Simonetta Agnello Hornby, e la principessa che non voleva pagare il conto

03 Agosto 2026 - 12:10
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Simonetta Agnello Hornby, e la principessa che non voleva pagare il conto

Il dizionario della lingua italiana De Mauro dedica mezza pagina alla parola “potere” che riassumo, nel significato principale: “Una facoltà, capacità, possibilità concreta di far qualcosa, di raggiungere uno scopo, di influire sul comportamento di altri influenzandone le opinioni, le decisioni e le azioni per ottenere totale dominio, autorità, supremazia”.

Dunque bisogna individuare i brutti tipi che vogliono potere su altri e cercare di persuaderli a cambiare, oppure bisogna assolutamente mantenerli a distanza.

Purtroppo il potere dà gioia a chi lo esercita e lo abusa, e crea ammirazione negli altri – inclusi coloro che sono stati traditi o umiliati.

I potenti sanno nascondere bene le loro malefatte attraverso la corruzione.

Gli uomini e le donne di potere esigono di essere considerati superiori dagli altri che devono accettare la loro posizione e obbedire ai loro ordini. E nei secoli ci sono riusciti, quasi sempre.

Gli europei sono andati oltre: la volontà di dominare gente della propria razza e di ampliare il loro dominio nel mondo, dopo la scoperta dell’America, ha fatto sì che negli ultimi cinque secoli sono diventati senza alcun dubbio i maggiori e più determinati conquistatori e colonizzatori del nostro pianeta.

Dopo la Seconda guerra mondiale e la sconfitta della Germania di Hitler e dell’Italia di Mussolini, nell’intero mondo occidentale e in Europa c’è stato un veloce ripensamento. La nascita dello Stato di Israele avvenne subito dopo, con supporto enorme dei Paesi vincenti, tra cui gli Stati Uniti d’America, che accolsero e curarono gli orfani di guerra, i trovatelli e i sopravvissuti in Europa. Il loro Piano Marshall del 1948 ufficialmente chiamato Piano per la ripresa europea (European Recovery Plan) è stato fondamentale nel riportare in piedi l’Europa con grande velocità.

Nel contempo, i britannici avevano aumentato l’assistenza ai nuovi stati indipendenti in Africa e in Asia, un tempo loro colonie e protettorati, aumentando i sussidi ai missionari e il supporto finanziario a tutto raggio.

Nel 1966 mio marito e io, pieni di sogni e di ottimismo, andammo a lavorare per due anni a Lusaka, la capitale dello Zambia – un nuovissimo stato africano ex colonia britannica nel centro dell’Africa, un tempo chiamata Rhodesia del Nord – con lo scopo di agevolare la crescita della nuova nazione indipendente e democratica.

Io trovai lavoro presso uno studio legale – mi occupavo del recupero dei crediti – mentre mio marito, un economista, lavorava presso il Ministero del Commercio e degli Affari Esteri – anni di speranza, di lavoro pesante ma soddisfacente, di crescita personale e professionale. I due popoli che si erano uniti per creare lo stato dello Zambia, i Bemba e i Lozi, andavano d’accordo e con il supporto delle Nazioni Unite e della Gran Bretagna, la giovane nazione emergente godette di un’ottima università con molti bravi docenti africani, soprattutto nigeriani. Le copper mines, le miniere del nord, resero ricco il Paese.

I ministri zambiani andavano spesso in Inghilterra per incontri con i loro colleghi britannici; spesso si fermavano a fare le compere da Harrods, il famoso department store londinese, che aveva dato a ciascuno di loro una credit card. Talvolta non pagavano quanto dovuto (o non riuscivano a pagare del tutto) per la merce comprata. E allora Harrods dava incarico allo studio legale presso cui lavoravo per il recupero del credito dovuto. Questo compito ricadde su di me. Non ricordo quante volte ho scritto lettere richiedendo il pagamento a ministri e personaggi politici zambiani, che in genere pagavano subito.

Tra questi, una non pagava mai. La principessa X, debitrice, spesso introvabile o ritardataria, era una nobildonna e Ministra degli Esteri; apparteneva alla casa reale dei Lozi. I miei colleghi zambiani dello studio legale mi consigliavano di non scriverle più e lasciare andare. Mi ricordavano che la principessa era una nobildonna colta, con una bella figliolanza, madre di vari figli, insomma un personaggio importante, e che il debito era di poche centinaia di sterline… Ma io insistevo, dovevo farlo, e facevo presente a loro che il nostro cliente era Harrods, che voleva esser pagato.

Scrissi una seconda lettera alla principessa. Ricordo gli sguardi severi dei miei colleghi; erano anche preoccupati, la principessa era una donna potente, poteva fare ben altro contro di noi…

Poi, dopo aver aspettato per due settimane una risposta, scrissi una terza lettera e non ne accennai ai colleghi.

Una mattina arrivai nel mio studio – come al solito vuoto – e trovai soltanto il mio collega preferito, un giovane avvocato zambiano. «Ti avviso, la principessa X mi ha fatto sapere che verrà questa mattina, per parlare con te da sola!

Ti prego di rispettarla, avrà dimenticato di saldare il conto di Harrods, è una donna coraggiosa e onesta…».

E mi lasciò, con uno sguardo ansioso – eravamo amici e lavoravamo bene insieme.

Il mio segretario, Nitanu, un bravo ragazzo di Ndola, la regione delle miniere, era silenzioso, pallido. «Trattala bene», disse, «è un brava persona. Magari falle pagare il dovuto a rate…».

Erano le dieci, della principessa nessuna traccia. I miei colleghi mi guardavano tutti seri e anche io divenni ansiosa.

Finalmente, la telefonata dalla centralinista: «Mi ha chiamato il portiere per avvertirti. La principessa X sta venendo, è già in ascensore». Rassettai la scrivania con cura e non ebbi il tempo di andare in bagno a ravviare i capelli quando arrivò lo squillo dalla reception: «Sta arrivando, accompagno io la principessa X».

Era una donna piccina e rotonda, dalla pelle scura e lucida – i capelli acconciati elegantemente in treccine incrociate. Indossava un tailleur grigio, con una bella spilla d’oro sul colletto. Nitanu le aveva aperto la porta e la principessa X era entrata veloce, poi s’era diretta verso di me, la mano tesa con la mia lettera aperta. M’ero alzata di scatto e m’ero mossa verso di lei: «È un onore conoscerla, principessa!», e accennai un inchino. «Si accomodi, principessa, cosa posso fare per lei?».

La principessa non mi degnò di risposta, ma fece cenno al mio impiegato di andarsene. Quello, obbedì, imbarazzato – avrebbe voluto essere presente al nostro “scontro”.

Eravamo in piedi, separate dalla mia scrivania. Lei sollevò la mia lettera di richiesta di pagamento. «L’ho letta! Lei sa che io sono membro della Camera dei Lord, e principessa?». E mi guardava, muta e furiosa. Poi riprese: «Una tale lettera non si manda a un principessa!». E la fece cadere sulla scrivania, proprio davanti a me.

Presi la lettera, e la poggiai sulla scrivania, silenziosa.

Poi la guardai negli occhi, e le parlai, la voce calma e bassa.

«Principessa, io sono Mrs Hornby. Lavoro qui da un anno. Dapprima vorrei dirle che sono onorata di conoscerla, una principessa vera e propria e inoltre membro del Governo dello Zambia! Ma Principessa, se deve pagare un debito con Harrods, deve farlo…».

«Ah!», disse lei, sorpresa dal mio accento certamente non British. «Lei non è inglese!».

«Esatto, sono siciliana, un’isola del Mar Mediterraneo, non lontana da Tunisi, che è stata colonia da circa duemila e quattrocento anni, dominata da secoli da gente di fuori, anche dagli Arabi, dagli Africani, dagli Europei. Mio marito è inglese, e per questo sono qui a Lusaka».

«IO sono la principessa X!» ripeté lei, la voce alta e stridula.

«Lo so, principessa», risposi, e poi: «Sono figlia di un modesto barone, ma la sorella di mia madre è moglie di un principe».

Questa rivelazione la sgonfiò. «Ah, la sorella di sua madre è principessa come me, allora!», e mi guardò, confusa ma tuttora impavida.

Io colsi la palla al balzo. «Sì, è principessa come lei, mia zia! E quando mia zia ha debiti, come voi, principessa, mia zia deve pagarli, e subito!».

La principessa X si guardò intorno.

Taceva. Poi, a un tratto, sbottò: «Non è roba mia, ma del mio secondo marito! Guardi la roba che Harrods vuole saldata: cravatte e gilet da uomo!».

Il giovane zambiano sollevò lo sguardo su di me, era impallidito. Con gli occhi mi incoraggiava. E io parlai piano, la voce salda e alta.

«Mi dispiace, principessa, ma il conto è intestato a lei…».

La principessa taceva, gli occhi fissi sui miei.

Poi si adagiò sulla sedia imbottita e con braccioli, portata apposta per lei nella mia stanza quella stessa mattina, simile a una poltrona.

Da lì cominciò a parlare lenta lenta, ma con la voce salda. «Allora, le spiego. Io sono membro del governo e vado a Londra una volta al mese per parlare con i miei colleghi inglesi. Ho due figli in collegio in Inghilterra e ne approfitto per vederli. Andavo in Inghilterra da sola, lasciando l’amministrazione delle mie terre in Zambia al padre. Quella volta, portai anche il mio nuovo marito, che è più giovane di me e certamente non potrebbe passare per il padre dei miei ragazzi. Per questo motivo, non mi ha accompagnato al collegio dei miei figli!».

Cercavo di capire quanto lei mi stava dicendo, che era vedova, e s’era rimaritata.

«Mi dispiace, principessa, i suoi figli hanno perduto il loro papà…».

«No, noo!». La voce della principessa era diventata potente e stridula. «Lei non capisce niente. Io sono una principessa della casa reale dei Lozi, e abbiamo tutti il diritto di avere più mogli o più mariti. I ne ho tre, di mariti. Uno si occupa delle terre agricole, l’altro del bestiame e questo nuovo giovane marito me lo porto con me quando vado a Londra per impegni di lavoro!». E tacque, era accaldata.

Poi riprese: «Ha capito ora? Io sono gelosa delle sgualdrine che rimangono qui e di quelle che sono a Londra! E quindi lo porto con me, da Lusaka! E mentre io sono occupata in discussioni diplomatiche con il governo inglese, gli do la mia carta di Harrods e mi raccomando con lui di non comprare troppa roba».

La principessa aveva alzato la voce, e tacque, era quasi rauca. Poco dopo riprese. «E lui invece, incauto, compra troppo, ed eccede il limite che gli impongo!». Una pausa – poi mormorò: «Ma mi vuole tanto bene!» e abbassò lo sguardo.

Silenzio.

La principessa era stanca, il volto sciupato, gli occhi di fuoco erano ancora fissi su di me.

Dopo qualche minuto, io ripresi il solito tono: «Principessa, capisco bene. Mi dispiace. Ma deve pagare il conto di Harrods. E poi magari fare una chiacchierata con il suo giovane marito…».

La principessa era rimasta a guardarmi, livida, poi spostò la sedia dirimpetto a me. E si sedette, calma. Anche io mi sedetti.

La principessa cercava nella sua borsa e tirò fuori il libretto di assegni. Era tesa, mentre scribacchiava. L’assegno era stato completato e lei me lo passò immediatamente. «È esattamente quanto devo ad Harrods!». Disse ad alta voce, e si alzò.

Sembrava che fosse pronta ad andarsene, invece era rimasta in piedi silenziosa; mi guardava. «Grazie», mormorò a voce bassa, e poi se ne andò.

 

Questo racconto di Simonetta Agnello Hornby è tratto dall’ottavo numero di K, la rivista letteraria de Linkiesta, dedicato al potere. È stato pubblicato per la prima volta nella primavera 2024. Si può acquistare qui, allo store de Linkiesta.

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