Il processo all’allenatore di volley: “Mia figlia ha avuto coraggio e ha denunciato“

A volte, a quattordici anni, il trucco sulle labbra non serve a dimostrare di essere grandi, neppure se devi darti una specie di carica per affrontare un posto da adulti come il tribunale con le sue aule, le divise, il giudice con la toga.
Quanto doveva dimostrare, lei l’ha già fatto a tempo debito.
È la ragazzina che per prima ha denunciato gli abusi del suo allenatore. Al suo fianco oggi, martedì, c’era la mamma che appena fuori dal tribunale ha voluto dire la sua, che «non sarà mai abbastanza ma giustizia è fatta, che mia figlia è stata in gamba, è stata coraggiosa».
Come sta la ragazza? «Si sta riprendendo, sta meglio. Andiamo avanti»
Una tensione che si scioglie alla lettura del dispositivo; che è un primo grado, e da tale va trattato, un rito abbreviato che può venire impugnato e dunque vale certamente la presunzione di innocenza. Tuttavia l’indagine partita su episodi dell’autunno 2024 e sviluppatasi a cavallo con l’anno successivo, il 2025 e che ha portato all’arresto del coach 53enne, non sarebbe stata possibile da parte dei carabinieri se questa giovane non avesse trovato il coraggio non solo di denunciare, ma anche di «stare al gioco» di quell’uomo, così da permettere agli inquirenti di poter raccogliere elementi per incastrarlo.
Del resto, già nella fase della chiusura delle indagini e della conseguente emissione della misura cautelare, gli stessi carabinieri avevano fatto riferimento al coraggio dimostrato da questa ragazzina, dodicenne al momento dei fatti: «Il provvedimento promana da una delicata attività d’indagine avviata grazie alla coraggiosa denuncia di una delle minori coinvolte che, dopo essersi confidata con la madre, decideva di rivolgersi alla Stazione Carabinieri del territorio», spiegavano i militari del reparto operativo, nucleo investigativo di Varese.
«La giovane, appassionata di pallavolo e appartenente alla locale squadra, riferiva ai militari di essere stata oggetto di pesanti palpeggiamenti da parte del suo allenatore, in occasione dei consueti allenamenti o al termine di partite, allorquando si offriva di riaccompagnarla a casa. Gli accertamenti dei carabinieri hanno poi consentito di acquisire concreti riscontri in ordine a diversi episodi in cui l’uomo, nel corso degli allenamenti svolti nella palestra comunale, approfittando del suo ruolo, avrebbe toccato le giovani giocatrici, di età compresa tra i 13 ed i 16 anni, palpandole, in alcuni casi, anche nelle parti intime».
La condanna, pesante, è poi arrivata: 10 anni e mezzo. I presenti dopo la lettura della sentenza hanno subito fatto quadrato intorno alla ragazzina e sua mamma, che l’ha abbracciata, insieme al sindaco del paese e ad un assessore, pure loro padri di famiglia che non hanno mai fatto sentire sole le due donne, le hanno addirittura accompagnare in aula per assisterle anche durante la breve attesa della camera di consiglio.
Oltre alle richieste danni che sono state accolte sotto forma di provvisionale è stato disposto anche l’importo di 5 mila euro a testa per i genitori di due delle parti offese, in tutto 12. Una cifra che difficilmente potrà risarcire uno stato d’animo che, a detta dei legali delle parti offese, molte delle giovani ancora stanno vivendo.
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