La democrazia a targhe alterne: quando la sinistra scopre la Costituzione americana

C’è un modo semplice per misurare la coerenza di un giudizio politico: verificare se cambia in base a chi ne beneficia. Applicato al dibattito italiano sugli Stati Uniti, il test è impietoso.
Un Presidente, due pesi
Da settimane si racconta di un presidente che fa affari mentre governa: criptovalute, contratti, interessi che si intrecciano con la Casa Bianca. Il tema esiste, ed è legittimo discuterne. Ma vale la pena ricordare come ragionano gli americani: non hanno eletto un venditore di bibite per fare il presidente. Hanno scelto un imprenditore che era già miliardario e lo hanno votato sapendo perfettamente chi fosse. Lo giudicano soprattutto dai risultati. È un approccio pragmatico che, prima di Trump, aveva già portato alla Casa Bianca presidenti provenienti dal mondo dell’impresa e dell’energia.
La Corte Suprema, giudicata due volte
Per una certa sinistra, la Corte Suprema è autorevole solo quando smentisce Trump. Quando invece gli dà ragione non è più una Corte indipendente: diventa il simbolo di una deriva autoritaria. È accaduto, ad esempio, nelle decisioni che hanno lasciato in vigore i divieti di partecipazione degli atleti trans alle competizioni femminili in alcuni Stati, ed è accaduto quando ha riconosciuto al presidente il potere di riorganizzare le agenzie federali. Se, al contrario, la Corte limita i poteri di Trump o gli dà torto — come sullo ius soli — torna a essere il baluardo dello Stato di diritto. Non cambia la Corte Suprema: cambia il giudizio di chi la commenta.
È una contraddizione che non riguarda gli Stati Uniti: riguarda chi in Italia pretende di giudicarli. Una democrazia non si misura dal risultato delle sentenze, ma dal fatto che esistano, che siano rispettate e che consentano ai poteri dello Stato di esercitare reciprocamente il proprio controllo. Gli Stati Uniti, con tutti i loro eccessi, continuano a offrire questa garanzia.
Il caso dello ius soli: il sistema dei contrappesi ha funzionato
Sul tema dello ius soli, la Corte Suprema ha ritenuto incompatibile con il XIV Emendamento l’ordine esecutivo con cui Trump intendeva limitare la cittadinanza per nascita. È una decisione che riafferma il ruolo della Costituzione e i limiti dei poteri presidenziali.
Trump ha annunciato di voler tentare la via legislativa attraverso il Congresso. Resta da vedere se un eventuale intervento normativo sarebbe compatibile con l’interpretazione costituzionale espressa dalla Corte.
Il punto politico, tuttavia, resta un altro: una Corte che talvolta conferma e talvolta limita l’azione del presidente dimostra che il sistema dei pesi e contrappesi continua a funzionare.
Non un problema americano, ma italiano
Il punto, in fondo, non è Trump. È la capacità — o l’incapacità — di giudicare le istituzioni per quello che fanno, non per chi ne è protagonista. Una Corte Suprema che a volte dà ragione e a volte dà torto al potere esecutivo non è un sistema difettoso: è un sistema che funziona.
Chiamarla autocrazia quando conferma una decisione di Trump e democrazia quando la smentisce non è un’analisi delle istituzioni americane. È un giudizio politico che cambia a seconda dell’esito delle sentenze.
La coerenza si misura proprio qui: applicare lo stesso metro di giudizio a prescindere da chi vinca una causa o una battaglia politica. Se il metro cambia a seconda del protagonista, il problema non è la democrazia americana. È il giudizio di chi la osserva.
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