Inchiesta curve Inter e Milan, Ferdico confessa. Klaus Davi: “Ecco come la ’ndrangheta usa il calcio per fare soldi e creare consenso”
Inchiesta curve, le dichiarazioni di Ferdico e il ruolo della ’ndrangheta
Le nuove dichiarazioni di Marco Ferdico aprono un altro capitolo nell’inchiesta sulle curve di Inter e Milan. L’ex capo ultrà della Nord, oggi collaboratore di giustizia dopo Andrea Beretta, ha parlato dei rapporti tra tifo organizzato, biglietti, affari, calciatori e presenze criminali. Nei verbali emergono riferimenti alla cosca Bellocco per l’area interista e ai Trimboli per quella milanista, oltre al presunto patto tra le due curve in occasione del derby di Champions del 2023. Non è più soltanto una questione di stadio. Il racconto di Ferdico sposta il tema sul rapporto tra club e curve, sul peso della criminalità organizzata nel calcio e sulla capacità del tifo organizzato di diventare spazio di consenso, denaro e potere.
Ne abbiamo parlato con Klaus Davi, giornalista, massmediologo e autore di inchieste sulla ’ndrangheta e sul mondo ultras. Davi segue da anni il rapporto tra criminalità organizzata, curve e calcio milanese. Ad Affaritaliani spiega perché il pentimento di Ferdico può avere conseguenze molto più ampie: “Non solo sulle curve milanesi, ma anche sui rapporti con la ’ndrangheta calabrese”.
Le parole di Klaus Davi ad Affaritaliani
Quale peso hanno le dichiarazioni di Ferdico dentro l’inchiesta sulle curve di Inter e Milan?
È un pentimento importante, perché arriva dopo quello di Beretta. Da queste prime dichiarazioni emerge, in modo ancora più chiaro, quanto i due ambienti delle curve fossero contaminati rispettivamente dalle cosche: i Bellocco per la parte Inter e i Trimboli per la parte Milan. Ferdico può fare chiarezza su più fronti. Uno è il rapporto con i club. Poi c’è il rapporto con i giocatori. Mi ha colpito il modo in cui ha preservato l’Inter, quasi come una excusatio non petita, dicendo: “L’Inter è impeccabile”.
I club sono davvero vittime di questi sistemi o per anni hanno convissuto con le curve, preferendo non vedere fino in fondo?
I pentiti vanno dosati, ce lo insegna la storia giudiziaria. Le loro parole non sono oro colato. Hanno calcoli, interessi, strategie difensive. Ci sono i legali di mezzo e ogni pentimento è calibrato anche in base a questo. Perciò mi ha colpito la volontà di Ferdico di scagionare subito l’Inter come club. E mi hanno colpito soprattutto i termini usati. Ha detto che l’Inter era “impeccabile”. È una parola che lui non usava.
Io lo conoscevo, l’ho filmato varie volte, sono stato in curva, ho documentato gli incontri al Baretto. Posso dire che lo conoscevo da vicino. Ferdico, tra quelli, era il più preparato: rilasciava interviste anche alla stampa estera, alle tv inglesi. Era il più avanzato sul piano comunicativo. Ma quel linguaggio così netto, così istituzionale, non era il suo.
Una prima strada, quindi, è capire se dalle sue dichiarazioni possano emergere elementi sul rapporto tra club e curve.
Poi c’è un’altra strada, che seguo da due anni: il ruolo della Calabria. Secondo me è più grande di come è stato ricostruito finora. Naturalmente è una mia opinione. Mi riferisco anche all’omicidio di Antonio Bellocco. Al momento Beretta si è assunto la responsabilità dell’uccisione, ricondotta alla colluttazione avvenuta in macchina. Ma secondo me quella tensione era nell’aria. Non escludo che qualcuno delle ’ndrine calabresi ne fosse a conoscenza. Non dico che l’abbia cavalcata, ma che potesse sapere che c’era un conflitto aperto.
Bellocco era molto irruente nei modi. Diceva: “Faccio questo”, “faccio tutto io”, “mi prendo quello”. In quell’ambiente, però, la spartizione degli spazi e degli affari riguardava diverse anime. Non escludo che su questo possa emergere qualcosa sul contesto di ’ndrangheta intorno all’omicidio Bellocco. Uso questa espressione perché, secondo me, è quella più precisa.
Io sono stato ovunque: a San Ferdinando, a Rosarno, nel Vibonese. Ho intervistato Gregorio Bellocco, che considero il vero capo della famiglia, e mi ha detto che da parte loro non ci sarà vendetta. Sono andato nei territori, nella testa e nella pancia della ’ndrangheta. A San Ferdinando alcune famiglie sono convinte che la ’ndrangheta sapesse che Bellocco avrebbe potuto fare una brutta fine, che quella tensione fosse nell’aria. Al momento, però, voglio essere chiaro: non ci sono riscontri in questa direzione.
Proprio per questo Beretta e Ferdico potrebbero fornire elementi importanti. La domanda è: qual è stato davvero il ruolo della Calabria?Con il pentimento di Ferdico si apre una voragine anche su altri fronti. Secondo quanto emerge in queste ore, sembrerebbe che anche la sua compagna abbia aderito al programma di protezione. Parliamo della figlia di Pietro Andrea Simoncini, suocero di Ferdico e indicato come esecutore materiale dell’omicidio di Vittorio Boiocchi. Questo apre uno scenario delicatissimo nell’ambiente della curva e nei rapporti interni al gruppo. Prima Ferdico voleva tutelare il padre della sua compagna. Adesso cosa farà? Dirà quello che sa anche su di lui? È un passaggio molto delicato.
E poi va ricordato che Ferdico è coinvolto anche nell’inchiesta della Dda di Catanzaro sul narcotraffico nell’area vibonese, legata alla ’ndrina Emanuele-Idà e al locale di Ariola. Quindi potrebbe essere sentito anche su quel fronte. Da questo pentimento può uscire molto: non solo sulle curve milanesi, ma anche sui rapporti con la ’ndrangheta calabrese.
Quindi non parliamo più soltanto della curva dell’Inter, ma di un sistema più ampio che riguarda il tifo organizzato milanese e i rapporti con la ’ndrangheta?
Sì, e secondo me si apre una voragine anche sull’inchiesta di Catanzaro, dove Ferdico è coinvolto sul fronte del traffico di droga. Parliamo dell’area vibonese, delle cosche Emmanuele-Idà e del locale di Ariola. È un mondo molto più ampio rispetto alla sola vicenda delle curve milanesi. Ferdico, secondo gli investigatori, avrebbe avuto un ruolo nel traffico di stupefacenti. Nelle chat sarebbe stato indicato anche con il nickname “Juventus”. Siamo sempre sul piano delle accuse, ma se lui sa qualcosa su quel narcotraffico, le sue dichiarazioni possono avere una ricaduta molto pesante anche sulla ’ndrangheta calabrese.
Io do molta importanza a una cosa che a Milano spesso non viene fatta: i luoghi. Parliamo di una ’ndrangheta molto importante, chiusa, simile a quella di Rosarno o di San Luca. Una ’ndrangheta rituale, non una ’ndrangheta qualsiasi. Ferdico potrebbe aprire un varco anche su questo aspetto. Quello che mi ha colpito in questi due anni, parlando di curve e di club, è la chiusura. Sono tornato anche pochi giorni fa in un ambiente della curva interista e mi hanno mandato via. C’è ancora una chiusura ermetica verso il racconto giornalistico.
Mi è successo con il Milan, dove sono stato aggredito e ho dovuto farmi medicare. Mi è successo con l’Inter, dove mi hanno sempre messo alla porta. Il paradosso è questo: se vado a Rosarno, parlo con tutti. Se vado a Milano, mi chiudono le porte. Questo dice molto della cultura mafiosa che ha contaminato certi ambienti della città.
Perché in Calabria riesci a parlare con certi ambienti, mentre a Milano trovi porte chiuse?
Perché la ’ndrangheta, paradossalmente, ha fatto un passo avanti. Io ho parlato con Gregorio Bellocco, che considero il vero capo della famiglia, non un capo di facciata. Ha fatto vent’anni di 41 bis, oggi è fuori, e io l’ho intervistato a Rosarno. Gli ho chiesto: “Cosa farà la cosca con Beretta?”. E lui mi ha risposto, in sostanza: “Ormai la cosa è andata, non faremo niente”. Poi possiamo discutere se sia vero o falso, ma intanto risponde. Reagisce. Dà una chiave di lettura.
Questo significa che, almeno a certi livelli, la ’ndrangheta su questa vicenda ha scelto di parlare. Ha interesse a dire: “Noi non c’entriamo nulla”. Antonio Bellocco è morto, ma Gregorio Bellocco dice: non apriamo una faida per questo. Si muove quasi come un politico: risponde, spiega, prova a dare una versione. Invece quello che mi ha colpito è quanto la cultura mafiosa abbia contaminato le curve, il calcio milanese e l’ambiente calcistico. Anche i club, in fondo. Che dialogo c’è con i club? Nessuno. Non rispondono mai. Né il Milan né l’Inter. È vero, i club sono andati in Commissione Antimafia e si sono costituiti parte civile. A mio avviso, dal punto di vista processuale, è una scelta giusta, perché consente anche di imporre certe regole alle curve. E alcune cose, in quest’anno, sono state effettivamente imposte. Ma dal punto di vista culturale mi sarei aspettato molto di più dagli ambienti calcistici. Invece c’è stata una chiusura totale. Paradossalmente, su questo terreno, sono stati superati dalla ’ndrangheta, che invece parla.
Le curve, i club, certi ambienti del calcio milanese restano completamente chiusi. E questo dice molto. La società civile milanese è stata quasi assente su questo tema. I movimenti antimafia a Milano non si sono visti. Zero. E fa riflettere su quanto sia caduta in basso questa città. Lo dico provocatoriamente: Rosarno, in confronto, è Oslo. Parlo per ragion veduta, non per sentito dire.
Che rapporto avevi con Marco Ferdico?
Ferdico ha sempre negato tutto. L’ho visto anche tre giorni prima che fosse arrestato. Ha sempre negato, però con me era disponibile. Mi ha fatto stare lì, anche quando c’erano tutta la curva, la tesoriera, Renato Bosetti e gli altri vertici. Con me ha adottato quella che chiamo la linea rosarnese: non diceva nulla, ma non mi metteva nemmeno alla porta. Mi ha lasciato filmare, tanto che le mie immagini poi sono circolate ovunque. Alla fine Ferdico, con me, è stato molto più neutro rispetto a quanto è successo con Nino Ciccarelli, figura storica della curva interista, e con la Curva Sud del Milan, che più volte mi hanno aggredito verbalmente e insultato.
Non era una questione personale. Era il ruolo che rappresentavo a essere inconcepibile per loro. Il giornalista che vuole entrare dentro certi ambienti, per loro, resta qualcosa di completamente inaccettabile.
Secondo te quello che emerge a Milano è un caso isolato o è un problema più ampio del calcio italiano?
È un problema più ampio. La criminalità organizzata c’è anche in altri contesti, non solo a Milano. Dal suo punto di vista fa il suo mestiere: usa il calcio per la droga, per il merchandising, per i soldi e per il consenso.
La criminalità organizzata, parlo soprattutto di ’ndrangheta ma non solo, è anche una forma perversa di consenso e di politica. Attraverso il calcio costruisce relazioni, ottiene visibilità, muove denaro e si infiltra nei territori.
Per loro è normale: entrano negli ambienti, si propongono e poi si impongono. Non mi meraviglia. Molte ’ndrine conoscono bene il meccanismo del calcio e il suo peso sul territorio. Lo usano anche come strumento di condizionamento politico e sociale.
Il calcio, quindi, non è solo un affare economico. È aggregazione, consenso, riconoscimento. E proprio per questo diventa un terreno molto interessante per le organizzazioni criminali.
Quindi il calcio diventa uno strumento per entrare in una rete economica, sociale e criminale più ampia?
Certo. È una rete economica, di consenso e di soldi. In queste vicende sono circolate cifre enormi: basti pensare agli incassi legati alle partite, ai biglietti, al merchandising. Non è solo una questione economica. Il calcio crea aggregazione, riconoscimento, potere sul territorio. Queste realtà non scoprono il calcio a Milano. Lo conoscono già nei loro territori. Molte famiglie hanno usato il calcio come strumento di presenza sociale e di controllo. Lo stesso Ferdico aveva giocato. Poi quel meccanismo viene replicato a Milano, a Roma, a Napoli o in altri contesti.
La cosa, in sé, non mi sorprende. Chi conosce queste famiglie sa che il calcio è un terreno naturale di influenza. Penso anche alla cosca Pesce di Rosarno: è un mondo che ha avuto interessi nel calcio e ne conosce perfettamente i meccanismi. Poi quel modello viene declinato nel sistema milanese. Dal punto di vista simbolico, però, la cosa che colpisce è un’altra: a Milano, capitale mondiale dei marchi, la ’ndrangheta è diventata a sua volta un brand. Un marchio a cui certi pezzi del tifo organizzato sembrano aspirare per legittimarsi.
Milano è la città della moda, del design, del turismo, del Salone del Mobile. Eppure in alcuni settori del calcio il marchio mafioso diventa un elemento aspirazionale. Questo fa pensare a quanto in basso sia caduta la città. Forse è mancata lucidità prima. Dopo questa inchiesta, culturalmente, non è cambiato quasi nulla. Io continuo a frequentare quegli ambienti e vedo tutto come prima. Ci saranno meno criminali, va bene. Ma i club cosa hanno fatto per cambiare davvero le curve? Se fossi stato un politico, se fossi stato Sala, avrei imposto ai club un lavoro di cultura antimafia dentro le curve, soprattutto con i più giovani. Non si può andare ai convegni antimafia, dire che bisogna cambiare la cultura mafiosa, e poi non fare niente nei luoghi dove quella cultura si riproduce.
Perché un giornalista non può entrare? Allora mi chiedo: cos’è cambiato davvero? Dov’è l’investimento dei club? Questa non è prevenzione, è rimozione. Anche i movimenti antimafia avrebbero dovuto pretendere di più. Invece non è avvenuto. E allora culturalmente non è cambiato nulla. La cultura antimafia si fa solo nei convegni. Poi nei fatti non accade nulla e il germe riemerge.
Il rischio è che tra cinque anni siamo di nuovo da capo. La Sicilia è cambiata perché è stata fatta cultura antimafia. Non è stata solo teorizzata.
A Milano, invece, che cosa è mancato?
In Sicilia non si è solo teorizzata l’antimafia. Si è fatta prevenzione, che è il primo passo. Lo Stato ha fatto il suo mestiere, anche se tardi, perché ci sono volute le morti di Falcone e Borsellino. Poi però il ruolo dello Stato è stato dirompente.
A Milano questo non è accaduto. Qui continuano a fare quello che vogliono. La cultura mafiosa continua a dominare certi ambienti. Parlo di cultura mafiosa, non di esercizio mafioso, sia chiaro. I movimenti antimafia non possono sdoppiarsi. Dovevano fare quello che ho fatto io: andare lì e dire “ragazzi, cambiamo”. La curva ha un suo ruolo, non ce l’ho con la curva in sé. Scalda lo stadio, crea appartenenza, ha anche un suo fascino. Il problema è quando arriva la cultura mafiosa e ti sbattono fuori. Perché poi? Per una festa al centro culturale Pertini di Cinisello Balsamo. Che cosa può mai raccontare un giornalista in un contesto del genere? Immagino che non accada nulla di grave lì dentro. Però il punto è proprio questo: non ti fanno entrare.
E sui rapporti tra calciatori e certi ambienti delle curve che idea ti sei fatto?
È tutto da scrivere. Il rapporto tra ’ndrangheta, mondo dei calciatori, imprenditoria e altri ambienti è ancora tutto da approfondire. Lì potrebbero esserci colpi di scena.
Non mi stupisce che alcuni calciatori possano avvicinarsi a certe persone. A volte non hanno gli strumenti per capire bene chi hanno davanti. Si sentono rassicurati da quelle presenze, magari le vivono come protezione o come appartenenza. Bisogna capire, caso per caso, di che natura fossero quei rapporti.
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