La Chiesa e gli abusi, un’azione a 360 gradi


Responsabilità, fiducia, ascolto, consapevolezza. Sono solo alcune delle parole risuonate più volte nel corso del seminario di studio dal titolo «Per una cultura della prevenzione» che ha messo al centro il tema della tutela agli abusi in contesti religiosi, educativi e sociali, a partire dall’esperienza della Chiesa italiana. La giornata, promossa dall’Università cattolica in collaborazione con il Servizio nazionale tutala minori, si è svolta oggi nell’ateneo milanese con un parterre di esperti e docenti di diverse discipline.
Il tema della prevenzione e della protezione di minori e adulti vulnerabili – «complesso, doloroso e delicato», come ha sottolineato in un saluto il rettore Elena Beccalli – è stato presentato a livello nazionale, regionale e diocesano: da una parte ripercorrendo le tappe del cammino che ha portato alla costituzione delle varie articolazioni, dall’altra spiegando il lavoro svolto da Servizi di ascolto, Consulte, gruppi di lavoro, équipe interdisciplinari e commissioni.

Una ferita per tutti
L’abuso, hanno ripetuto i relatori, è una ferita per la persona che subisce, ma anche per le comunità. E oggi non si può più tacere, fare silenzio o censurare. «Giustizia e prevenzione sulla protezione dei minori sono complementari», ha sottolineato Chiara Griffini, presidente del Servizio nazionale Tutela minori della Cei. Già le Linee guida, pubblicate nel 2019, insistevano sulla «responsabilità condivisa» e sulla «prospettiva interdisciplinare». Griffini ha quindi presentato tre forme di prevenzione: primaria, che coinvolge tutta le realtà ecclesiali; secondaria, che riguarda le prassi degli operatori per cui verrà presto redatta una Carta etica; terziaria, che implica l’ascolto delle vittime e il loro accompagnamento. «È in progetto anche un gruppo di accompagnamento ecclesiale e spirituale per vittime e famigliari», ha concludo la presidente.
La Consulta Cei
Tra le varie articolazioni va ricordata la Consulta nazionale Cei, di cui fa parte Luisa Roncari, psicologa psicoterapeuta, e che si riunisce due volte all’anno con tre finalità: condivisione, confronto, studio, «mettendo in comune esperienze territoriali e temi emergenti per elaborare prospettive e offrire strumenti per la rete ecclesiale». In futuro la Consulta vorrebbe definire una teologia della tutela di minori e adulti vulnerabili e immaginare un accompagnamento degli autori di reato.

Il lavoro delle Diocesi lombarde
Per don Tarcisio Bove, prete ambrosiano e coordinatore del Servizio regionale tutela minori, occorre tenere sempre in stretta connessione «l’ascolto delle presunte vittime con la prevenzione». Nel suo intervento ha esposto il lavoro svolto nelle Diocesi lombarde, che ha visto negli anni la convocazione delle diverse figure impegnate a più livelli nella tutela e nella prevenzione, organizzando incontri in presenza e online durante il Codiv. Pur riconoscendo la specificità di ogni Diocesi, è possibile «garantire una certa organicità regionale». Il coordinatore ha sottolineato anche l’importanza «della corresponsabilità delle comunità cristiane nella prevenzione dei rischi di abuso di potere, di coscienza e sessuale» e «di avviare una capillarità di percorsi formativi». Inoltre ha richiamato le schede di approfondimento dal titolo «Abusi, le parole della prevenzione», pubblicate su www.chiesadimilano.it e facilmente consultabili su temi come fiducia, potere, confini, vulnerabilità, narcisismo…
In Diocesi: attenzione alla formazione
Per la Diocesi ambrosiana è intervenuta Nicoletta Pirovano, referente che ha preso il testimone da Livia Pomodoro. Nel presentare il lavoro svolto negli ultimi tre anni dal Servizio tutela minori, ha sottolineato l’importanza della formazione, a partire dai diaconi, futuri preti che lavoreranno sul campo, ma anche le consulenze offerte ai parroci che si rivolgono al Servizio di ascolto per sapere come affrontare alcune situazioni particolari nei contesti educativi. Un’attenzione particolare va posta anche all’uso dei social, un problema che «non può essere delegato alle famiglie e alla scuola attraverso servizi specialistici, ma di cui deve farsi carico anche la Chiesa».
Il Servizio diocesano sta mettendo a punto anche un protocollo con Felceaf, i Consultori di ispirazione cristiana, perché nasca una collaborazione per il reciproco invio e per favorire una sensibilizzazione sul tema della prevenzione agli abusi a livello territoriale.

Il grado di consapevolezza
Non basta creare servizi, ha rilevato monsignor Gianluca Marchetti, sottosegretario Cei e già direttore del Servizio diocesano tutela minori di Bergamo: «Occorre utilizzare strumenti di valutazione» che rappresentano la «cartina tornasole» di quanto i servizi funzionino e cosa eventualmente modificare. Pertanto è utile «avere strumenti di ricerca, monitoraggio e valutazione per aggiustare il tiro e intervenire sull’assetto culturale». In ogni Paese, ha chiarito, la percezione dell’abuso è diverso in base al territorio. E ha aggiunto: «È importante anche capire quanto cresce la consapevolezza comunitaria, la corresponsabilità per una cultura della prevenzione».
Il seminario di studio ha coinvolto anche persone impegnate direttamente in ambito educativo. Nel pomeriggio sono intervenuti rappresentanti di Azione cattolica, Fom, Agesci e scuole cattoliche. Mentre la tavola rotonda interdisciplinare, moderata da Claudia Mazzucato (promotrice della giornata), ha visto l’intervento di diversi docenti dell’Università cattolica: psicologi, pedagogisti, penalisti e teologi. A conclusione è intervenuto monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’ateneo.
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