La disfida vannaccesca è una farsa di cui tutti conoscono già il finale

L’estate della politica italiana sarà ancora lunga e inclemente, e avrà chiaramente un solo protagonista: Roberto Vannacci. Eppure la grande telenovela che lo vede protagonista, incentrata sulla sua partecipazione o non partecipazione alla coalizione di centrodestra, ha una trama talmente esile da reggere a malapena una puntata, quella in cui il governo varerà infine la nuova legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza. Con tutti i sondaggi che danno Futuro nazionale già al sei per cento, e in crescita costante, nessuna coalizione di governo al mondo si affretterebbe a modificare in tal senso il sistema di voto, al solo scopo di assicurare una larga maggioranza ai propri avversari. Dopodiché, essendo la minaccia di tenerlo fuori, con la pressione del cosiddetto voto utile, l’unica arma con cui il centrodestra può sperare di frenarne l’ascesa, è altrettanto ovvio che fino al giorno prima di siglare l’accordo i partiti della maggioranza continueranno a dire il contrario.
Si può persino concedere loro una sorta di parziale buona fede – diciamo un cinque per cento di sincerità – corrispondente alla speranza che una simile campagna, o magari un rivolgimento improvviso e imprevedibile, o un suo errore fatale, ne facciano precipitare i consensi. Se alle soglie della campagna elettorale a Vannacci fossero attribuite percentuali trascurabili, è chiaro che il centrodestra avrebbe solo da guadagnarci a tenerlo fuori.
Eccezion fatta per una simile eventualità, che non si può escludere in linea di principio ma che al momento non appare certo probabile, il finale della farsa vannaccesca appare già scritto: il generale sarà (ri)accolto nella coalizione, che nel frattempo avrà contribuito a tenere su posizioni nazional-populiste e filo-putiniane. Dico tenere, e non portare, perché non c’è un solo punto del suo programma che non sia stato a suo tempo promosso e rivendicato tanto dalla Lega quanto da Fratelli d’Italia. Invece di sprecare tempo e inchiostro a spiegare perché e per come accogliere Vannacci sarebbe per Meloni un errore fatale, che smentirebbe in un colpo solo anni di analisi e controanalisi sulla sua evoluzione liberale, sulla sua lungimiranza in politica estera, sul suo profilo da statista, gli apologeti della presunta evoluzione meloniana dovrebbero piuttosto rassegnarsi all’evidenza, e cominciare a correggere le proprie analisi. O almeno avere l’onestà di Oscar Giannino, che nel suo ampio articolo sul Foglio di oggi, in cui invita il centrodestra a scongiurare una così ingloriosa conclusione, non finge di ignorare le leggi dell’aritmetica e di conseguenza scrive: «Tanto vale essere realisti, e da fan da sempre del maggioritario lo scrivo con estrema amarezza: meglio ridurre il premio di maggioranza o abbandonarlo addirittura del tutto, se il prezzo è la resa al mesmerico ex generale».
Osservazione di apprezzabile onestà, che tuttavia rovescia il nesso di causa-effetto: non è il premio di maggioranza, in una legge elettorale ancora da fare, che obbliga il centrodestra all’alleanza con Vannacci; è il fatto che il centrodestra voglia inserire quel premio a testimoniare che ha già messo in conto (salvo che non evapori da sé prima del voto) di allearsi con Vannacci.
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