Il rischio politico dei continui appelli dei costituzionalisti contro le riforme

01 Ottobre 2026 - 10:20
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Il rischio politico dei continui appelli dei costituzionalisti contro le riforme

Durante l’audizione presso la Commissione affari costituzionali del Senato, ho appreso direttamente dall’intervento di Roberto Zaccaria che era stato redatto e sottoscritto l’ennesimo appello di alcuni costituzionalisti contro una riforma o una legge voluta dalla maggioranza in Parlamento. In questo caso si trattava della nuova legge elettorale. In questi giorni abbiamo letto sulla stampa le riflessioni di alcuni colleghi che distinguono, come Gustavo Zagrebelsky, quelli che sarebbero i veri costituzionalisti, capaci di comprendere lo spirito della Carta, dai più mediocri costituzionisti, che ne studiano la mera meccanica giuridica senza davvero identificarsi in essa. È una distinzione figlia di quel linguaggio elitista tipico di una parte della nostra comunità scientifica, che molto si preoccupa del pluralismo nelle leggi elettorali e, al tempo stesso, non si preoccupa di bollare i colleghi discordanti come falsi profeti.

Da ultimo, lo stesso Zaccaria ci dice che «un gruppo di giuristi» intende «ricreare lo spirito del referendum» (immagino sulla separazione delle carriere). Come? Semplice: portando davanti a decine di tribunali la richiesta di sollevare la questione di legittimità della nuova legge innanzi alla Corte costituzionale. Un appello con una sorta di valore aggiunto, che supera la mera garanzia dei diritti e sembra usato per creare, tra politica, accademia e magistratura, un contropotere alle decisioni del Parlamento.

Penso, con estrema serenità, che quest’uso degli appelli sia davvero controproducente per tutti noi costituzionalisti. La prima ragione è che si ricorre a essi non per esprimere un giudizio positivo o negativo su una riforma, ma per pronunciare un «giudizio anticipato di costituzionalità» delle norme in corso di esame, anche quando si tratta di previsioni caratterizzate da un alto tasso di discrezionalità politica. Come ha ben colto Tommaso Edoardo Frosini, la Repubblica prevede l’esistenza della Corte costituzionale e non della «Corte dei costituzionalisti». Appare estraneo al nostro compito fornire un sicuro giudizio predittivo rispetto a un organo che, grazie al cielo, è composto anche da «non costituzionalisti», tra i professori, i magistrati e gli avvocati che ne fanno parte.

Possiamo dare indicazioni che, nel mare del dubbio in cui naviga la conoscenza, fungano da punti di riferimento per la decisione politica, ma niente di più. Non siamo neppure – grazie al cielo – i filosofi che si fanno legislatori, come vorrebbe il Platone totalitario di Karl Popper.

C’è poi un’altra ragione che sconsiglia l’appellite. La Corte ha dimostrato negli anni di possedere un’adeguata autonomia rispetto alla riflessione dottrinaria, anche se talvolta ne ha fatte proprie le considerazioni, sia quelle più diffuse sia quelle più innovative. Peraltro, sul versante opposto, non sono mancate le critiche degli studiosi a decisioni che – secondo alcuni di noi – non percorrevano al meglio le tortuose vie dell’argomentazione giuridica e dell’esegesi multilivello delle norme.

Basterebbe ciò, ma c’è dell’altro. Riguarda il contesto e la categoria dei sottoscrittori degli appelli che, in genere, appartengono variamente al campo del No a qualcosa (rectius, a qualunque cosa). Non è solo il fatto che questi appelli si moltiplichino in particolare quando non governa il centrosinistra, al quale, nel corso della storia più recente, si sono perdonate responsabilità costituzionali che, con il centrodestra al governo, sono diventate invece ragioni sufficienti per chiedere più volte le dimissioni di ministri e presidenti del Consiglio.

Vi è anche un’altra questione: chi firma? Non esistendo un albo dei costituzionalisti, come si raccolgono le adesioni e come se ne misura la rappresentatività rispetto alle opinioni di tutti i costituzionalisti? Siamo quasi quattrocento tra professori ordinari e associati in servizio nel settore del diritto costituzionale e pubblico, ma a essi andrebbero aggiunti molti di quelli (anch’essi poco meno di quattrocento) del settore attiguo del diritto amministrativo e pubblico, oltre ai tanti studiosi di diritto costituzionale comparato. Già sulla base di questi numeri si capisce che un appello di un centinaio di persone non è, di fatto, rappresentativo, ma neppure può esserlo, per come è stato pensato.

Se poi guardiamo qualche specifico appello, scopriamo che ci sono anche moltissimi colleghi firmatari che non sono più in ruolo (sono in pensione), nonché alcuni che non sono professori di diritto costituzionale; c’è anche qualche ricercatore (che per me fa parte a pieno titolo della categoria!). I colleghi non più in ruolo sono un patrimonio straordinario e irrinunciabile di dottrina e scienza, ovviamente, così come lo sono i ricercatori, spesso più affamati di curiosità di altri studiosi più maturi che hanno tirato i remi in barca; ma, se dovessimo contare queste due categorie, aumenterebbe il carattere minoritario di appelli che pure certa stampa semplifica con la formula: «i costituzionalisti sono contro».

La categoria, per fortuna, è troppo varia e plurale per essere oggetto di una volgare reductio ad indicem. Lo è per età, estrazione culturale e sociale, politica e istituzionale. È difficile ricondurla a una lista piuttosto che a un’altra. Ed è inutile farlo se poi le adesioni e i loro numeri si misurano su questi parametri e circolano solamente tra certe mailing list e alcuni gruppi WhatsApp già selettivi.

Un altro aspetto negativo mi pare presente nell’appellismo. Intendo il rischio di vedere palesate, nero su bianco, unendo i puntini come nei giochi della Settimana Enigmistica, le assonanze tra i vari nomi per vicinanza culturale, di scuola, di gruppo o di altro tipo. Tanto più se, a firmare gli appelli contro ogni riforma, sono quasi sempre le stesse persone.

Vi è poi un punto al quale tengo molto: l’effetto degli appelli sugli studiosi più giovani. Come si può chiedere a un giovane di aderire o meno liberamente se poi deve fare carriera in accademia e rischia di incontrare qualcuno con cui è entrato in collisione per una posizione che, spesso, rischia di essere più politica che giuridica? Perché correre il rischio di far vivere i più giovani in un regime di adesione costante alle posizioni della scuola di riferimento? Certo, grazie ai molti maestri veri, il rischio di omologazione viene meno; ma allora perché avventurarsi su un terreno rischioso, che può produrre forme di ingessatura scientifica?

Chi scrive ha aderito all’appello per il Sì al referendum del 2016 come ultimo atto di rilievo, se interessa a qualcuno; per il resto, si è schierato pubblicamente su molte riforme, senza più sottoscrivere appelli collettivi su documenti tendenzialmente semplicistici. Quindi non condanno chi scrive e firma appelli, ma credo che sia utile una moratoria almeno fino al voto delle politiche del 2027. Una campagna elettorale che si annuncia polarizzata – con molti partiti radicalizzati in entrambe le coalizioni sulla carta più grandi – può fare ancora più male al costituzionalismo accademico.

Il rischio che intravedo è che gli appelli possano essere davvero riduttivi rispetto al grande patrimonio di pluralismo e libertà che la scienza giuridica regala alla Repubblica; e considero deprimente il loro uso politico per fornire patenti di costituzionalità a questa o a quella offerta politica. Non si può assegnare a una posizione scientifica una funzione di verità costituzionale e neppure morale, come talvolta sembra accadere. Noi non siamo la voce dei Costituenti ormai scomparsi, ai quali far dire ogni volta ciò che vorremmo avessero detto allora o che, peggio, indebitamente facciamo parlare su testi approvati decenni dopo la loro morte; non siamo neppure la voce anticipata della Corte costituzionale, che invece giudica liberamente, in scienza e coscienza, in ogni sua componente.

Come scrive Arturo Artom nel suo divertente libretto “La nuova intelligenza”, viviamo in un mondo della conoscenza del tutto nuovo, che alla funzione unica dell’accumulo e della gerarchia, tipica del Novecento, affianca un reverse mentoring nel quale i più giovani contribuiscono con intuizioni a rendere più utile la profondità dei più grandi, e viceversa. Oggi «nessuno possiede più da solo tutte le mappe del cambiamento» e «l’apprendimento si muove in una rete fatta di scambi continui tra chi porta memoria e ci contribuisce esplorando in più direzioni».

Gli appelli, soprattutto quelli contro, cioè quelli che dicono No a qualcosa che cambia la realtà normativa (i più gettonati in Italia per creare emergenze dove non ci sono), sembrano un retaggio della rigidità tipica del Novecento. Il costituzionalismo non merita di essere soffocato in queste liste, proprio per la sua funzione vitale – perché libera – di governare le resistenze della rigidità normativa insieme alle spinte che maturano dalle esigenze di innovazione in un mondo che si trasforma ogni giorno. Non foss’altro perché, se davvero un giorno fosse necessario fermare un cambiamento capace di travolgere la nostra democrazia liberale, non si dovrebbe parlare di quell’appello come dell’ennesima lista fatta dai costituzionalisti; se ne dovrebbe parlare, invece, proprio perché espressione di una mobilitazione che coinvolge settori diversi e plurali del nostro mondo. «Al lupo, al lupo», insomma, solo se il lupo è davvero davanti a noi, e non perché sia di una qualche utilità (politica) urlare continuamente all’esistenza di un pericolo.

Al posto del prossimo appello, allora, facciamo un bel convegno aperto (non a monotema), dove ci si confronti tutti, dai colleghi in pensione ai più giovani ricercatori e dottorandi. Chiudiamo le liste chiuse e apriamo i dibattiti aperti. Facciamoci vedere per come siamo davvero: liberi pensatori, non suddivisibili in un perenne gioco del Sì e del No, inevitabilmente semplicistico e dicotomico. Un gioco riduttivo sia per i testi di riforma che seguono un iter veloce e coerente, sia per quelli che danzano da una Camera all’altra, costringendo magari alcuni commentatori a dire tutto e il contrario di tutto a distanza di poche settimane. Certo, capisco che il desiderio di qualcuno di essere eletto al Csm o alla Corte costituzionale, o di diventare parlamentare tra pochi mesi, possa essere incontenibile, con tutte queste occasioni in arrivo.

Desiderio legittimo, figuriamoci, ma che dovrebbe essere coltivato senza rompere l’unità plurale di quella parte della classe dirigente nazionale – i costituzionalisti – che ha espresso amministratori locali e regionali, capi di governo, ministri e presidenti della Repubblica. E senza pretendere di appropriarsi della Costituzione che, almeno così insegniamo in aula, conta più dei nostri destini, di quelli di un qualunque partito e del suo leader pro tempore

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