Il totalitarismo digitale, e la democrazia svuotata dalle piattaforme

08 Maggio 2026 - 05:04
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Il totalitarismo digitale, e la democrazia svuotata dalle piattaforme

La letteratura di fantascienza degli anni Ottanta era fissata con il futuro. Era quasi sempre un futuro vicino e distopico, con computer, reti informatiche e grandi aziende che prendevano il controllo dei corpi e delle menti degli uomini. Il sottogenere chiamato cyberpunk si costruiva sull’assimilazione della tecnologia in ogni dettaglio della vita quotidiana. Quasi sempre il problema stava nel controllo: prima o poi la tecnologia sfuggiva di mano e diventava pericolosa, una minaccia non più arginabile. «Il futuro è già qui», era il claim degli scrittori dell’epoca. Una frase che crea e taglia la suspense in un solo movimento.

L’attualità della fantascienza cyberpunk oggi si ritrova nei timori del team di Anthropic che parla della sua creazione, Mythos, in grado di violare qualsiasi sistema di cybersicurezza, o nella vecchia dichiarazione di Sam Altman, ceo di OpenAI, che nel 2015 disse «l’intelligenza artificiale probabilmente porterà alla fine del mondo, ma nel frattempo cresceranno grandi aziende». O ancora, nelle ambizioni post-umane di Peter Thiel, il quale per evitare l’apocalisse propone un’accelerazione tecnologica senza freni, favorendo la frammentazione degli Stati piuttosto che la loro unificazione.

«Il futuro è dietro di noi», scrive Asma Mhalla nel suo ultimo saggio “Resistere ai tempi oscuri” (Einaudi), arrivato in Italia ad aprile. Mhalla è una politologa e ricercatrice franco-tunisina che da anni studia il rapporto tra tecnologia, potere e sovranità. Insegna a Sciences Po e all’École Polytechnique e si è imposta come una delle voci più lucide sul modo in cui le Big Tech stanno ridefinendo i rapporti tra Stati, cittadini e infrastrutture digitali. La tecnologia non è mai neutrale, dice Mhalla, perché ogni piattaforma incorpora una visione del mondo, ogni interfaccia orienta comportamenti e relazioni di potere. Il titolo originale dell’edizione francese, non a caso, è “Cyberpunk”.

Mhalla non scrive un saggio sullo stato dell’arte dei tecnoautoritarismi – ce ne sono già decine sugli scaffali – piuttosto un manuale per decifrare le nuove logiche di adesione e controllo proprie alle strutture democratiche. Va oltre le tesi sul capitalismo della sorveglianza in stile Shoshanna Zuboff per proporre una cartografia della nuova arena del potere. Vuole quindi dare un nome al fenomeno per comprenderne il linguaggio, per decostruirne le narrazioni: il «totalitarismo cognitivo» (è il nome di uno degli ultimi capitoli del libro) è una forma di dominio che non passa dalla repressione, ma dalla cattura continua dell’attenzione e dalla dipendenza permanente dai flussi digitali.

Le grandi aziende del settore tecnologico rendono sempre più verosimile e concreta una vecchia intuizione della fantascienza degli anni Ottanta: il capitalismo tecnologico produce mondi sempre più instabili, diseguali, violenti. Il cyberpunk nasceva da questa sensazione. La tecnologia non avrebbe liberato gli individui, li avrebbe immersi in sistemi di controllo sempre più sofisticati, dominati da corporation immense e Stati progressivamente svuotati.

Non è un caso che Mhalla recuperi figure come Nick Land, il filosofo britannico che tra gli anni Novanta e Duemila trasformò l’accelerazionismo in una teoria apertamente anti-democratica. Secondo Land, capitalismo e tecnologia dovevano poter correre senza freni, fino a dissolvere le strutture politiche tradizionali. Curtis Yarvin, teorico della nuova destra americana vicino agli ambienti di J.D. Vance e Peter Thiel, avrebbe poi ripreso molte di quelle idee: governi gestiti come aziende, élite tecnocratiche, superamento della democrazia liberale considerata troppo inefficiente.

Queste teorie un tempo marginali, oggi orbitano attorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Mhalla indica il presidente americano come il volto politico di una trasformazione più profonda, in cui il potere smette progressivamente di avere una forma riconoscibile. Trump è la personificazione dello shock permanente, mentre Musk, Thiel, Altman e tutti gli altri sono impegnati a risucchiare la politica dentro una narrazione emergenziale e accelerazionista, in cui tutto deve avvenire più in fretta: innovazione, automazione, espansione tecnologica, concentrazione del potere. La Silicon Valley come forma di organizzazione del mondo, con una propria ideologia, una propria estetica e perfino una propria idea di umanità. È per questo che il futuro è già dietro di noi.

In questo scenario, l’Europa appare come il soggetto più fragile. Troppo lenta per competere con gli Stati Uniti e con la Cina sul terreno dell’intelligenza artificiale, troppo dipendente dalle infrastrutture tecnologiche costruite altrove, troppo legata a una cultura politica del Novecento per capire fino in fondo la natura del conflitto in corso. Le piattaforme che organizzano il dibattito pubblico europeo, le reti cloud, i satelliti, i sistemi di intelligenza artificiale e persino gran parte del linguaggio con cui interpretiamo la trasformazione digitale arrivano ormai dall’esterno. L’Europa continua a regolamentare, ma sembra incapace di esercitare una reale sovranità tecnologica e politica.

Mhalla evita paragoni facili con i totalitarismi del Novecento. Il fascismo non si ripresenta per come l’abbiamo conosciuto, con le sue estetiche e i suoi rituali; non ci sono stivali e manganelli. Stavolta è guidato da un potere ibrido, nato dalla fusione tra politica, infrastrutture digitali e capitale privato. L’arma più forte a disposizione dei tecnototalitaristi sono le piattaforme con cui modellano attenzione, linguaggio, desideri, reazioni, emozioni. Quasi senza la necessità di imporre alcunché. È questo che Mhalla definisce «totalitarismo cognitivo»: una forma di dominio che non si limita a sorvegliare gli individui, ma prova a programmare il modo in cui percepiscono il mondo.

A questa nuova distopia totalitarista, non si oppone una resistenza romantica o rivoluzionaria. Non ci saranno hacker solitari contro le corporation, né fughe dal mondo digitale. L’idea di resistenza proposta da Mhalla sta nella difesa della capacità di attenzione, nel preservare uno spazio mentale non completamente colonizzato dai flussi continui di notifiche. Rallentare o fermarsi a pensare diventa un gesto politico di liberazione.

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