Terrae Motus 2. Cosa fa la differenza in un sisma? La resistenza delle costruzioni, con tecnologie per batterlo. La lezione del terremoto in Venezuela? Rilanciare il sisma-bonus edilizio nel Paese che ha scelto bonus e superbonus per rifare le facciate

01 Luglio 2026 - 14:36
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Terrae Motus 2. Cosa fa la differenza in un sisma? La resistenza delle costruzioni, con tecnologie per batterlo. La lezione del terremoto in Venezuela? Rilanciare il sisma-bonus edilizio nel Paese che ha scelto bonus e superbonus per rifare le facciate

Quali sono le condizioni di sicurezza strutturale del nostro immenso e in parte storico patrimonio edilizio? L’ISTAT stima uno stock nazionale di 12.539.173 edifici residenziali, con 35.271.829 abitazioni delle quali 25.690.057 sono occupate. Oltre il 60% dei nostri edifici ha più di 45 anni, 1.832.503 sono stati costruiti prima del 1919, 1.327.007 tra le due guerre mondiali, circa 7 milioni di prima del 1974, nell’assenza dei minimi obblighi costruttivi in zone sismiche. Risultano in «ottimo stato di conservazione» solo il 15% delle abitazioni pre-1919, cica il 13% pre-1945 e il 15,8% pre-1961. Sono almeno 6 milioni le abitazioni classificate «in mediocre o cattivo stato di conservazione», e non a caso gli indicatori reali dell’alto rischio emergono dopo ogni scossa già intorno a Magnitudo 4.

L’alta vulnerabilità edilizia è il nostro gap, e amplifica la portata distruttiva dei nostri terremoti. È la Sicilia la regione che spicca per la maggior fragilità degli edifici con il 64,4% dello stock regionale su una media nazionale del 57,4%. Segue la Calabria con il 61,4%, ovvero il 40% dell’intero stock di edilizia non rafforzata e in aree sismiche 1 e 2.

Prendendo come parametro l’intensità sismica 6,3 del terremoto che distrusse L’Aquila nel 2009, il centro studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri ipotizza una quota di immobili nazionale pari al 40% con urgente bisogno di interventi di sicurezza statica. A questa quota, va aggiunta l’edilizia a uso artigianale, industriale, commerciale, turistico, sportivo. Delle 325.427 strutture produttive, 133.000 sono state costruite tra il 1971 e il 1990, e un terzo dopo il 1990, chiudendo spesso un occhio sull’antisismica; 95.000 strutture sono in aree a più elevata sismicità, dove troviamo anche 75.000 edifici pubblici strategici come ospedali, caserme, municipi, prefetture; e il 41% dell’edilizia scolastica con un edificio su dieci realizzato in epoca pre-1919 e il 43% pre-1971.

C’è poi da considerare uno stock di edilizia «fantasma», sconosciuta a tanti catasti comunali che riemerge all’attenzione dopo crolli e collassi per vetustà. Il numero varia dagli 1,2 milioni censiti dall’Agenzia delle entrate ai 2 milioni rilevati da indagini ISTAT e Confesercenti.

Un esempio emblematico della nostra folle propensione a inseguire e gestire emergenze, è il mezzo fallimento del Sismabonus, l’agevolazione fiscale più importante per gli interventi di sicurezza sismica degli edifici, con il recupero di una quota significativa delle spese sostenute per lavori strutturali, dal 50% per la prima casa al 36% per le seconde abitazioni. Lanciato con il Decreto Legge 2013 numero 63 “derivato” dal Bonus Ristrutturazioni del 1986, rilanciato il 1 gennaio 2017 per “incentivare interventi di consolidamento e miglioramento anti-sismico degli edifici nelle aree a rischio sismico”, integrato dal 1 luglio 2020 nel Superbonus 110%, e successivamente nel Super-Sismabonus condominiale. La detrazione 2026 resta al 36% per qualsiasi immobile e al 50% per l’abitazione principale con diritto di proprietà o godimento, con spesa massima pari a 96.000 euro. E da 2028 si applicherà il regime strutturale del 30% con tetto a 48.000 euro. 

Ma, nonostante l’urgenza e le risorse, la misura è rimasta sostanzialmente ai margini dell’interesse dello Stato e dei cittadini. Gli interventi di messa in sicurezza strutturale per poter resistere al terremoto sono stati platealmente messi in ombra e surclassati dai più popolari lavori di rifacimento facciate con efficientamento energetico dei condomini. Il risultato è che il Sismabonus è stato penalizzato da scarso interesse, scarsissima informazione, eccessiva burocrazia, in alcuni casi da un uso distorto degli incentivi.

È solo un costosissimo esempio della rimozione dell’alto rischio sismico, con i suoi clamorosi esborsi di spesa pubblica per gestire le emergenze e avviare e concludere le ricostruzioni. Dal terremoto del Belice del 1968 a oggi, lo Stato ha speso 135 miliardi di euro, con gli ultimi 20 miliardi ancora da investire e spalmati al 2047. Le sole ultime 3 ricostruzioni dopo gli ultimi 3 devastanti terremoti stanno costando 54 miliardi di euro, destinati a raggiungere i 60 miliardi: 17,4 miliardi per L’Aquila 2009, 13 miliardi per l’Emilia 2012 e 23,5 miliardi per il Centro Italia 2016-2017. È più della metà del costo di un piano di prevenzione strutturale e di messa in sicurezza degli edifici mai messo in conto paradossalmente perché “costerebbe troppo”!

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Eppure, anche il terremoto è un terribile rischio gestibile. Non è un ossimoro, ma è la realtà. In Italia è un grande rimosso nazionale, con la prevenzione spesso catalogata come “impossibile da sostenere economicamente”. Niente di più falso!

Quanto costerebbe un Piano nazionale per adeguare il nostro patrimonio edilizio quanto meno in zone sismiche 1 e 2? Sempre il centro studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, ha stimato un investimento in 30 anni da 219 miliardi di euro, a tutela da impatti sismici parametrati con il terremoto di magnitudo 5,9 che colpì L’Aquila nel 2009. È davvero fuori portata in un Paese che ha destinato il più alto esborso pubblico del dopoguerra per l’edilizia, con la stellare cifra di 170 miliardi di euro a vari bonus, con 122,9 miliardi al Superbonus 110% per lavori di facciata effettuati su 496.194 edifici e non certo per aumentare la sicurezza sismica ma piuttosto per migliorare l’estetica aggiungendo qua e là riqualificazioni energetiche, ma tralasciando l’enorme problema della resistenza strutturale?

Quando capiremo che il mancato adattamento antisismico non è solo un rischio mortale, ma è anche un salasso per la finanza pubblica e quella privata, e fa correre più veloce la desertificazione umana delle nostre aree interne?

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Abbiamo l’urgenza di dotare l’edilizia di tecniche, tecnologie e nanotecnologie, rinforzi strutturali, travi e pilastri con controventi in acciaio, strutture sismo-resistenti che permettono elasticità alla struttura. Ma anche utilizzando materiali compositi antisismici come le fibre di carbonio che aumentano la resistenza alla flessione, dissipano l’energia tipica del sisma e limitano aperture di fessurazioni, utilissime per capannoni prefabbricati, infrastrutture ed edifici dove sono necessari interventi leggeri e rapidi. O il calcestruzzo ad alte prestazioni, il legno, la fibra di vetro o la fibra aramida con elevata resistenza alla trazione e elasticità. La loro posa è ormai rapida e poco invasiva. Non è nemmeno necessario lasciare l’abitazione, interrompere attività produttive o commerciali o abbandonare l’abitazione.

La tecnologia antisismica oggi è supportata in Italia da una filiera industriale e di ricerca consolidata, con una gamma di dispositivi dissipativi strutturali in acciaio e fibra di carbonio installati tra travi e pilastri che consentono di assorbire l’energia sismica concentrandola sul dispositivo ed evitando crolli aumentando la capacità portante. Sono possibili anche interventi sulle fondazioni con l’isolamento sismico alla base che disaccoppia l’edificio dal movimento del terreno, l’eliminazione o la riduzione di punti critici strutturali.

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Mettiamo fine al paradosso della nostra Italia tra i paesi sismici dove si può ancora morire per scosse che in altri paesi con la nostra stessa sismicità ma con l’obbligo rispettato dell’antisismica applicata a tutte le costruzioni, e allenamenti e preparazione ad affrontare il grande rischio, lascerebbero pochi danni, e soprattutto nessuna vittima. Mettiamo fine alla plateale contraddizione di essere sempre arrivati primi al mondo nell’inventare e nell’applicare soluzioni e tecniche antisismiche su singoli edifici, e addirittura su intere Città Nuove in grado di reggere il sisma come a Ferrara abbattuta dal terremoto nel 1570 e rifatta dall’architetto Pirro Ligorio su palinsesti antisismici delle domus romane, nella Sicilia e nella Calabria borbonica dopo i grandi terremoti del Seicento e del Settecento dove il mondo ammirò le prime abitazioni antisismiche cosiddette “case baraccate” che di baracca però non avevano nulla, ma avevano reti di intelaiature in legno in grado di farle resistere ai colpi del terremoto più devastante e una di esse si ammira a Mileto. E oggi con ricostruzioni antisismiche a regola d’arte dal Friuli al Centro Italia e al Sud.

E, tra i tantissimi miracoli italiani all’estero, c’è quello realizzato dall’azienda veneta Fip Mec di Selvazzano che è riuscita a tenere in piedi nel sisma a Taiwan del 3 aprile 2024 con. magnitudo 7.3 persino il grattacielo dei record, il Palazzo Taipei, che tocca il cielo con i suoi 508 metri d’altezza. Dal 2004 lo hanno reso quasi insensibile alle scosse, anche inserendo tra l’87esimo e il 92esimo piano una maxi sfera del diametro di 5,5 metri formata da 41 dischi e sostenuta da 8 pompe idrauliche che controbilancia le oscillazioni, assorbendo fortissime sollecitazioni sismiche e le violentissime raffiche di vento dei tifoni. Progettata in team con tecnici olandesi, all’azienda italiana l’incredulo governo di Taiwan fece firmare una polizza esorbitante da 1 miliardo di euro in caso di fallimento, ma gli italiani la sottoscrissero certissimi dell’efficacia della loro invenzione.

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È l’Italia che arriva sempre prima sulle soluzioni. Sapere che architetti, ingegneri geniali e maestranze di eccellenza non lavorano in Italia è un controsenso. Possiamo stare a discutere sulle responsabilità, ma queste sono di tutti se siamo oggi tra i meno educati a prevenire, a gestire e a battere il rischio sismico.

Tra i tanti casi positivi nazionali c’è anche il primo acquedotto resistente alle scosse in corso di realizzazione nelle Marche con l’azienda idrica CIIP di Ascoli. Dopo i 4 forti terremoti del biennio 2016-2017 che devastarono le aree montuose del Centro Italia con magnitudo dal 6.3 al 5.1 dal 24 agosto 2016, lasciando sotto le macerie 299 morti, con 338 feriti gravi e 41.000 sfollati, l’azienda con la Protezione Civile nazionale e l’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino Centrale, riuscì a creare le condizioni per lanciare la prima sfida italiana ed europea per progettare il primo intero acquedotto europeo con l’inserimento tecniche e tecnologie di difesa da scosse e anche da frane.

Il lavoro di progettazione è poi proseguito con l’apertura dei primi cantieri, e oggi sono gestiti dall’azienda con il presidente Marco Perosa, lo staff tecnico di altissimo livello coordinato dagli ingegneri Massimo Tonelli e Carlo Ianni, la regia finanziaria del direttore generale Giovanni Celani. L’opera, che impegna anche l’azienda idrica anconetana Acquambiente Marche, è stata finanziata in Legge di Bilancio 2018, con risorse PNRR e dal “Fondo per l’avvio di opere indifferibili” con i finanziamenti per la ricostruzione delle aree colpite dal sisma, presa in carico anche al Commissario Straordinario per la ricostruzione post sisma 2016 del Centro Italia, Guido Castelli. Il costo complessivo è stimato a circa 500 milioni di euro, con l’inserimento delle più avanzate tecniche antisismiche applicabili agli acquedotti.

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Segue da vicino i lavori dalla prima ora, già sindaco di Ascoli e promotore di una ricostruzione di un vasto territorio nel segno della massima sicurezza multirischio possibile, che spiega: “Il terremoto ha messo a nudo tutta la fragilità delle nostre infrastrutture. Ma dal male può nascere il bene, e sono nate anche la ricostruzione antisismica dell’acquedotto, l’interconnessione e la digitalizzazione delle reti idriche e dei sottoservizi urbani. Questa è la prima svolta strutturale, tecnologica, e anche culturale italiana nel settore delle infrastrutture vitali come quelle acquedottistiche. È nata dalla ferita del sisma come una strategia di buona prassi nazionale, e grazie ai fondi del programma “Next Appennino” abbiamo finanziato i sistemi più avanzati di monitoraggio con tecnologie e analisi predittiva per una gestione moderna ed efficiente dei servizi locali e per la massima protezione non solo per gli edifici ma anche per le reti a servizio dei cittadini”.

NELLA TERZA PUNTATA TUTTI I SISTEMI DI ALLERTA E ALLARME TERREMOTO
Qui il link alla prima puntata

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