La diplomazia palazzinara e criminale dell’era Trump

01 Luglio 2026 - 04:47
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La diplomazia palazzinara e criminale dell’era Trump

Sazan è un’isola albanese a cinque chilometri dal Capo Linguetta. Situata nel Canale d’Otranto – per noi italiani, visibile a occhio nudo dal Salento – quest’isola è un’oasi incontaminata che ospita diverse specie protette (foche monache, tartarughe marine e fenicotteri) che rientra nell’area più vasta del Parco nazionale del fiume selvaggio Vjosa. Riserve naturali come questa sono da sempre minacciate dalla peggiore delle possibili calamità che mette a rischio la loro sopravvivenza: il turismo selvaggio, in particolare quello dei cafoni arricchiti. Ma essendo, i nostri, tempi ridicoli, anche i capricci del turista live, laugh, love possono avere conseguenze politiche. È il caso di Sazan dove i cafoni arricchiti sono i membri di punta della famiglia Trump.

In una recente intervista, Ivanka, la figlia del presidente degli Stati Uniti, ha descritto il suo primo contatto con l’isola in termini quasi mitici, da racconto para-hollywoodiano («Eravamo sullo yacht di un amico, ci siamo fermati per una nuotata e l’abbiamo scoperta così […] Abbiamo nuotato fino all’isola, poi ci siamo arrampicati scalzi fino alla cima e ne siamo rimasti affascinati»). Una narrazione esotica coerente con gli stereotipi americani sull’Europa, specialmente nella sua veste estiva, che richiamano le atmosfere del film “Travolti dal destino” (non l’originale di Lina Wertmüller, intendiamo ovviamente l’orripilante remake del 2002 con Madonna).

La fascinazione personale di Ivanka Trump per Sazan è stata usata come scusa dal marito, Jared Kushner, per ideare, due anni fa, il progetto di un resort di lusso che dovrebbe essere edificato in un’area comprendente l’isola e il territorio di Zvernec; per la struttura sono già stati stanziati cinque miliardi di dollari dalla Atlantic Incubation Partners, società legata alla Affinity Partners, il fondo di investimenti guidato da Kushner. Il ruolo determinante del genero e consigliere di Donald Trump basterebbe da solo a spiegare le ragioni profonde dietro la protesta: Jared Kushner non è un semplice imprenditore che ha trovato, nel suocero, la chiave di volta per i suoi affari, ma è l’uomo della Casa Bianca trumpiana nei Balcani; il suo ruolo nella destabilizzazione della regione merita di essere approfondito perché ci riguarda direttamente, da italiani e da europei.

Sazan non è un caso isolato, infatti. Già nel 2025, Ja società Affinity e Partners ha tentato di realizzare a Belgrado un complesso immobiliare che sarebbe dovuto sorgere nell’ex quartiere jugoslavo della capitale; il progetto – avallato dal presidente serbo Aleksandar Vučić – prevedeva l’abbattimento del generalštab, un edificio dall’enorme valore storico che negli anni è diventato, per i serbi, un memoriale dei bombardamenti del ’99. Anche in Serbia, l’iniziativa di Kushner si è intrecciata con la diplomazia trumpiana che, in cambio del lasciapassare per l’avvio dei lavori, ha offerto al regime semi-autoritario di Vučić garanzie e accordi preferenziali (dall’appoggio politico nonostante la repressione delle manifestazioni studentesche al riconoscimento delle ambizioni scioviniste sul Kosovo).

Alla fine, il fondo di Kushner è stato costretto a fare retromarcia grazie all’opposizione di piazza dei serbi, ma l’episodio ha esplicitato la nuova strategia internazionale intrapresa dagli Stati Uniti a trazione oligarchi Maga: la diplomazia piazzista, una commistione tra affari privati e politica estera coerente con l’agenda Trump, il presidente che interpreta gli interventi militari (Venezuela, Iran, ma anche quelli soltanto minacciati come in Groenlandia o in Canada) come semplici mosse muscolari in una trattativa commerciale. Cafoni arricchiti con l’atomica, appunto.

È per questo che il resort di Sazan non è soltanto il capriccio di due ricchi americani in cerca della “vita lenta” in Europa: i piani per l’Isola sono esplicitamente politici. Come in Serbia, anche in Albania si tratta di inaugurare una nuova e stretta collaborazione tra l’amministrazione Trump e il governo locale. Nel 2024, contemporaneamente alla presentazione del progetto della Atlantic Incubation Partners, Edi Rama, il primo ministro albanese in carica dal 2013, ha fatto passare una legge che di fatto allenta le tutele per gli ecosistemi più sensibili del paese. Questa legge è al centro di un’inchiesta da parte della procura anticorruzione albanese che oltre a evidenziare gli aspetti più controversi del testo ha aperto un’indagine su elementi non trascurabili legati al provvedimento (dalle autorizzazioni regolatorie concesse in tempi estremamente rapidi ai possibili titoli di proprietà fraudolenti).

Anche per questo le similitudini con la Serbia non si esauriscono al ruolo di Affinity Partners. La Rivoluzione dei Fenicotteri – nome giornalistico adottato dalla protesta albanese – occupa le piazze di Tirana e delle principali città del Paese non solo per denunciare il caso osceno di Sazan, ma l’intero sistema Rama: il premier ha consolidato il proprio potere sulla turistificazione dell’Albania, un processo che negli ultimi dieci anni ha trovato le sue basi nella speculazione edilizia, la corruzione e la svendita di aree e settori strategici del paese. Come i serbi dopo la tragedia di Novi Sad, anche gli albanesi sono partiti da un caso (solo in apparenza) isolato per contestare un regime nella sua totalità.

E se in Serbia abbiamo assistito all’operazione di disinformacja coordinata da Vučić e da Mosca, in Albania possiamo osservare quella del duo Rama-Trump. La presenza di soci israeliani in Affinity Partners – così come la fede religiosa dello stesso Kushner, ebreo ortodosso – ha permesso ad Edi Rama distorcere completamente la narrazione che ruota attorno la protesta: per il premier populista, gli attacchi contro il progetto sono frutto di una guerra ibrida orchestrata dai «nemici dell’Albania e di Israele». Con questa scusa, Rama è riuscito a non rispondere nel merito delle accuse, preoccupandosi di smentire fake news come il presunto piano di deportazione dei cittadini palestinesi nell’isola di Sazan (un’isola la cui superficie non supera i 6 chilometri); una strategia molto goffa per ignorare l’elefante nella stanza.

La verità è che gli albanesi non vogliono «Kushner Island» perché rifiutano di diventare la merce di scambio, le vittime sacrificali, di una diplomazia che rischia di essere sdoganata. Al fine di coltivare i propri interessi personali, e quelli del suo cerchio magico, Trump è pronto ad accontentare i vari cacicchi che impediscono la stabilità di una regione europea ancora troppo fragile. Una regione poco distante da noi. Un fattore che dovrebbe farci preoccupare delle sorti di Sazan, visto che, da solo, il senso del ridicolo non basta.

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