La crisi delle coste italiane impone una nuova politica della resilienza

Le coste rappresentano il punto di incontro tra terra e mare, ma oggi sono soprattutto il luogo in cui la crisi climatica manifesta con maggiore evidenza i suoi effetti. Qui il cambiamento climatico non è una previsione elaborata dai modelli matematici: è un fenomeno misurabile. La linea di riva arretra, le mareggiate diventano più frequenti ed energetiche, le dune si degradano, le falesie collassano e gli ecosistemi costieri perdono progressivamente la loro capacità di proteggerci.
È con questa consapevolezza che ho portato il tema all'attenzione del Governo attraverso un Question Time in Commissione Ambiente della Camera, interrogando il Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica sulla necessità di una strategia nazionale contro l'erosione costiera. La risposta ha richiamato gli strumenti oggi disponibili, ma ha confermato una criticità evidente: l'Italia continua ad affrontare un fenomeno strutturale con strumenti ancora frammentati. Per questo ho presentato una proposta di legge che istituisce un Programma nazionale per la resilienza delle coste, affinché la prevenzione diventi finalmente una priorità della politica ambientale. La scienza ci dice che non stiamo assistendo a una semplice trasformazione del paesaggio, ma a una profonda alterazione dell'equilibrio geomorfologico dei sistemi costieri. Il Mediterraneo è considerato dall'IPCC uno dei principali hotspot mondiali del cambiamento climatico: la sua temperatura superficiale cresce più rapidamente della media globale e il livello medio del mare aumenta ormai di circa 3-4 millimetri l'anno, con un'accelerazione osservata negli ultimi decenni. Secondo il Sesto Rapporto IPCC, anche nello scenario di forte riduzione delle emissioni il mare continuerà a innalzarsi per secoli, mentre negli scenari più critici l'aumento potrà superare un metro entro il 2100. Non è soltanto l'acqua a salire: cresce anche l'energia delle mareggiate, aumenta l'intrusione salina nelle falde, si modifica il trasporto dei sedimenti e cambia la morfologia stessa delle coste.
I dati di ISPRA confermano la dimensione del fenomeno. Oltre il 40% delle coste basse italiane è interessato da processi erosivi e circa 1.500 chilometri di litorale sono oggi protetti da opere rigide di difesa, aumentate sensibilmente negli ultimi vent'anni. È un dato che racconta una contraddizione: continuiamo a costruire nuove difese, ma il problema continua ad avanzare. Questo perché l'erosione non nasce sulla spiaggia; nasce molto più a monte, lungo l'intero bacino idrografico. Le spiagge vivono grazie al continuo apporto di sedimenti trasportati dai fiumi. Quando questo equilibrio viene alterato da dighe, briglie, escavazioni di inerti, artificializzazione degli alvei e consumo di suolo, il bilancio sedimentario diventa negativo. Le mareggiate continuano a sottrarre sabbia, ma i fiumi non sono più in grado di restituirla. La costa, semplicemente, arretra. A questo si aggiungono la subsidenza, l'urbanizzazione delle fasce costiere e l'eliminazione degli ecosistemi naturali che per millenni hanno costituito la prima linea di difesa del territorio.
La Puglia rappresenta uno dei laboratori più significativi di questa trasformazione. Con circa 940 chilometri di litorale distribuiti tra Adriatico e Ionio, è una delle regioni italiane più esposte. Secondo i dati regionali, tra il 2006 e il 2020 sono andati perduti circa 31 chilometri di costa. Le criticità interessano maggiormente la zona di Monopoli, ma anche la costa ionica tarantina mostra segnali sempre più preoccupanti: Marina di Ginosa, Castellaneta Marina, Lido Azzurro registrano un progressivo arretramento della linea di costa e la perdita delle dune, mentre il Mar Piccolo e le Isole Cheradi risentono della crescente pressione climatica, con effetti che coinvolgono anche la mitilicoltura, una delle produzioni simbolo del territorio.
Troppo spesso le dune vengono considerate semplici accumuli di sabbia. In realtà sono infrastrutture naturali straordinarie: immagazzinano sedimenti, dissipano l'energia del moto ondoso e riducono il rischio di allagamenti durante gli eventi estremi. Lo stesso vale per le praterie di Posidonia oceanica, autentici hotspot di biodiversità e tra i più efficaci ecosistemi di "blue carbon" del Mediterraneo. La loro presenza attenua il moto ondoso, favorisce la sedimentazione e contribuisce allo stoccaggio di carbonio per tempi lunghissimi. Proteggere questi ecosistemi significa investire contemporaneamente nell'adattamento e nella mitigazione della crisi climatica.
La ricerca internazionale indica chiaramente la direzione da seguire. Nei Paesi Bassi il progetto Sand Motor utilizza il naturale movimento delle correnti per redistribuire i sedimenti lungo la costa, mentre il programma Room for the River restituisce spazio ai processi naturali invece di contrastarli. Nel Regno Unito le Shoreline Management Plans pianificano la gestione del litorale su orizzonti di cento anni. In Louisiana il Coastal Master Plan punta sul ripristino di zone umide e isole barriera, riconoscendo che gli ecosistemi rappresentano la più efficace infrastruttura di protezione costiera.
La vera sfida, dunque, non consiste nel costruire opere sempre più imponenti, ma nel cambiare paradigma. L'Italia dispone già di competenze scientifiche di eccellenza, di un sistema di monitoraggio avanzato e di un patrimonio di conoscenze sviluppato da ISPRA, università, Autorità di bacino e comunità scientifica. Ciò che manca è una governance capace di integrare ricerca, pianificazione, monitoraggio e investimenti in un'unica strategia nazionale. È questa la lacuna che la mia proposta di legge intende colmare, istituendo un Programma nazionale per la resilienza delle coste, una banca dati permanente presso ISPRA, un Piano nazionale aggiornato periodicamente e risorse dedicate alle soluzioni basate sulla natura. Le coste italiane non sono semplicemente una risorsa turistica. Sono infrastrutture naturali che proteggono città, economie locali, biodiversità e comunità. Ogni euro investito nella prevenzione evita costi enormemente superiori in termini di danni alle infrastrutture, perdita di capitale naturale e riduzione della competitività dei territori. La crisi climatica ci impone una scelta: continuare a rincorrere le emergenze oppure governare il cambiamento. La scienza ha già indicato la strada. Ora spetta alla politica avere il coraggio di seguirla.
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