L’arcipelago industriale del Golfo, dove petrolio e solare ridisegnano il deserto

Maggio 15, 2026 - 05:30
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L’arcipelago industriale del Golfo, dove petrolio e solare ridisegnano il deserto

C’è un problema di scala, quando si parla del Golfo Persico. I numeri sono troppo grandi – 10 milioni di barili al giorno, mille miliardi di metri cubi di gas, due trilioni di dollari – e troppo astratti perché il lettore se li figuri. Le immagini sono spesso peggio: un primo piano di una raffineria, un dettaglio di una piattaforma, una chiazza di pannelli fotovoltaici in mezzo al deserto possono essere belli ma non comunicano la loro dimensione, perché non hanno punti di riferimento.

Dieci scene PlanetScope, ognuna con un AOI di una trentina di chilometri quadrati, forniscono allora un servizio inatteso: ti danno la scala. Ti dicono che il fossile, nel Golfo, occupa il territorio non in centinaia di ettari ma in centinaia di chilometri quadrati; e che il sole, accanto, sta cominciando a occuparlo allo stesso modo.

Il fossile

Figura 1 — Il complesso di Ras Laffan, Qatar, ripreso da PlanetScope il 7 marzo 2026. La scena copre 25 km² (più o meno la Repubblica di San Marino, o il comune di Capri moltiplicato per due e mezzo). Sulla sinistra si distinguono i settori industriali dei treni di liquefazione del GNL (i moduli rettangolari più grandi sono i treni 4-7 e 1 della prima generazione, costruiti tra il 1996 e il 2009), una piccola centrale fotovoltaica recente (il rettangolo scuro a sinistra del centro), e i nuovi cantieri di espansione che porteranno entro il 2027 la capacità del sito da 77 a 126 milioni di tonnellate di GNL all’anno. Sulla destra, il porto a doppio bacino con i pier di carico per le metaniere: ognuno di quei pier è lungo circa 700 m e una metaniera di classe Q-Max — la più grande mai costruita — ne occupa quasi metà. Da Ras Laffan, da solo, esce un quinto del GNL del pianeta. Fonte: Planet Labs PBC.

 

Figura 2 — Abqaiq, in Arabia Saudita orientale, è il più grande impianto di trattamento del petrolio del mondo. La scena copre 36 km² (poco meno del comune di Pisa). Sulla sinistra si distinguono gli isolati regolari della cittadina di Abqaiq, dove vivono circa 30.000 dipendenti di Saudi Aramco con le loro famiglie; al centro, le aree di processing — colonne di stabilizzazione, separatori, tank farms. È qui che converge, via pipeline, il greggio del bacino di Ghawar e di altri grandi giacimenti del bacino orientale del paese, prima di essere instradato a Ras Tanura per l’export. Il 14 settembre 2019 questo impianto fu colpito da un attacco di droni e missili da crociera; nelle dodici ore successive Aramco perse temporaneamente il cinque per cento della produzione petrolifera mondiale. Le tracce della ricostruzione, completata in pochi mesi, sono ancora leggibili nelle aree industriali al centro destra. Fonte: Planet Labs PBC.

 

Figura 3 — Una porzione centrale del bacino di Ghawar (Arabia Saudita), il più grande giacimento petrolifero della storia. La scena copre 27 km², ma è solo lo 0,3 per cento dell’estensione totale del campo, che misura circa 280 km da nord a sud e 30 km da est a ovest, per una superficie complessiva di 8.400 km² — ovvero un terzo della Lombardia. Si distinguono al centro un GOSP (gas-oil separation plant, il modulo industriale con tank farms e baracche), e attorno la trama regolare delle strade di servizio che collegano i pad di pozzi (uno ogni chilometro circa). In basso a sinistra, un dettaglio significativo: il pennacchio scuro di una fiamma di flaring attiva, ovvero gas naturale bruciato direttamente in atmosfera per smaltimento. Si stima che il flaring globale abbia rilasciato nel 2024 circa 148 miliardi di metri cubi di gas — l’equivalente del consumo annuale di Germania e Italia messi insieme. Fonte: Planet Labs PBC.

 

Figura 4 — Il complesso di Shaybah, nel Rub’ al-Khali (l’Empty Quarter saudita), il più grande deserto di sabbia del mondo. La scena copre 34 km² ed è interamente immersa in un mare di dune lunghe ognuna due o tre chilometri e alte fino a 250 metri. In alto si distingue il GOSP principale, in basso il complesso residenziale e una pista di atterraggio (la striscia rettilinea ben visibile): Shaybah è praticamente autosufficiente, con un proprio impianto di desalinizzazione, alloggi per circa 2.000 dipendenti Aramco, e nessuna infrastruttura urbana entro 200 km. La concessione di Shaybah misura 14.000 km² — più o meno il Trentino-Alto Adige — e i pozzi distribuiti sul territorio sono collegati al GOSP da una rete di flowline radiale. Da qui escono ogni giorno circa un milione di barili di greggio leggero, che attraversano l’intera Arabia per essere caricati sia a Ras Tanura sia, via Petroline, a Yanbu sul Mar Rosso. Fonte: Planet Labs PBC.

 

Figura 5 — La West Island del giacimento Upper Zakum di ADNOC, una delle quattro isole artificiali costruite negli Emirati Arabi Uniti tra il 2010 e il 2018 (le altre sono Central, North e South). La scena copre 42 km² di mare aperto. L’isola visibile (forma a fagiolo) misura circa 5 km² ed è stata creata dragando il fondale del Golfo per alloggiare un sito di perforazione onshore convenzionale al posto delle decine di piattaforme offshore originariamente previste: una scelta che ha ridotto il costo di sviluppo del giacimento da 25 a 14 miliardi di dollari. Da quest’isola, e dalle altre tre del cluster, partono pozzi orizzontali sottomarini che raggiungono una distanza fino a 8 km dal pad. Il giacimento Upper Zakum sotto il mare misura 1.200 km² (più o meno la provincia di Trento) e produce circa un milione di barili al giorno. Fonte: Planet Labs PBC.

 

Figura 6 — Il porto di Fujairah, sul Mar di Oman, capolinea della pipeline ADCOP che porta il greggio degli Emirati senza passare per lo Stretto di Hormuz. La scena copre 16 km², dei quali circa 2 km² sono occupati dalla tank farm visibile sulla sinistra: una distesa di circa 400 serbatoi cilindrici con una capacità di stoccaggio complessiva di poco più di dieci milioni di metri cubi, ovvero 63 milioni di barili — quanto consuma l’Italia in una quarantina di giorni. Fujairah è il secondo bunker hub commerciale del pianeta dopo Singapore: ogni giorno qui caricano carburanti e greggio centinaia di petroliere, che proseguono poi per Asia o Europa. Il pier centrale, lungo circa 800 m, può ospitare contemporaneamente otto navi di grossa stazza. Fonte: Planet Labs PBC.

Il sole

Figura 7 — Il Mohammed bin Rashid Al Maktoum Solar Park, a circa 50 km a sud di Dubai. La scena copre 41 km², circa due terzi dell’intero parco, che si estende complessivamente su 77 km² — la stessa superficie dei comuni di Cuneo o di Lecce. Si distinguono almeno tre fasi distinte: i pannelli fotovoltaici fissi e su tracker delle fasi 1-3 (i rettangoli scuri a sinistra), il campo eliostati circolare della fase 4 (il disco scuro al centro destra), e una nuova fase fotovoltaica in basso. Al centro del campo eliostati, ben riconoscibile come puntino luminoso, sorge la torre solare più alta del mondo: 263 metri di altezza, il doppio della Mole Antonelliana, attorno alla quale 70.000 specchi mobili convergono la luce sul ricevitore di sale fuso che genera vapore a 565 gradi Celsius. La capacità installata complessiva del parco è di circa 4 GW, in fase di espansione fino a 5 — sufficienti per alimentare un milione e mezzo di abitazioni emiratine durante le ore di punta. Fonte: Planet Labs PBC.

 

Figura 8 — Il parco fotovoltaico Noor Abu Dhabi, presso Sweihan, ai margini del deserto di Liwa. La scena copre 25 km² di territorio, dei quali circa 8 km² occupati dal parco vero e proprio (la grande forma trapezoidale scura al centro): un’area equivalente al lago di Massaciuccoli, in Toscana, o a sette volte l’isola di Capri. È stato il primo grande parco solare del Golfo, in funzione dal 2019 con una capacità di 1,18 GW e oltre tre milioni e mezzo di moduli su tracker monoassiali. È a sua volta connesso, in basso a destra dell’immagine, all’aeroporto di Sweihan e al settlement che lo serve. Quando entrò in servizio, era il più grande impianto fotovoltaico a sito unico del pianeta; sette anni dopo, è stato superato di tre volte da MBR Solar Park e da Al Dhafra. Fonte: Planet Labs PBC.

 

Figura 9 — Il parco fotovoltaico di Al Kharsaah, in Qatar, in piena pianura desertica. La scena copre 41 km²; il parco occupa al centro un quadrato di circa 10 km² (più o meno il centro storico di Milano dentro la cerchia dei Navigli), nettamente diviso in dodici sotto-settori. La capacità installata è di 800 MW, sufficienti a coprire circa il dieci per cento dei consumi elettrici totali del Qatar. Il dato più significativo è la geografia: Al Kharsaah si trova a circa 80 km da Ras Laffan, il complesso GNL della Figura 1. Lo stesso paese che esporta il venti per cento del gas naturale liquefatto del pianeta sta costruendo, nel proprio entroterra, un’infrastruttura di scala industriale per coprire il proprio consumo elettrico interno con energia solare. Lo stesso schema lo si è visto in Arabia Saudita (il parco di Sudair, 1,5 GW, a 400 km da Ghawar), in Oman, negli Emirati. Non è una contraddizione: i Paesi del Golfo vogliono esportare il gas anziché bruciarlo per produrre elettricità domestica. Fonte: Planet Labs PBC.

 

Figura 10 — Il parco fotovoltaico Ibri 2, in Oman, vicino alla città di Ibri e al tracciato delle pipeline interne che portano il greggio omanita verso Sohar e Mascate. La scena copre 38 km²; il parco occupa circa 13 km² (l’equivalente del centro storico di Roma dentro le mura aureliane). La capacità è di 500 MW, e il sito è stato inaugurato nel 2022 — il primo dei mega-progetti solari del Sultanato. Insieme a Ibri 1 (anch’esso da 500 MW) e ai cantieri di Manah 1 e 2 (in corso, da 1 GW complessivo), Ibri 2 segna l’ingresso ufficiale dell’Oman nella generazione solare a scala. La pianura attorno è priva di infrastrutture concorrenti: il sole, qui, occupa il deserto perché era già vuoto. Fonte: Planet Labs PBC.

Due ere, allo stesso tempo
I dieci AOI, sommati, fanno circa 326 chilometri quadrati di territorio inquadrato, più o meno il comune di Roma. Le sole infrastrutture che si vedono dentro questi 326 chilometri quadrati producono o trasformano una quota significativa del petrolio e del gas mondiale, e contemporaneamente alcuni dei più grandi gigawatt fotovoltaici mai installati sul pianeta. È una concentrazione raramente eguagliata altrove: per trovarne una simile bisognerebbe forse mettere insieme la costa del Golfo del Messico americana e l’asse Houston-Dallas-Tulsa.

C’è una frattura temporale interessante. Ras Laffan ha aperto il primo treno di liquefazione nel 1996 e ne ha quattordici in funzione oggi. Abqaiq esiste, in qualche forma, dal 1948. Shaybah è entrata in produzione nel 1998. Le quattro isole artificiali di Upper Zakum sono state costruite tra il 2010 e il 2018. La fase 1 del Mohammed bin Rashid Solar Park, da soli 13 MW, è entrata in esercizio nel 2013; oggi il parco sfiora i 4 GW. Noor Abu Dhabi è del 2019. Al Kharsaah del 2022. Ibri 2 del 2022. Le due infrastrutture, fossile e solare, abitano lo stesso paesaggio fisico ma vivono in due ritmi temporali diversi: il fossile è il sedimento di settant’anni, il solare la crescita esponenziale degli ultimi dieci.

Tutto questo lo si vede solo dall’orbita. Da terra, nel deserto del Najd o nella piana di Sweihan, la maggior parte di queste strutture sarebbe semplicemente invisibile, schermata dall’orizzonte o dall’accesso militare e privato. Sono PlanetScope, SkySat, Pelican, Maxar, ICEYE, Capella (la generazione di satelliti commerciali a bassa orbita degli ultimi dieci anni) a permettere a un giornalista, a un ricercatore, a un decisore pubblico di vedere l’apparato. È una conquista recente. Cinquant’anni fa, un’analoga panoramica sarebbe stata un segreto militare di Stato: oggi la si compra per qualche centinaio di euro al chilometro quadrato, o, nel caso di Sentinel, gratis.

Resta da capire cosa decideremo di guardare, di queste infrastrutture, nei prossimi vent’anni. Se la doppia accelerazione – fossile e solare – proseguirà al ritmo attuale, il prossimo arcipelago industriale del Golfo sarà ancora più denso. E sarà sempre, per vederlo davvero, una questione di scala.

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