La destra rinuncia al blitz sul ddl caccia, le associazioni scrivono a Fontana: «Il testo vada in commissione Ambiente»

Dopo l’approvazione al Senato della scorsa settimana, il confronto sul disegno di legge sulla caccia si è trasferito alla Camera. Il provvedimento, che punta a riformare in modo profondo la storica legge 157 del 1992 e che da tempo è stato ribattezzato «spara tutto», prevede l’allungamento delle stagioni venatorie, l’aumento delle specie cacciabili e un forte ridimensionamento del ruolo scientifico dell’Ispra, elementi che secondo le forze parlamentari di minoranza e le associazioni ambientaliste e animaliste rischiano di sferrare un duro colpo alla tutela della biodiversità nazionale.
Inizialmente, la destra sembrava intenzionata a imprimere un’accelerazione decisiva all’iter parlamentare, con l’obiettivo di blindare l’approvazione definitiva del testo prima della pausa estiva. Tuttavia, di fronte alle crescenti tensioni e alle forti resistenze, la maggioranza nelle ultime 48 ore ha deciso di rinunciare alla corsia preferenziale e ai tempi accelerati che aveva preventivato per l’esame a Montecitorio. A pesare su questa frenata sono stati soprattutto i fari accesi sul testo sia da parte del Quirinale, attento al rispetto dei principi costituzionali, sia da parte della Commissione europea, che già nei mesi scorsi aveva scritto al governo italiano evidenziando una serie di criticità insite nella nuova legge e che tutt’ora vigila sulla corretta applicazione delle direttive comunitarie sulla protezione della fauna selvatica.
In questo scenario di accesa discussione si inserisce la ferma presa di posizione di ben 57 associazioni ambientaliste, animaliste ed escursionistiche che hanno inviato una formale richiesta al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, affinché sia modificato l’iter previsto per il confronto a Montecitorio: la coalizione ecologista contesta fermamente la scelta di assegnare l’esame del testo alla sola commissione Agricoltura, considerata troppo sbilanciata a favore delle istanze produttive e venatorie. Wwf, Legambiente, Greenpeace, Cai, Feder trek, Lipu e le decine di altre associazioni che hanno firmato la lettera chiedono quindi una co-assegnazione formale alla commissione Ambiente, ritenendo impensabile che una riforma con un impatto così profondo sugli ecosistemi e sulla fauna selvatica venga discussa escludendo l’organo parlamentare specificamente deputato alla protezione del patrimonio naturale. «L’eliminazione del termine massimo della stagione di caccia, l’ampliamento del numero di specie cacciabili, la smisurata pressione venatoria correlata all’apertura della caccia nel demanio forestale e marittimo e all’ingresso di cacciatori stranieri in Italia, la riduzione obbligatoria per le regioni della superficie delle aree protette, il pieno rilancio della barbarie dei richiami vivi sono solo alcuni esempi che comporteranno innegabili ricadute sugli animali selvatici, sull’ambiente e sugli ecosistemi, oggi tutelati anche ai sensi degli articoli 9, 41 e 177 della Costituzione italiana», è la tesi sostenuta dal Panda e dalle altre sigle. «La decisione di assegnare questo importante e delicato provvedimento alla sola Commissione Agricoltura rischia di precluderne una valutazione sufficientemente ampia ed adeguata e siamo fiduciosi che Lei non intenda rinunciare al contributo di competenza e di autorevolezza che la Commissione Ambiente sarebbe senz’altro in grado di fornire per poter esaminare al meglio il suddetto provvedimento», affermano le 57 associazioni nella lettera inviata al presidente della Camera Fontana.
A complicare ulteriormente i piani della maggioranza è la netta opposizione interna al centrodestra guidata da Michela Vittoria Brambilla, esponente di Noi moderati. Brambilla ha espresso un parere totalmente contrario al disegno di legge ereditato dal Senato, arrivando a votare contro l’adozione dello stesso come testo base in commissione a Montecitorio. La rinuncia ai tempi record per il voto dimostra come il ddl caccia sia diventato un terreno di scontro trasversale, capace di unire i partiti di opposizione come su pochi altri fronti e di aprire invece crepe all’interno dello schieramento di governo.
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