Italia a rischio estinzione: il capodoglio

Cosa sogna un capodoglio, mentre galleggia in verticale nelle profondità del mare, dritto come un fuso lungo fino a 20 metri per 50 tonnellate di peso? Non possiamo rispondere: ci è precluso l’accesso allo stato di coscienza di un’altra persona, figurarsi a quello di un’altra specie. Ma possiamo intuire quanto la loro esperienza onirica (e non solo) sia diversa da quella che sperimentiamo noi Sapiens.
Questi giganti del mare non vivono una separazione netta tra sonno e veglia, in quanto il loro cervello – il più grande nel regno animale – tiene continuamente un piede in entrambe le staffe, quasi con atteggiamento narcolettico. Ogni tanto i capodogli devono poter emergere per continuare a respirare mentre riposano, dunque come altri cetacei addormentano un solo emisfero alla volta, sonnecchiando affiancati pinna a pinna con gli altri membri del loro branco (pod), pronti ad affiorare per una boccata d’aria fresca di cui fare tesoro. Un singolo respiro può valere oltre un’ora d’apnea, e i capodogli amano la profondità. Per questo sono una specie criptica.
È raro vedere un capodoglio avvicinarsi alle coste, una possibilità che accade solo dove i fondali sono particolarmente scoscesi. Riescono a immergersi anche oltre i 2.500 metri per cacciare enormi cefalopodi come il leggendario calamaro gigante, che possono permettersi di braccare essendo di fatto i predatori più grandi della Terra. Abituati a muoversi nell’oscurità – a tremila metri sott’acqua i raggi del sole sono un lontano ricordo –, questi mammiferi si affidano all'ecolocalizzazione per orientarsi. Emettono clic ritmici fino a 230 decibel (sufficienti a stordire prede come calamari o squali), che rimbalzano ovunque creando una mappa sonora estremamente dettagliata dell’ambiente circostante, e usano lo stesso trucco per comunicare con gli altri membri del proprio pod fino a centinaia di chilometri di distanza.
I capodogli sono infatti una specie con una complessa struttura sociale, molto coesa e matriarcale, ma una lunghissima storia evolutiva non è riuscita a prepararli ad affrontare la minaccia più critica per la loro sopravvivenza: la specie umana.
Le Liste rosse elaborate per l’Italia seguendo i criteri dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn) inquadrano il capodoglio (Physeter macrocephalus) come specie “in pericolo” (EN). Spesso vengono trovati spiaggiati con plastica nello stomaco, e circa un terzo di loro muore a causa dei rifiuti ingeriti; un altro profilo di rischio è il crescente frastuono che è arrivato a turbare la quiete del mondo fin sotto il pelo dell’acqua – per colpa del traffico marittimo, dei sonar, delle trivellazioni petrolifere –, arrivando a costituire oggi un grande fattore di disturbo, perché inficia la possibilità dei cetacei di orientarsi e comunicare attraverso i clic sonori.
In passato la popolazione di capodogli ha subito anche un declino importante a causa delle spadare, soprattutto nel Mar Tirreno e nel Mediterraneo centrale. Oggi la specie è presente nel Mar Ligure con più frequenza, ad ovest di Corsica e Sardegna, nel Mar Ionio, ed è meno frequente nel Tirreno e in Adriatico. A seguito del bando totale delle spadare, la situazione – riporta la Iucn – sembra essere migliorata, nonostante la mortalità dovuta alle attività illegali di pesca.
Eppure si stimano non più di 2500 capodogli maturi nell’intero Mediterraneo, tutti inclusi in una sola popolazione. Sono gli ultimi custodi di un modo di sperimentare il mondo per noi alieno, ma non meno prezioso da vivere. E che merita di essere difeso.
Quest’articolo fa parte di “Italia a rischio estinzione”, la rubrica settimanale a cura di Margherita Tramutoli aka La Tram per esplorare gli impatti sul territorio italiano della sesta estinzione di massa in corso a livello globale.
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