In Italia le retribuzioni reali sono calate del 6,6% rispetto al 1990, a fronte di una media Ocse che segna +35%

22 Luglio 2026 - 23:05
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In Italia le retribuzioni reali sono calate del 6,6% rispetto al 1990, a fronte di una media Ocse che segna +35%

Retribuzioni reali che calano anziché aumentare, disuguaglianze che si amplificano anziché restringersi. Dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) arriva una fotografia impietosa dell’Italia. Anzi, quello consegnato con la nota di lavoro 1/2026 dal titolo “La dinamica retributiva e il ruolo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche” è un time-lapse del periodo compreso dal 1990 al 2026 che non lascia spazio a dubbi: siamo un Paese che da decenni sta sbagliando rotta. E gli effetti si fanno sentire tutti, oggi, soprattutto per le fasce più deboli della popolazione. Se le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti sono cresciute del 35% nei Paesi dell’Ocse, i dipendenti del settore privato in Italia hanno visto un calo in termini reali del 6,6%. È vero che, primo, c’è stata un’attenuazione per quelli a reddito medio basso, i quali hanno potuto beneficiare delle riforme dell’Irpef. Ma ciò non ha comunque bilanciato la drastica diminuzione rapportata agli effetti dell’inflazione e al costo della vita. Ed è vero, secondo, che la media del 35% registrata a livello Ocse è influenzata dai dati monstre di Stati Uniti (+50,5%) e Regno Unito (+48,4%). Ma, di nuovo, è anche vero che i principali Paesi europei sono molto più vicini a questi dati che non a quelli italiani, con la Francia che ha fatto registrare +33,4% e la Germania che si è attestata sul +32,9%, mentre anche la Spagna, che pure nei decenni scorsi non ha avuto poche difficoltà economiche registra ora un complessivo +12,9%.

Come del resto segnalato non molti mesi fa anche dall’Eurostat (in Europa il reddito reale delle famiglie ha segna in 20 anni un aumento del 22% mentre in Italia siamo a -4,4%), a differenza degli altri principali mercati avanzati, insomma, l’Italia col suo -6,6% evidenzia una costante erosione del potere d’acquisto e della crescita salariale nel lungo periodo, delineando un quadro in cui il lavoro dipendente ha subito un impoverimento progressivo e strutturale, aggravatosi ulteriormente con la fiammata inflazionistica successiva al 2021 e i costi energetici che hanno subito un’impennata dopo l’invasione della Russia ai danni dell’Ucraina nel 2022. E la china ha tutta l’aria di non subire modifiche, alla luce di quel che sta succedendo oggi con la guerra in Medio Oriente.

Leggendo nel dettaglio le 55 pagine del documento diffuso dall’Ufficio parlamentare di bilancio, si apprende dai dati storici dell’Inps integrati con i rinnovi contrattuali che dal 1990 non solo la retribuzione lorda reale media dei lavoratori è drasticamente calata, ma che ciò si è accompagnato a un forte incremento della disuguaglianza interna tra le diverse fasce di reddito. La contrazione ha colpito infatti con estrema durezza quelle più deboli: mentre il novantesimo percentile dei redditi ha registrato un lieve incremento del 3,3 %, il decimo percentile ha subito un drammatico crollo del 40,8 %. Questo divario è stato alimentato da una profonda segmentazione del mercato del lavoro, visibile nell’espansione del tempo parziale, nella penalizzazione degli operai rispetto agli impiegati e nelle marcate divergenze settoriali, con i servizi in calo del 20,9 % a fronte del +16,5 % registrato nell’industria.

L’Ufficio parlamentare di bilancio sottolinea il fatto che di fronte a questa accentuata diminuzione retributiva generata dal mercato del lavoro, l’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) ha assunto una funzione correttiva crescente. Le riforme fiscali susseguitesi dagli anni Duemila, in particolare con l’introduzione del bonus Irpef nel 2014 (XVII Legislatura) e le misure adottate nel quadriennio 2023-2026 (XIX Legislatura), hanno progressivamente alleggerito il carico sui redditi medio-bassi. L’Upb richiama anche l’attenzione sul fatto che fissando la soglia spartiacque a circa 35.100 euro annui, il sistema attuale risulta più favorevole rispetto al 1990 per chi si trova al di sotto di tale cifra, mentre è diventato più oneroso per le fasce superiori, riducendo sensibilmente il divario tra i redditi lordi e quelli netti percepiti. Ma al netto di ciò – e anche senza contare che sarebbero ben altre le misure di carattere fiscale che andrebbero introdotte per attenuare le disuguaglianze oggi vigenti e far pagare a chi di dovere i danni causati dalla crisi climatica che, è appena il caso di dirlo, pesano tanto a livello nazionale quanto su scala globale sulle fasce più deboli della popolazione – l’analisi dell’Upb mette in guardia sui limiti strutturali di questo modello di compensazione fiscale. «Il modello redistributivo attuale, fondato su un’imposta fortemente progressiva sul lavoro dipendente ma con base imponibile relativamente ristretta e caratterizzato da un’accentuata disparità di trattamento orizzontale tra le diverse tipologie di reddito, potrebbe aver raggiunto i propri limiti», si legge nel documento.

Viene sottolineato che ridurre le tasse sui redditi bassi per integrare buste paga insufficienti rappresenta una risposta ex post che non risolve i problemi di fondo, come la bassa produttività, la precarizzazione e la debolezza della contrattazione collettiva. Inoltre, la concentrazione del prelievo sulle fasce medio-alte rischia di disincentivare il lavoro qualificato e accentua l’esposizione al drenaggio fiscale. Per garantire una crescita sostenibile dei redditi reali, spiegano gli esperti dell’Upb, la leva fiscale non può sostituirsi a interventi strutturali sul mercato del lavoro, a politiche per la produttività e al contrasto definitivo dell’evasione fiscale, «politiche strutturali volte a contrastare la stagnazione salariale e la precarizzazione del lavoro, eventualmente affiancate da strumenti di sostegno al reddito operanti dal lato della spesa». Tutte voci su cui l’Italia in tutti questi anni non ha mostrato prontezza e determinazione, salvo rari sprazzi che però sono stati troppo isolati e di troppo breve respiro per incidere adeguatamente. E i dati Ocse e le nuove elaborazioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio stanno lì a confermarcelo.

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