Il tango e il jet: Messi sta rendendo impietosa la fine di Cristiano Ronaldo

02 Ottobre 2026 - 00:40
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Il 6 ottobre, al Monumental di Buenos Aires, un intero Paese si alzerà in piedi per un'amichevole contro il Benin. Sulla carta è il nulla: avversario di passaggio, posta zero, indicazioni che saranno sostanzialmente irrilevanti. Nei fatti è il rito più antico del calcio, quello in cui una nazione accompagna alla porta il suo uomo più amato e si assicura che esca da quella principale. Il presidente federale lo ha chiamato «l'ultimo tango». Quando si balla un addio, serve qualcuno che sappia quando chiudere la musica.


Nelle stesse ore, a Copenaghen, la musica per Cristiano Ronaldo si è fermata a modo suo. Panchina contro la Norvegia, con tanto di riscaldamento a vuoto. Poi l'annuncio del ct Jorge Jesus: contro la Danimarca non giocherà. Jesus era stato il suo allenatore all'Al Nassr, quindi non sorprende che sappia come maneggiarlo, né che la risposta sia stata sbrigativa: decido io. Ronaldo ha disertato l'allenamento, ha fatto arrivare da Madrid un jet privato e si è imbarcato prima che i compagni finissero di lavorare. Dietro di sé ha lasciato un messaggio in cui promette di raccontare ai portoghesi «a tempo debito» la verità sui suoi motivi. È la verità a rate, con la suspense di chi sa di avere sempre un pubblico.


Sarebbe facile liquidarlo come un capriccio. Va detto invece che quel carattere è stato il motore di tutto. Il culto di sé ha fatto di un ragazzo di Madeira un atleta costruito a forza di ossessione, e nessuno può negargli la grandezza. Ma lo stesso carburante, a quarantuno anni, comincia a consumare il motore. Chi si è sempre bastato non sa che farsene di un ruolo da comprimario: la lettura è quella dell’affronto personale, mai come dato anagrafico. Figuriamoci poi se si parlasse della percezione del dato di fatto: ossia le ultime prestazioni - ben oltre il deludente - del CR7 in Nazionale portoghese.

E poi c'è l'aritmetica, che in questa storia non è mai innocente. Ne mancano ventuno ai mille; e lui stesso ha detto di volerli. È un traguardo che non appartiene al Portogallo e non appartiene a una squadra: appartiene a lui. Così la maglia diventa uno strumento, i compagni figuranti, il ct un ostacolo contabile. Lo si capisce meglio proprio ora, quando il conto si fa più stretto e la pazienza, che non è mai stata il suo talento, finisce.

Dall'altra parte dell’oceano invece c'è un uomo di due anni più giovane che ha fatto il percorso inverso. Messi ha chiuso il Mondiale in finale, perdendola ai supplementari contro la Spagna, dopo aver trascinato un'Argentina spesso sull'orlo del baratro, con rimonte che sembravano dettate dal copione e dalla mistica, più che dalla fisica. Avrebbe potuto restare, e nessuno gliel'avrebbe impedito. Ha scelto invece il 31 agosto per dire che non aveva più nulla da dare, con la frase più difficile da pronunciare per un campione. E quasi sempre la più vera.

Poi ha invitato di persona i compagni del 2022 alla sua festa, per un gesto che vale più di mille discorsi. Un capo si riconosce da come lo lasciano. Quelli che lo hanno seguito sul campo e fuori, per anni, non vengono per dovere: vengono perché per lui farebbero qualsiasi cosa, compreso attraversare un oceano per novanta minuti di amichevole contro il Benin.

Sono due maniere opposte di intendere la leadership. Quella di Ronaldo si pretende: si esige il posto, la fascia, il rigore, la considerazione. Perché soprattutto i numeri, per una vita, hanno detto questo. Quella di Messi si riceve. E infatti, quando smette, gli altri non si voltano dall'altra parte: gli fanno un corridoio.

Nello sport - e il calcio non fa eccezione - si giudica un campione anche da come smette. Ecco, uno uscirà dal Monumental tra il calore di tutto e tutti, l'altro dalla porta di servizio con il motore acceso. Messi se ne va perché ha capito che la sua missione, con la Nazionale, era conclusa. Ronaldo non se ne va perché non ha mai ammesso che potesse esistere altro oltre a sé. Il tempo, però, ha un'idea precisa su chi dei due abbia ragione. E l’immagine di queste ore - per l’ennesima volta contrapposta in questo dualismo agli antipodi - per Ronaldo è davvero impietosa. Persino quasi crudele.

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