In un Mediterraneo caldo oltre 6 °C sopra la media, il pericolo per i cetacei non è l’eolico offshore

Copernicus Climate Change Service ha documentato che nel mese in corso le temperature superficiali del Mediterraneo occidentale hanno superato localmente i 28 °C, arrivando fino a oltre 6 °C sopra la media.
È un dato che deve preoccuparci profondamente. Se diciamo di voler proteggere balenottere, capodogli e delfini del Santuario Pelagos, non possiamo permetterci una tutela a compartimenti stagni.
È giusto pretendere che ogni progetto di eolico offshore – come Atis, proposto da Eni al largo della Toscana – sia valutato con il massimo rigore per i possibili effetti sui cetacei: rumore subacqueo, cantieri, traffico di servizio, cavi, occupazione dello spazio marino e impatti cumulativi. Dove un progetto risulta ecologicamente incompatibile, deve essere fermato. Ma fermarsi a questo significa vedere soltanto una parte del problema.
Il Santuario Pelagos è sottoposto contemporaneamente a collisioni con le navi, catture accidentali, rumore, inquinamento, pressione antropica, pesca e soprattutto a un mare che sta cambiando rapidamente per effetto del riscaldamento climatico.
Per un cetaceo, un mare che registra anomalie di +6 °C rispetto alla media non significa semplicemente “acqua più calda”. Significa potenzialmente un cambiamento profondo dell’ecosistema: diversa stratificazione della colonna d’acqua, modifiche della produttività marina, alterazioni del plancton, spostamento delle prede, cambiamenti nella presenza di pesci, cefalopodi e krill.
Per i cetacei può voler dire dover percorrere distanze maggiori per alimentarsi, consumare più energia, spostare le proprie aree di alimentazione e, nel lungo periodo, perdere habitat favorevoli.
ISPRA ha già evidenziato che l’aumento delle temperature marine nel Mediterraneo può determinare una perdita di habitat per specie come balenottera comune, tursiope e stenella. E allora dobbiamo avere il coraggio di porci una domanda scomoda: che senso ha dire di voler proteggere il cetaceo dal rumore di un impianto, se contemporaneamente non affrontiamo la trasformazione climatica dell’intero ambiente nel quale quel cetaceo deve vivere, nutrirsi e riprodursi?
Il problema nasce quando costruiamo una falsa alternativa: “O difendiamo i cetacei, oppure facciamo la transizione energetica.” Non è questa la scelta. La vera scelta è tra una transizione energetica progettata male, che aggiunge nuove pressioni agli ecosistemi, e una transizione progettata con criteri ecologici rigorosi, localizzazioni corrette, monitoraggi seri, mitigazioni efficaci e valutazioni degli impatti cumulativi. Allo stesso tempo, sarebbe una grave contraddizione utilizzare la tutela della biodiversità per ignorare la causa sistemica del riscaldamento del mare.
Perché se proteggiamo un’area da un impianto ma continuiamo ad alimentare le emissioni che stanno modificando temperatura, produttività e catene alimentari dell’intero Mediterraneo, rischiamo di vincere una battaglia locale e perdere la guerra per la sopravvivenza dell’ecosistema.
Serve un pensiero ecologico adulto: la complessità non è un alibi per non decidere. È l’obbligo di decidere meglio. Energia, clima, biodiversità, pesca, navigazione, paesaggio, economia costiera e sicurezza energetica non possono essere trattati come capitoli separati. Sono parti dello stesso sistema. Ogni nostra decisione modifica le altre. Per questo una politica seria per il Santuario Pelagos dovrebbe domandarsi non soltanto quale impatto possa avere un singolo impianto, ma quale sarà il bilancio complessivo delle pressioni che i cetacei dovranno affrontare nei prossimi venti, trenta o cinquant’anni.
La domanda decisiva deve diventare: quale combinazione di scelte riduce realmente il rischio totale per i cetacei e per il loro habitat? Dire “no” a un singolo impianto eolico offshore può essere necessario. Ma un “no” non può diventare il sostituto di una strategia. La difesa dei cetacei perde forza se seleziona una sola minaccia e dimentica tutte le altre. E perde ancora più forza se non riconosce che il mare stesso sta cambiando sotto i nostri occhi.
Il dato Copernicus di anomalie superiori a +6 °C nel Mediterraneo deve obbligarci ad allargare lo sguardo. Non possiamo parlare di protezione del Santuario Pelagos come se il suo ecosistema fosse immobile. La vera alternativa non è “cetacei contro eolico”. La vera alternativa è tra decisioni frammentarie e un pensiero capace finalmente di interiorizzare la complessità e l’interdipendenza.
Proteggere davvero i cetacei significa affrontare contemporaneamente le pressioni locali e la trasformazione climatica globale.
Altrimenti rischiamo di chiamare “tutela” ciò che tutela soltanto un frammento del problema, mentre l’intero sistema continua a deteriorarsi e degradare col rischio della irreversibilità di cambiamenti non solo climatici ma ecosistemi.
Cinque principi per una tutela coerente
1. Nessuna immunità per l’eolico offshore.
Ogni progetto deve dimostrare la propria compatibilità ecologica. Dove gli impatti non sono evitabili o mitigabili in modo credibile, non si costruisce.
2. Nessuna rimozione del cambiamento climatico.
Il riscaldamento del mare deve entrare pienamente nelle politiche di conservazione dei cetacei, insieme alle altre pressioni locali.
3. Valutare gli impatti cumulativi.
Rumore, traffico navale, pesca, inquinamento, turismo nautico, infrastrutture e cambiamento climatico devono essere analizzati insieme.
4. Proteggere habitat che stanno diventando dinamici.
Le aree di alimentazione e distribuzione dei cetacei possono spostarsi con il clima. Anche la pianificazione deve quindi essere adattiva e aggiornata continuamente ai dati scientifici.
5. Guardare al lungo periodo.
Proteggere un cetaceo significa garantire che possa continuare a trovare cibo, riprodursi e vivere in un habitat adatto anche tra decenni.
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