«Inquadrare è scegliere»: Riccardo Falcinelli al BA Book Festival racconta la grammatica dello sguardo

Maggio 18, 2026 - 08:32
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«Inquadrare è scegliere»: Riccardo Falcinelli al BA Book Festival racconta la grammatica dello sguardo
Generico 18 May 2026

C’è un gesto che facciamo tutti, ogni giorno, decine di volte, senza accorgercene: inquadrare. Puntare un rettangolo su un pezzo di realtà e decidere cosa entra e cosa resta fuori. Lo fa il fotografo con il suo obiettivo, lo fa il pittore con la cornice del quadro, lo fa chiunque alzi il telefono per fare una foto al tramonto o alla pizza. Ma cosa significa davvero quell’atto? E soprattutto: c’è differenza tra chi lo fa con consapevolezza e chi no?

A queste domande ha provato a rispondere Riccardo Falcinelli nella prima serata del BA Book Festival, ospitata nella suggestiva sala del Museo del Tessile di Busto Arsizio. Grafico, saggista, docente e autore di libri diventati riferimenti nella cultura visiva italiana, da Critica portatile al visual design a Figure, da Cromorama a Visus, Falcinelli ha tenuto una lectio magistralis che ha mescolato storia dell’arte, neuroscienze, cinema, musica e persino filosofia del cibo, tenendo la sala in un ascolto concentrato per oltre un’ora.

Ad aprire la serata l’assessore alla cultura del Comune di Busto Arsizio Manuela Maffioli, che ha salutato il pubblico e introdotto il festival, e Marco Giovannelli, direttore di VareseNews, che ha presentato l’ospite. Un’iniziativa organizzata dalla Galleria Boragno che compie 30 anni, dal Circolo fotografico bustese che festeggia i 50, con il contributo di ICMA e dell’agenzia delle Generali di Busto Arsizio.

La finestra come metafora fondativa

Falcinelli ha preso il via da un dipinto: un interno in penombra, un uomo seduto, una finestra aperta su un paesaggio. La finestra, ha spiegato, non è uno sfondo. È una scelta. «Inquadrare significa dire: questa parte del mondo è quella che conta. Il resto non esiste.» È da questo gesto apparentemente banale che nasce tutta la storia della rappresentazione visiva occidentale.

Per secoli, ha ricordato, fare immagini era un mestiere riservato a pochi. I pittori del Rinascimento costruivano le loro composizioni seguendo regole precise, tramandate come segreti di bottega: la diagonale del quadro, il punto aureo, il modo in cui la luce doveva cadere sull’orizzonte. Regole non arbitrarie, ma fondate su qualcosa di più profondo: il modo in cui il cervello umano legge lo spazio, cerca equilibrio, si sente al sicuro o in pericolo.

Generico 18 May 2026

Il cervello antico davanti allo schermo moderno

È qui che Falcinelli ha introdotto uno dei fili conduttori della serata: l’idea che la nostra risposta alle immagini non sia culturale, ma evolutiva. «Quando guardiamo uno spazio, reale o raffigurato, il nostro cervello fa ancora quello che faceva centomila anni fa sulla savana: capisce se quello spazio davanti a noi è un pericolo o un’opportunità, se c’è un predatore o un partner.»

Questo spiega, secondo Falcinelli, perché disponiamo gli oggetti in casa in un certo modo, perché certi quadri ci fanno sentire a disagio e altri ci riposano, perché un’inquadratura storta ci disturba anche se non sappiamo spiegare perché. Il senso estetico non è un lusso intellettuale: è un meccanismo di sopravvivenza raffinato nei millenni.

Con una serie di immagini a confronto, nature morte olandesi del Seicento accostate a fotografie americane degli anni Trenta, dipinti impressionisti messi in dialogo con fotogrammi di cinema, ha mostrato come le stesse regole compositive attraversino epoche e media diversi. «Il primo fotogramma cinematografico era diviso in una griglia 4×4. La stessa del dipinto. Non è un caso: chi ha inventato il cinema veniva dalla pittura.»

Scegliere è già fare arte

Una delle idee più forti della serata riguarda la fotografia di reportage. Dal presidente del Circolo fotografico bustese che ha festeggiato 50 anni di attività, è arrivata la domanda: come si conciliano tutte queste regole con la fotografia di guerra, dove non puoi spostare nulla, dove la realtà è data e non puoi chiedere al mondo di mettersi in posa?

«I grandi fotografi», ha risposto Falcinelli, «sono talmente allenati a vedere che anche in una situazione di emergenza si posizionano istintivamente in modo tale che le cose ricadano bene nell’inquadratura. Ma soprattutto: un fotografo non scatta una foto. Ne scatta quaranta. E l’atto compositivo avviene dopo, nella scelta. Ci sono due momenti distinti: un occhio allenato che seleziona lo spazio in tempo reale, e poi una seconda selezione a posteriori. Questa è una caratteristica che la fotografia ha e che nessun’altra arte ha.»

Internet ha congelato il visivo

La parte più provocatoria della serata è arrivata verso la fine, con una riflessione sull’evoluzione o piuttosto la stagnazione del linguaggio visivo contemporaneo.

«Noi siamo in uno stallo visivo completo», ha detto Falcinelli. «I vestiti di oggi sono incredibilmente simili a quelli del 2006. I cartoni animati della Pixar di oggi hanno lo stesso stile di quelli di trent’anni fa. Mentre tra il 1950 e il 1970, vent’anni soltanto, tutto era cambiato radicalmente.»

La causa, secondo lui, è Internet. «Internet ha costruito un nuovo modo di conoscere, ma è cristallizzante. Da quando è arrivato, si è molto rallentato il processo di invenzione di forme visive nuove.»

E l’intelligenza artificiale? Non migliora le cose. «È la prima volta che una tecnologia nasce come imitatrice del passato e non come innovatrice. Ogni tecnologia visiva precedente il nuovo pennello, l’aerografo, la macchina fotografica, il cinema ha cambiato il modo di fare immagini. L’IA invece replica all’infinito stili che già conosciamo. La chiamiamo creativa, ma non lo è.»

Comporre è una pratica civile

Falcinelli ha concluso con un pensiero che ha restituito alla serata il suo carattere più intimo e universale. Comporre un’immagine non è un’attività per professionisti. È qualcosa che riguarda tutti: come sistemiamo i bicchieri su un tavolo, come disponiamo le piante sul balcone, come scegliamo dove appendere una fotografia. «Noi le cose dentro casa le mettiamo in un certo modo perché quando ci muoviamo in quello spazio ci sentiamo a nostro agio. Non è design. È il cervello più antico che abbiamo che ci chiede di rendere lo spazio leggibile, sicuro, usabile.»

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