Il Reggio Emilia approach, e la favola della principessa sfoglina

La prima volta che ho sentito parlare degli asili di Reggio Emilia ero, come tutti voi, al cinema. Era la fine degli anni Novanta, e Nanni Moretti in “Aprile” diceva che «per noi italiani di sinistra il modello deve essere l’Emilia Romagna, la regione in cui ci sono i migliori asili del mondo». I giornali (che allora leggevamo tutti, tutte le mattine) ci si buttarono con la stessa voluttà di questa settimana: gli asili di Reggio Emilia, puntesclamativo.
Quella tirata sugli asili Moretti l’aveva registrata a Hyde Park, i giardini pubblici londinesi dove c’era un angolo in cui i picchiatelli potevano salire su una cassetta della frutta e dire la loro anche prima che esistesse l’internet inventata appunto a questo scopo (lo Speaker’s corner esiste ancora, per quelli cui non funziona il 4G).
Catherine Middleton probabilmente Moretti non l’aveva sentito, perché andava a scuola a un centinaio di chilometri da Londra e in vacanza non le era capitato di passare dal Nuovo Sacher. Ha dovuto aspettare questi anni in cui abbiamo disimparato l’italiano, e i giardini pubblici li chiamiamo «parchi», e i migliori asili del mondo li chiamiamo «Reggio Emilia approach».
Mentre Catherine Middleton diceva ai bambini «come ti chiami? Io sono Caterina», e la cronista del Times riportava che la cinquenne Alice aveva sospirato estasiata che la moglie dell’erede al trono d’Inghilterra parlava italiano molto bene, perché probabilmente «io sono Caterina» era una frase di senso più compiuto di quelle che era abituata a sentir formulare dagli italiani analfabeti di questo secolo, mentre noi ci facevamo questo giro nell’orgoglio nazionale, io ero al bar.
La proprietaria del bar mi spiegava che cercava da due anni un pasticciere, ma i lavori manuali non li vuol fare più nessuno, e d’altra parte c’è un macchinario costosissimo che potrebbe completamente sostituire il pasticciere che non c’è, e allora in cucina mettiamo solo i robot, ma qui – pausa drammatica per indicare la gente dietro al bancone – che fine fa il fattore umano?
La ragione per cui stavo a sentire le sue lamentele era che, mentre il mio cappuccino si raffreddava, stavo aspettando che per la terza volta quelli del fattore umano provassero a servirmi una focaccia che non avesse né il formaggio all’interno ancora freddo di frigo né fosse carbonizzata, un compito evidentemente al di sopra delle loro possibilità. A Reggio Emilia ci sono asili d’eccellenza? Può essere, la media in compenso mi pare una mezza schifezza come ormai tutto: come la mettiamo con tutta quella parte d’Italia che non è Reggio Emilia? Ogni volta che qualcuno parla di «polo d’eccellenza» io penso alla povera media degli altri.
L’altro giorno ero in uno studio televisivo in cui c’erano due politici, lui del Pd e lei di Fratelli d’Italia. Ovviamente lei era contraria ai fondi al cinema e lui a favore, perché nessuno riesce ad avere una posizione che non sia da cane di Pavlov su nulla e perché mai questi due avrebbero dovuto fare eccezione.
Lui era di Bologna, e a un certo punto credo d’aver detto (vai a ricordarti se è successo in onda o durante la pubblicità) che a Bologna i sedici milioni della tassa di soggiorno pagata dai turisti agli alberghi vanno in cultura, e per carità bello il cinema in piazza, ma forse anche non avere una buca stradale ogni metro non sarebbe male, e lui mi ha liquidata con uno sbuffo di quelli che fai quando ti trovi davanti una fascista, perché i migliori asili del mondo evidentemente non ci fanno diventare adulti in grado di avere contrapposizioni più articolate di «comunista!», «fascista!», e se osi esprimere un dubbio su quel totem di sinistra che sono i finanziamenti alla cultura non puoi che avere un busto di Mussolini in tinello.
La cosa interessante era che i due si contrapponevano preferenzialmente tra loro, con le loro brave liste di mali della controparte, che nel caso di quello del Pd erano mali del paese del 2026, cioè allorché governato dalla Meloni, e nel caso di quella di Fratelli d’Italia erano mali del paese del 2019, allorché la Meloni non governava e neanche c’era ancora la scusa dei cascami della pandemia, il 2019 cui l’opposizione scellerata voleva riportare il paese. La cosa interessante era che queste recriminazioni i due le leggevano. Lei da un foglio, lui dal telefono. Chissà se questa cosa di avere bisogno del gobbo per litigare, di non saper rinfacciarsi cose a braccio, è parte del Reggio Emilia approach.
Non so come siamo passati dal frequentare i migliori asili del mondo al diventare gli adulti di questo secolo, quelli che non sanno fare niente, che qualunque lavoro lo fanno malissimo, da scaldare una focaccia a trapiantare un cuore a dibattere alla tele. So però che il Times si concentra più che altro su Catherine Middleton che tira la sfoglia. «She is a natural rezdora», avrebbe detto il tizio che le ha insegnato, usando la parola dialettale per «massaia», parola che si usa solo per i turisti (normalmente i madrelingua dicono «sfoglina», quando non hanno la necessità di risultare esotici). Quello che i giornali inglesi (ma pure quelli italiani) non scrivono è che nel fare la turista del tirare la sfoglia Catherine Middleton ha passato un’oretta così tradizionale da stare all’Emilia come il cambio della guardia a Buckingham Palace sta al turista senza pretese in visita a Londra.
A Bologna i ristoranti più trappola per turisti le sfogline le hanno messe addirittura in vetrina, e le guide, non sapendo cosa far vedere ai forestieri una volta smaltita l’unica opera d’arte (orrenda) locale, Il compianto sul Cristo morto, li portano a vedere le sfogline. Il turismo culturale battuto dallo sfoglina approach.
Se le nostre nonne, che erano impegnate a fare la guerra invece di frequentare i migliori asili del mondo, avessero saputo che il loro tirare la sfoglia sarebbe divenuto attrazione turistica, avrebbero capito che eravamo diventati al tempo stesso la realizzazione d’un sogno e quella d’un incubo: un secolo in cui nessuno ha un problema serio, e in cui saper fare un qualsivoglia lavoro è divenuto un esotismo da ammirare allo zoo.
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