Infrastrutture distrutte e mine nello Stretto di Hormuz: perché la crisi energetica non finirà a breve

22 Giugno 2026 - 15:32
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Infrastrutture distrutte e mine nello Stretto di Hormuz: perché la crisi energetica non finirà a breve

Al netto del fragile equilibrio che sta venendo alla luce nelle ultime ore nell’intesa tra Usa e Iran, più tutte le criticità che si aggiungono per il fatto che i bombardamenti israeliani sul Libano non cessano, una cosa è chiara: la normalità nelle acque dello Stretto di Hormuz arriverà solo tra diversi mesi. Alla questione ha dedicato un’analisi l’Institute for energy economics and financial analysis (Ieefa) sottolineando che l’accordo siglato ha sì generato un calo del prezzo del petrolio (il Brent è sceso sotto i 79 dollari al barile) segnalando l’ottimismo dei mercati, e però gli esperti e gli operatori marittimi avvertono che la ripresa del transito di greggio e gas naturale liquefatto (Gnl) in quest’area avverrà in modo molto lento e graduale.

I ricercatori dell’istituto di analisi ricordano che normalmente transitano attraverso lo Stretto di Hormuz un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare e il 19% dei prodotti petroliferi raffinati. Quel tratto di mare trasporta inoltre circa un quinto del Gnl mondiale e una quota significativa del commercio globale di prodotti chimici via mare, in particolare fertilizzanti. Detto questo, non si può non notare che attualmente le condizioni della riapertura dello Stretto sono ambigue. Non è stato pubblicato alcun testo della bozza di accordo siglato da Washington e Teheran, ma l’agenzia di stampa statale iraniana Mehr ha riferito che ci sarebbe stata una riapertura dello stretto entro 30 giorni in base ad «accordi iraniani».

Dovrebbe esserci, il condizionale è d’obbligo, un aumento dell’offerta nel breve termine. Circa 60 petroliere cariche di greggio, rimaste bloccate nel Golfo Persico dall’inizio del conflitto a febbraio, potrebbero essere in grado di ricominciare a trasportare il petrolio verso i mercati. Alcune di queste navi sono abbastanza grandi da trasportare 2 milioni di barili di petrolio (circa due giorni di consumo petrolifero australiano). Ma, sottolineano i ricercatori Ieefa, in base ai dati di monitoraggio del traffico marittimo, ci vorrà più tempo prima che il numero significativo di navi in attesa al di fuori dello Stretto di Hormuz possa entrare nel Golfo ed essere caricato.

Ma la domanda centrale, in tutto ciò, è una sola: le acque di Hormuz sono sicure? Dall’annuncio di domenica, il traffico attraverso lo stretto è rimasto pressoché invariato. E gli armatori hanno reagito con cautela alla bozza di accordo. Non c’è da stupirsi, sottolineano i ricercatori della Ieefa: durante il conflitto sono state colpite 38 navi, rispettivamente 24 dall’Iran, quattro dagli Stati Uniti e le restanti senza conferma.

Secondo quanto riportato, potrebbero volerci anche mesi per bonificare lo stretto dalle mine posate dall’Iran.

Oltre a tutto ciò, da Teheran e Washington giungono messaggi contrastanti: i vertici iraniani affermano che applicheranno una tariffa per i servizi, mentre Trump ha dichiarato che lo stretto sarà a transito gratuito. Questa apparente discrepanza deve ancora essere chiarita.

Oltre a tutte queste criticità e incognite a livello per così dire diplomatico, ci sono poi una serie di criticità puramente strutturali di cui bisogna tener conto. La guerra ha causato danni ingenti alle infrastrutture energetiche del Golfo persico. Durante il conflitto sono stati attaccati oltre 80 impianti. E per forza di cose la ripresa sarà graduale, poiché i danni hanno interessato giacimenti petroliferi, raffinerie e oleodotti in tutto il Golfo, ha affermato il presidente esecutivo dell’International energy agency (Iea), Fatih Birol. Tra i danni si segnalano quelli negli gli Emirati Arabi Uniti, che hanno dichiarato che ci vorrà fino al 2027 prima che i flussi petroliferi tornino alla normalità, anche in caso di cessazione immediata del conflitto (gli Eau sono il terzo esportatore di petrolio che utilizza lo stretto, dopo l’Arabia Saudita e l’Iraq). Per quanto riguarda l’Iran, i produttori di petrolio di questo paese dovrebbero accogliere con favore l’accordo, che dovrebbe includere una deroga statunitense alle sanzioni petrolifere che consentirà a Teheran di vendere petrolio a un maggior numero di clienti. Tuttavia, parte delle infrastrutture energetiche iraniane è stata danneggiata quando Israele ha colpito il giacimento di gas di South Pars e le infrastrutture del vicino centro di trattamento di Asaluyeh. L’Iran ha dichiarato di aver riavviato la produzione su tre piattaforme offshore nel giacimento di gas di South Pars, ma non ha indicato quanto tempo ci vorrà per riparare le infrastrutture danneggiate. Quanto infine al Qatar, il pieno recupero delle esportazioni di Gnl della regione potrebbe richiedere fino a cinque anni  a seguito dell’attacco iraniano al più grande impianto di trattamento del Gnl, il complesso di Ras Laffan. Prima della guerra, questo impianto produceva 77 milioni di tonnellate di Gnl – quasi il 19% della produzione globale dello scorso anno. QatarEnergy ha dichiarato che, a causa dei lavori di riparazione, 12,8 milioni di tonnellate rimarranno fuori produzione per un periodo compreso tra i tre e, appunto, i cinque anni.

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