Italia a rischio estinzione, la biodiversità che Resiste: lo stambecco delle Alpi

Verso la metà di aprile, quando i primi prati del fondovalle tornano a rinverdire, i primi gruppi di stambecchi scendono dalle quote più alte del Parco nazionale del Gran Paradiso in cerca di cibo. L’arrivo dell’estate e lo scioglimento della neve li spingono poi nuovamente verso l’alto, rendendoli più difficili da avvistare.
Questo movimento segue la disponibilità stagionale delle praterie alpine, da cui dipende il ciclo biologico dello stambecco. Dietro la presenza odierna della specie lungo l’arco alpino c’è però una storia di sopravvivenza rimasta appesa, alla fine dell’Ottocento, a meno di cento esemplari.
L’avvento delle armi da fuoco aveva condotto lo stambecco alpino sull’orlo dell’estinzione. Soltanto un piccolo gruppo arroccato sul massiccio del Gran Paradiso riuscì a salvarsi, nelle valli che oggi compongono il Parco nazionale, dove questo possente quanto fragile animale è un simbolo indiscusso. La protezione accordata a livello legislativo e le successive operazioni di reintroduzione hanno consentito alla specie di tornare sulle Alpi: tutti gli stambecchi che oggi le popolano discendono da quei pochi sopravvissuti.
In Italia questo caprino vive esclusivamente lungo l’arco alpino, suddiviso però in popolazioni isolate e non comunicanti tra loro. Oltre al Gran Paradiso, le reintroduzioni lo hanno riportato nel gruppo della Marmolada, da cui si è poi formata la colonia del Sella, sulle Pale di San Martino e sull’Adamello-Presanella; in Veneto è presente anche sulle Marmarole e sulla Croda di Sesto.
Le Liste rosse elaborate per l’Italia secondo i criteri dell’Unione mondiale per la conservazione della natura (Iucn) classificano oggi lo stambecco delle Alpi (Capra ibex) come specie a «rischio minimo» (LC). Nel nostro Paese non è cacciabile e vive soprattutto all’interno di aree protette, ma lo sterminio ottocentesco continua a pesare sulla sua capacità di affrontare le minacce presenti e future.
La drastica riduzione subita dalla popolazione rappresenta infatti un “collo di bottiglia” genetico: insieme alla maggior parte della variabilità genetica è andata perduta una quota del potenziale adattativo della specie, ovvero della sua capacità di rispondere ai cambiamenti ambientali. Rispetto al camoscio, ad esempio, la diversità genetica dello stambecco rimane molto più bassa.
Le conseguenze sotto il profilo sanitario, abbassando la risposta immunitaria. Una minore variabilità genetica può infatti ridurre la capacità di difendersi dagli agenti patogeni, e non a caso negli ultimi anni alcune epidemie hanno già prodotto effetti pesanti. La rogna ha causato estinzioni locali nelle Alpi orientali, mentre a Bargy (Francia) la diffusione della brucellosi ha portato alla drastica decisione di abbattere intere colonie. I ricercatori hanno dunque avviato nuove indagini sui rapporti tra patrimonio genetico, patologie e conservazione della specie.
Intanto, lo stambecco misurarsi con un ambiente montano che cambia rapidamente. Essendo un erbivoro ruminante, cerca i pascoli più ricchi di vegetazione nutriente, ma le sue limitate capacità di termoregolazione lo obbligano durante l’estate – sempre più rovente, come dimostra la quarta ondata di calore consecutiva a partire da maggio che sta attraversando il Paese – a spostarsi verso zone più fresche. L’aumento delle temperature lo sospinge sempre più in alto, intrappolato dove l’erba diventa più scarsa.
Anche il progressivo anticipo dello scioglimento della neve altera i suoi ritmi vitali: la stagione vegetativa comincia prima e perde la sincronizzazione con il delicato periodo in cui nascono i capretti. Al tempo stesso, l’abbandono dei pascoli favorisce l’avanzata dei boschi a discapito delle praterie indispensabili alla sua alimentazione.
La velocità della crisi climatica, causata da mano umana bruciando combustibili fossili, restringe ulteriormente questo equilibrio. Dalla seconda metà di giugno, quest’anno, la quota dello zero termico si è mantenuta frequentemente tra 4.800 e oltre 5.000 metri, mentre sull’intero arco alpino le temperature hanno registrato anomalie generalmente comprese tra +2 e +4 °C rispetto alla media climatica 1991-2020. Lo stambecco continua a resistere, ma non potrà farlo per sempre. E nemmeno noi, dato che senza ghiacciai – il solo Adamello nell’ultimo anno ha perso 12 milioni di metri cubi d’acqua – le riserve idriche evaporano anche per noi, lasciando i fiumi a secco.
Quest’articolo fa parte di “Italia a rischio estinzione”, la rubrica settimanale a cura di Margherita Tramutoli aka La Tram per esplorare gli impatti sul territorio italiano della sesta estinzione di massa in corso a livello globale.
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