L’Italia arresta su richiesta di Mosca l’uomo che ripara la rete ucraina, e poi gli nega un giudice

La mattina del 28 settembre 2025 una pattuglia della Squadra Volanti entra in un albergo del centro di Firenze e arresta un ingegnere ucraino. Non ha commesso alcun reato in Italia. È ricercato dalla Federazione Russa, che nel 2022, a guerra già iniziata, ha ottenuto da Interpol una Red Notice per una presunta truffa bancaria risalente al 2014. In Italia, quando arriva una segnalazione di questo tipo, la polizia arresta. Poi tocca a un giudice.
Chi sia quell’uomo, di cui per ragioni di sicurezza non pubblichiamo nome e cognome, conta. Da quasi trent’anni è alla guida di un gruppo industriale ucraino che progetta e costruisce centrali, sottostazioni ad alta tensione e linee di trasmissione. È partner storico dell’operatore nazionale della rete elettrica e di grandi utility e gruppi industriali del Paese. Dal febbraio 2022 il suo lavoro è diventato anche ricostruire gli impianti colpiti dai missili russi e proteggere i nodi della rete. Quattordici suoi dipendenti sono partiti per il fronte, uno è morto. Lo Stato ucraino lo ha decorato con l’Ordine al Merito in tutte e tre le classi, l’ultima, la più alta, con decreto del presidente Volodymyr Zelensky nel 2019.
Il giorno dopo la Corte d’Appello di Firenze convalida l’arresto ma esclude il carcere. Impone il divieto di espatrio, l’obbligo di dimora a Firenze e la presentazione quotidiana in Questura. Già in quel provvedimento i giudici scrivono che le «problematiche insorte negli ultimi anni con la Federazione Russa» rendono «incerta la sorte della richiesta di estradizione» e richiamano la giurisprudenza della Cassazione sui rischi di trattamenti contrari ai diritti fondamentali per chi venga consegnato alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
Il 20 ottobre, con il parere favorevole della Procura generale, la Corte revoca tutte le misure. La motivazione è netta: dopo l’invasione dell’Ucraina nessuna Corte italiana ha dato seguito a una richiesta di estradizione russa.
A quel punto l’ingegnere è libero. Ha riavuto il passaporto e potrebbe lasciare l’Italia. Non lo fa. La sua storia, del resto, ha già un precedente: per la stessa Red Notice era stato arrestato in Moldavia, era stato rimesso in libertà e aveva scelto di aspettare lì la decisione delle autorità, che avevano poi respinto la richiesta russa.
Resta dunque in Italia. Sa che una decisione di un giudice è anche l’unico modo per provare a chiudere la vicenda davanti a Interpol e chiedere la cancellazione della Red Notice. Senza un rigetto motivato, la segnalazione resta attiva e l’arresto può ripetersi in un altro Paese. Così informa la Questura della propria scarcerazione, si mette a disposizione e continua a soggiornare in Italia. A dicembre è a Milano, in un albergo che comunica i propri ospiti alla Polizia di Stato, dove incontra il suo avvocato. Poi firma un contratto d’affitto per una casa in Toscana, fino alla fine di marzo, dichiarandosi pronto a restare oltre se necessario.
Il suo difensore, l’avvocato esperto di cooperazione internazionale Enrico Di Fiorino, aspetta che da Mosca arrivi la richiesta formale di estradizione. A fine novembre, non vedendola, deposita una memoria in cui chiede alla Corte di sollecitare la Russia. Il sospetto è che lo Stato richiedente, sapendo che la domanda sarebbe stata respinta, preferisca non inviarla e lasciare il ricercato in un limbo.
La verità, scoperta solo consultando il fascicolo, è diversa. La documentazione russa era arrivata. Ma si era fermata a Roma.
Con una nota del 22 dicembre 2025 l’Ufficio per la cooperazione giudiziaria internazionale del ministero della Giustizia comunica al ministero degli Esteri di aver restituito gli atti alle autorità russe per via diplomatica. La ragione è che l’Interpol italiana, interpellata dall’Ufficio, non ha «notizie circa la reperibilità» dell’interessato dopo la scarcerazione. E che l’ingegnere, in udienza, avrebbe dichiarato di non vivere in Italia.
Da qui la conclusione del ministero: i procedimenti di estradizione vengono avviati «soltanto quando è certa la presenza della persona richiesta nel territorio italiano».
C’è però un dettaglio. Non vivere in Italia non significa non essere in Italia. E in quei mesi l’ingegnere in Italia c’era. Nessuno ha chiesto al suo difensore dove fosse, nonostante avesse eletto domicilio nel procedimento. La Corte d’Appello e la Procura generale di Firenze vengono informate della restituzione degli atti solo per conoscenza, a cose fatte.
L’8 gennaio la Procura generale chiede chiarimenti al ministero. Il giorno dopo arriva la conferma: gli atti sono stati restituiti perché non era certa la presenza dell’uomo sul territorio italiano. Alla Procura viene trasmessa anche una copia della documentazione russa. La domanda, dunque, esiste ed è arrivata a Roma.
Il 19 gennaio Di Fiorino scrive al ministero, e per conoscenza al ministro Carlo Nordio, al capo del Dipartimento e alla Direzione generale. Allega la fattura dell’albergo di Milano e il contratto di locazione in Toscana. Documenta così la presenza dell’ingegnere in Italia e chiede che la domanda russa venga trasmessa alla Corte d’Appello, perché sia un giudice a decidere.
La risposta arriva due giorni dopo, in una pagina. Il ministero ribadisce che «non dà corso alle domande di estradizione nei casi in cui non è certa la presenza della persona richiesta nel territorio italiano». L’articolo 703 del codice di procedura penale, aggiunge, «non prevede alcun obbligo». Le autorità russe sono già state informate che la domanda «non avrebbe avuto seguito». E l’istanza della difesa «non ha fondamento».
Sulle prove della presenza dell’ingegnere in Italia, però, nemmeno una riga.
Il 27 gennaio la Procura generale di Firenze prende atto della posizione del ministero e chiede alla Corte di dichiarare il non luogo a provvedere. L’11 marzo la Corte d’Appello lo fa: «stante la assenza di domanda estradizionale da parte del ministero della Giustizia».
Il procedimento finisce così senza che un giudice abbia deciso sulla richiesta di Mosca. L’ingegnere ha trascorso un breve periodo in carcere, oltre tre settimane con l’obbligo di presentarsi ogni giorno alla polizia, e poi mesi in Italia aspettando un processo che non si è mai celebrato. Non potrà chiedere la riparazione per l’ingiusta detenzione, che la Corte costituzionale ha esteso nel 2004 anche ai casi di estradizione, perché manca una decisione giudiziaria. E la Red Notice resta attiva.
Il 16 marzo il difensore torna a scrivere al ministero. Sostiene che, una volta aperta la fase giudiziaria con l’arresto, il ministero non possa semplicemente far sparire la domanda restituendola allo Stato richiedente. Richiama la Convenzione europea di estradizione e ricorda anche i precedenti dello stesso ministero.
Nel 2024, scrive Di Fiorino, in almeno quattro casi a Roma, Firenze, Venezia e Milano, il ministero aveva chiesto alle Corti di revocare le misure cautelari, anticipando che «non potranno essere assunte decisioni favorevoli all’estradizione verso la Federazione Russa». Dal 2025, invece, in altri procedimenti ha chiesto il mantenimento delle misure, senza spiegare il cambio di orientamento. La lettera cita anche un precedente della Corte d’Appello di Torino: nel 2023, dopo un non luogo a provvedere, il ministero aveva verificato che l’interessato si trovava ad Aosta e aveva trasmesso la domanda di estradizione.
La richiesta della difesa è semplice: comunicare a Mosca che l’ingegnere è in Italia e consentire alla domanda di arrivare davanti a un giudice. Il 21 aprile arriva un nuovo sollecito. Da allora, silenzio.
Per i difensori, il caso ricalca lo schema di Almasri. Nell’ordinanza con cui nell’ottobre 2025 aveva portato la vicenda davanti alla Consulta, la Corte d’Appello di Roma aveva censurato una scelta «discrezionale e insindacabile in sede processuale del Ministro della Giustizia», fondata sull’assenza dell’interessato dal territorio italiano, un «presupposto fattuale che non risulta da nessun atto del procedimento». Con la sentenza n. 143 del 23 luglio 2026 la Corte costituzionale ha dato ragione ai giudici romani.
C’è poi il paradosso della Red Notice. Un rigetto giudiziario della richiesta russa può diventare un argomento per chiedere a Interpol la cancellazione della segnalazione. Senza una decisione, invece, la segnalazione resta. Nel caso dell’ingegnere, il risultato è che la Russia ha ottenuto l’arresto e le misure restrittive, mentre il procedimento che avrebbe potuto portare a un rigetto non è mai arrivato davanti al giudice.
«Dispiace dover prendere atto della posizione assunta dal ministero della Giustizia, che di fatto impedisce all’autorità giudiziaria di svolgere la propria funzione di tutela dei diritti fondamentali», dichiarano a Linkiesta i difensori dell’ingegnere, l’avvocato Enrico Di Fiorino e il barrister inglese Ben Keith. «A ben vedere», dice Di Fiorino, «si tratta di una decisione che – nel mortificare il lavoro dei magistrati – si pone in contrasto con i doveri di cooperazione che discendono dagli accordi sovranazionali. Non è una situazione differente da quella verificatasi con Almasri, su cui è già intervenuta la Corte costituzionale». Aggiunge Keith, di IHR Advisors, che segue il caso da Londra e ha rappresentato il cliente davanti all’Interpol: «Quello che colpisce, visto dall’esterno, è che l’Italia ha giudici che da anni respingono con rigore le richieste russe, e che qui erano pronti a farlo. È stato il ministero a impedirglielo, sulla base di un fatto che non era vero e senza mai spiegare perché. Il mio cliente è un uomo decorato dal Presidente dell’Ucraina, che passa le sue giornate a riparare la rete elettrica che la Russia bombarda. Ha chiesto a un Paese europeo la cosa più semplice, cioè di essere giudicato. Gli è stata negata. Era già stato arrestato in precedenza in Moldavia, ma ci sono voluti quasi due anni per ottenere la cancellazione della Red Notice Interpol per motivi politici».
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