Schlein alza la voce con Conte, ma al Pd la linea politica continua a dettarla lui

Gli inglesi dicono «preaching to the choir», predicare al coro. Cioè dire cose a chi è già convinto. È lo stile abituale di Elly Schlein, esattamente quello che ha intonato ieri davanti alla Direzione del Pd. Perché il problema era diventato il tono prima ancora che la linea. Il clima molliccio delle ultime settimane, il tric e trac sulle primarie, le schermaglie, i distinguo, le mezze candidature: roba capace di sfiancare militanti ed elettori, come certificato da tutti i sondaggi con un Pd alla Enrico Letta, al venti per cento. Così quelli più esperti le avevano consigliato di alzare la voce. Ed è arrivato lo Schlein pride. Il Partito sono io.
In questo modo ieri è partita la doppia campagna elettorale: da una parte le primarie, con il primo vero irrigidimento nei confronti di Giuseppe Conte: «Uno non vale uno, siamo generosi ma non ingenui». Dall’altra contro Giorgia Meloni, un’arringa più scontata: «Avete fallito, elezioni», e giù un catalogo di dieci colpe del governo. Tutto abbastanza prevedibile.
E poi, se davvero «uno non vale uno», perché allora sull’Ucraina la leader si continua a barcamenare con il formale sostegno all’Ucraina, la solita evocazione di una nuova fase negoziale con una trattativa che dovrebbe prima o poi materializzarsi? Invece sarebbe stato utile mettere qualche paletto più netto su Kyjiv contro Conte. Schlein ha preferito non farlo. Oppure avrebbe dovuto prendere le distanze dalle tesi cremliniane di Goffredo Bettini pubblicate sul Corriere della Sera. Non sulla persona, naturalmente: sui contenuti. Perché quelle posizioni una presa su una parte della base del Pd ce l’hanno. E far finta che non esistano non le fa sparire.
Poi c’è il grande buco della coalizione. La famosa road map non è pervenuta, se ne riparlerà, forse, alla fine di ottobre. Quanto alla proposta di consentire una seconda candidatura democratica in primarie a doppio turno avanzata da Giorgio Gori, la segreteria sembra considerarla un fastidio più che un problema politico. Non ne ha nemmeno parlato nella replica. Se ci saranno i gazebo, correrà Schlein e solo Schlein, e pazienza se una parte dell’elettorato riformista, costretta a scegliere tra la brace Conte e la padella Schlein, potrebbe semplicemente decidere di stare a casa. E non è detto che saranno quattro gatti.
È questo il punto che la relazione di ieri non ha sciolto. Schlein ha parlato soprattutto al suo partito, ma non aprendo su nulla e rinchiudendosi nel bunker dell’orgoglio. Ha messo in riga i «contiani del Pd», cioè quelli che alle elezioni votano Nazareno e alle primarie voterebbero volentieri l’avvocato del populismo, quelli che a mezza bocca dicono: se Conte e Schlein dicono quasi le stesse cose, perché non scegliere Conte? Lui è più esperto, più aggressivo. Insomma, più bravo. E allora, per una volta, Elly ha deciso di togliersi qualche sassolino dalla scarpa.
Ha rivendicato i risultati della sua gestione. Le casse del partito, la ripresa organizzativa, una macchina che torna a respirare. Tutto vero, ma è un bilancio soprattutto interno. Fuori dal Pd resta la domanda che conta: quale sarebbe, oggi, la proposta di governo? Qui il salto di qualità continua a non vedersi. Lo ha notato su Repubblica Massimo Recalcati indicandolo con una formula semplice: un partito «per», non soltanto un partito «contro».
E i pezzi grossi del Pd tutto questo lo sanno. Erano lì, dalla tribuna sostenevano la segretaria, ma non sembravano esattamente rapiti. Andrea Orlando, Dario Franceschini – accolto calorosamente – provano a dare una mano alla segretaria, ma il salto di qualità non lo vedono neanche loro. C’era Bettini, e non è parso conquistato dalla relazione. Del resto, ormai siamo in campagna elettorale, si sente l’odore delle liste da comporre, la minestra è questa, si serrano i ranghi.
Resta il dissenso dei riformisti, che non hanno partecipato al voto finale, ignorati su tutto, ormai enclave tollerata. La loro partita, dentro questo Pd, appare sempre più bisognosa di un esame sincero. Tante battaglie, ma il profilo del Pd schleiniano trova posto nella sinistra populista di questi anni, forte nella mobilitazione del proprio campo, mentre è ancora tutta da verificare sulla costruzione di una proposta di governo. Schlein, intanto, ha alzato la testa. E Conte, c’è da scommetterci, non avrà applaudito. I rapporti tra i due sono peggiorati, la competizione è uscita allo scoperto. Deciderà la gggente ai gazebo, fuori i popcorn.
L'articolo Schlein alza la voce con Conte, ma al Pd la linea politica continua a dettarla lui proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Wow
0
Triste
0
Furioso
0
Commenti (0)