IL PUNT DI MARCO ZACCHERA | Clima killer: tra allarmismo, dati e politiche ambientali
CLIMA KILLER
Nessuno può negare che in questi giorni faccia un gran caldo e quanto questo fenomeno sia diffuso e rilevante, ma bisogna evitare di dire sciocchezze. Molte testate giornalistiche titolavano, nel settembre 2025, “Oltre 1.100 morti di caldo a Milano”, citando come fonte l’Imperial College di Londra, con altri 835 decessi a Roma, 570 a Napoli, 230 a Torino…
Un nome altisonante, ma dati rivelatisi totalmente falsi e successivamente smentiti dal Sistema nazionale di sorveglianza della mortalità giornaliera. Si è infatti scoperto che le stime inglesi erano tratte da modelli “predittivi” basati sulle temperature presunte, mentre i dati reali riflettevano le registrazioni anagrafiche effettive, ovvero quasi nessun decesso direttamente collegato al caldo.
Peraltro, l’articolo si concludeva con un’affermazione lapidaria: le cose peggioreranno “fino a quando i combustibili fossili non saranno sostituiti da energie rinnovabili”.
Ecco quindi il ragionamento ormai classico: si muore di caldo, fa caldo per colpa dell’uso di petrolio, gas e carbone, passiamo all’elettrico e il pianeta sopravviverà. Evviva la UE che ci pensa e gli altri stiano zitti.
Un perfetto cocktail di disinformazione collettiva, perché i dati parlano di un riscaldamento medio del pianeta rispetto all’inizio della civiltà industriale ed è evidente l’impatto di otto miliardi di esseri umani (erano solo due miliardi quando frequentavo le scuole elementari!). Tuttavia, non si ricorda mai che ci sono stati, anche in epoche relativamente recenti, periodi con temperature ben più alte di quelle odierne, successivamente regredite spontaneamente in mini-glaciazioni. Questo è avvenuto più volte negli ultimi duemila anni, senza che ne fossero responsabili gli esseri umani: evidentemente esistevano altre concause, forse legate alle emissioni solari.
Certamente non bisogna sottovalutare l’argomento né i disastri causati dall’uomo, ma non è solo la CO₂ a far crescere le temperature e, comunque, il problema va affrontato in una sede globale.
Quanti hanno il coraggio di dire, per esempio, che la recente guerra in Iran ha determinato un forte aumento dell’utilizzo del carbone per produrre energia elettrica in sostituzione del petrolio? E che la Cina, ogni anno — soprattutto quest’anno — ha aumentato le proprie emissioni in misura drammaticamente superiore ai “risparmi” energetici europei?
Questo non significa sostenere il menefreghismo o la libertà di inquinare, ma promuovere un rapporto equilibrato tra natura, sviluppo e consumi. Eppure la martellante campagna che accompagna puntualmente ogni ondata di caldo — dopo centinaia di servizi televisivi allarmanti, per il 37% degli italiani quella di quest’anno è “senza precedenti”, mentre un altro 24,9% lo conferma sostenendo però che “dobbiamo adeguarci” — sembra costruita apposta per sostenere le tesi di Bruxelles.
L’incoerenza è evidente. Da una parte si legge della chiusura degli stabilimenti Volkswagen che si trasferiscono in Cina e, giustamente, si protesta per la perdita economica e dei posti di lavoro. Dall’altra, pochi ricordano che ciò avviene perché proprio in Cina si concentra il cuore della produzione di auto elettriche e delle relative batterie, dalle quali saremo sempre più dipendenti. Le decisioni dell’UE valgono davvero la candela se, per costruire quei veicoli, si inquina maggiormente in Cina? E considerando che l’aria cinese, prima o poi, arriva anche in Europa?
Perché, anziché limitarsi a diffondere notizie catastrofiche, non si aiuta la gente a capire che le cose migliorerebbero con una maggiore consapevolezza ambientale, più cura del territorio e scelte di vita più razionali?
È ridicolo spendere milioni per “catturare” la CO₂ dall’atmosfera e stoccarla sottoterra, modificando in misura infinitesimale la composizione dell’atmosfera terrestre, quando prima di tutto bisognerebbe razionalizzare l’uso dell’acqua, del suolo, delle colture, della pesca marina e della plastica, puntando sul riciclo, imparando a difendere la biodiversità e, soprattutto, adottando comportamenti coerenti con l’innalzamento delle temperature.
Ma basta esagerazioni. Anche secondo Copernicus (ente finanziato dall’UE e dichiaratamente favorevole alle politiche euro-green), tra il 1993 e il 2022 il livello degli oceani sarebbe aumentato di circa 3 millimetri l’anno. È un dato significativo, ma ben diverso dai sei metri “entro fine secolo” evocati da certi video che circolano sul web.
Le priorità dovrebbero essere la ricerca per consumare e inquinare di meno — e infatti un moderno motore termico consuma oggi meno della metà di un modello del dopoguerra — e il riutilizzo dell’energia il più possibile. In Italia siamo rimasti molto indietro sul nucleare, sull’eolico e sul solare, che potrebbe conoscere uno sviluppo vastissimo e rapido utilizzando terreni marginali, oltre ai tetti degli infiniti edifici che potrebbero essere coperti con pannelli fotovoltaici e verde.
Meno catastrofismo e più serietà: questa sarebbe la ricetta migliore per tutti.
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