabile, per dirla semplicemente). Il progetto fallì con la morte di Ciro nella battaglia di Cunassa (vicino alla moderna Baghdad). I 10.000 mercenari, fanteria pesante e leggera, dovettero tornare a piedi per oltre 1.500 miglia, fino a territori amici presso le colonie greche affacciate sul Mar Nero. Un attacco diretto, militare ed esterno alla Persia, oggi Iran, non risulta abbia mai avuto successo nel rimuovere la leadership dell’impero (oggi Repubblica iraniana).
Lo sperimentarono fallendo l’Impero romano, l’Impero russo, quello inglese e, in tempi recenti, gli USA sotto la leadership di Trump. Storicamente, l’Iran è cambiato sempre e solo grazie a mutamenti interni della società, eventualmente caldeggiati e/o sostenuti da potenze straniere. In epoca moderna, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ci sono stati alcuni cambiamenti di potere in Iran. Dall’epurazione di Mossadeq, primo ministro iraniano inviso agli anglo-americani dopo aver nazionalizzato i giacimenti petroliferi, al successivo Pahlavi, instaurato dagli americani e dagli inglesi al posto di Mossadeq, sino alla presa di potere del chierico islamico Khomeini.
Da allora la Repubblica iraniana ha vissuto decenni di stabilità, accrescendo tuttavia l’ostilità contro USA e Israele. Nel tempo sono aumentate le condanne occidentali e gli embargo commerciali in differenti categorie di prodotti e servizi. Dopo alcuni mesi di confronto diretto, Trump sembra essere giunto a considerare un approccio più morbido. In madrepatria il presidente viene criticato sia dal suo partito sia dai Democratici. In apparenza, i termini del memorandum firmato di recente sembrano indicare una guerra persa. A rischio di sbagliarsi, lo scrivente ritiene che Trump sia il presidente americano che più si sta avvicinando a una vittoria, certo Israele permettendo.
Un mondo multipolare si dispiega
Nell’ultimo decennio vi sono alcuni fattori che hanno interessato gli Stati Uniti e, per estensione, gli alleati occidentali, primi tra tutti l’Europa. Primo tra tutti la contrazione del dollaro come moneta di riserva. Quando Nixon sganciò il dollaro dall’oro, a seguito della guerra del Vietnam e della necessità di creare moneta cartacea per coprire le spese del conflitto, gli USA trovarono una nuova ancora per la loro moneta con il petrolio saudita.
Da allora il dollaro divenne sempre più la moneta con cui pagare le materie prime. Un passaggio fondamentale per rendere gli Stati Uniti i prestatori di ultima istanza. Già nel 2023 la Yellen, segretaria del tesoro dichiarò che «Nel tempo dobbiamo aspettarci una crescita graduale della quota di altre attività nelle riserve detenute dai Paesi: è un naturale desiderio di diversificare», ha affermato. «Ma il dollaro resta, di gran lunga, la principale valuta di riserva.» Secondo Eurizon SLJ Asset Management, lo status del dollaro come valuta di riserva preferita ha subito un brusco ridimensionamento nel 2022, sebbene il suo ruolo dominante nel commercio internazionale resti indiscusso.
In una nota pubblicata, gli strateghi Joana Freire e Stephen Jen hanno calcolato che il biglietto verde rappresentava circa i due terzi delle riserve valutarie mondiali nel 2003, una quota scesa al 55% nel 2021 e ulteriormente al 47% nel 2022. Per quanto questo fenomeno non sia irreversibile, traccia un trend in sviluppo che vedrà altre monete divenire più presenti nel paniere delle riserve monetarie del resto delle nazioni del mondo.
Allo stesso modo, gli Stati Uniti sembrano, specialmente con la dottrina Trump, in fase di riposizionamento nello scacchiere del potere. Dalla Pax Americana, ufficiosamente iniziata dopo la fine della Guerra fredda, a un mondo multipolare dove altri attori definiscono i propri confini e le proprie aree di influenza: Russia, Cina e un’emergente India. A questi si associano potenze regionali come Arabia Saudita, lo stesso Iran, India, Nigeria, Brasile ed Europa.
Una nuova vita per il dollaro?
Nel precedente periodo di Pax Americana il dollaro, grazie al rapporto Arabia Saudita-USA, è divenuto la moneta accettata ovunque per i pagamenti delle materie prime. Ma nel nuovo mondo sono differenti le nazioni che comprano e vendono materie prime pagandole in yuan, euro, oro e rubli. Quale potrebbe essere la soluzione di Trump, e dei suoi strateghi, per mantenere una posizione forte per il dollaro nel momento in cui questa moneta viene sempre meno utilizzata negli scambi commerciali?
Per quanto la discussione che segue sia una teoria dello scrivente, sempre più nell’ultimo anno tale riflessione ha trovato molteplici conferme. Una soluzione plausibile è per gli USA entrare direttamente nel sistema economico-finanziario di nazioni le cui entrate economiche sono primariamente legate alle materie prime, in particolare quelle energetiche: petrolio e gas. Le tre nazioni potenzialmente bersaglio di questa strategia di Trump si possono già ora osservare: Venezuela, Iran e Russia.
In Venezuela le operazioni di rimozione della leadership di Maduro sono state veloci, sostanzialmente economiche (rispetto a politiche di cambio di governo dell’era Bush e Obama) ed efficaci. Terminata la transizione, l’attuale leadership della vicepresidente oggi accetta che aziende legate all’industria energetica entrino nella nazione per ampliarne e ammodernarne sia gli impianti sia la rete di distribuzione. In Russia la discussione diviene più complessa, soprattutto dato che Trump non ha iniziato nessun conflitto.
Tuttavia, anche in questo caso, l’interesse di Trump per i giacimenti di Yamal, da cui proveniva il gas per l’Europa oggi destinato (via Nord Stream 2) alla Cina, si concretizza in un progetto di oltre 12 trilioni di dollari per lo sviluppo congiunto di questi siti. A dichiararlo è stato l’Economist, riportando un’affermazione di Zelensky che denunciava questo patto come un accordo il cui prezzo finale sarebbe stato il disinteresse degli USA sulla questione ucraina, a vantaggio di Putin. L’Iran ha sviluppato negli anni ottimi rapporti commerciali con la Cina.
Nel 2021 la Cina ha stanziato 400 miliardi di dollari per supportare lo sviluppo di infrastrutture legate al settore energetico.
L’Iran è oggi un membro dei BRICS e, insieme all’Arabia Saudita, ha come primo compratore il Dragone. Anche in questo caso il commercio con il Medio Oriente avviene evitando il dollaro e preferendo altri sistemi di pagamento e monete. L’attuale memorandum in discussione include, tra i punti salienti, lo sblocco dei capitali iraniani presso gli Stati Uniti e un supporto economico di circa 300 miliardi di dollari. Questo ammontare, in verità, sarebbe prestato all’Iran per acquistare derrate alimentari e farmaci dal mercato americano, di fatto uno stimolo al sistema produttivo americano e un’opportunità per mantenere il dollaro come moneta legata al commercio.
USA: il partner commerciale che non ti aspetti
Se gli Stati Uniti divengono partner commerciali e industriali di alcune delle più grandi potenze nel mondo delle materie prime, esiste uno scenario plausibile dove il tipo di moneta utilizzato per pagare le materie prime diviene meno rilevante. Specificamente, dal momento che gli USA e le aziende di riferimento, campioni negli Stati Uniti, diventassero partner nei comparti estrattivi, infrastrutturali e di trasporto, la moneta con cui vengono remunerate le materie prime e le opere annesse potrebbe essere qualunque. Per quanto questa tesi risulti ancora in divenire, già ora appaiono delle iniziali conferme.
In Venezuela sono numerose le aziende americane che stanno insediandosi. Chevron ha raggiunto un accordo a metà aprile con la compagnia statale venezuelana Petróleos de Venezuela (PDVSA)per aumentare la produzione di greggio pesante nella ricca regione petrolifera della Fascia dell’Orinoco. ExxonMobil sta lavorando alla firma di un accordo storico che permetterebbe il suo ritorno in Venezuela.
All’inizio dell’anno il governo venezuelano aveva approvato una legge che concedeva alle società straniere maggiore controllo sui progetti petroliferi. Mentre i progetti con la Russia implicano uno scambio tra Putin e Trump, idealmente un vantaggio sui territori ucraini occupati, l’Iran appare essere il secondo candidato per questo nuovo progetto trumpiano.
Ovviamente molto dipenderà dalle scelte del governo iraniano che, al momento, vede un conflitto interno tra i Guardiani della Rivoluzione, che ambiscono a mantenere una posizione intransigente, e la Guida Suprema e il presidente iraniano, che hanno una visione più inclusiva con l’ambizione di aprire l’Iran al “diavolo americano” in cambio di un ingente supporto economico di cui l’economia iraniana ha bisogno. Per quanto la vittoria militare sia sempre stata il parametro di riferimento per i cittadini americani, una vittoria economica e strategica di lungo periodo, e un riposizionamento degli gli Stati Uniti, potrebbero essere l’inizio di un mondo multipolare equilibrato. Israele permettendo, si intende.
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