La legge elettorale di Meloni è già da rifare, prima di essere discussa

La nuova legge elettorale del centrodestra rischia di essere modificata ancora prima di arrivare in Aula. A pochi giorni dalla presentazione della seconda versione del cosiddetto “Melonellum”, la maggioranza starebbe già studiando una nuova serie di correzioni per superare i dubbi di costituzionalità emersi durante i confronti informali con gli uffici tecnici delle Camere e con ambienti della Corte costituzionale. Secondo Repubblica, Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati starebbero lavorando a una terza stesura del testo, dopo quella depositata il 27 maggio. L’obiettivo resta quello di portare la riforma in Aula entro il 26 giugno e approvarla prima della pausa estiva, ma i nuovi rilievi rischiano di rallentare il percorso parlamentare.
Uno dei nodi principali riguarda il sistema previsto per il Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta. Nella formulazione attuale, i voti espressi in queste regioni non contribuirebbero al calcolo del premio di maggioranza nazionale. Una soluzione pensata per tutelare le minoranze linguistiche ma che, secondo le ricostruzioni di Repubblica, potrebbe esporre la legge a contestazioni sul piano costituzionale.
Altre perplessità riguardano i cosiddetti “candidati occulti” inseriti nelle liste collegate al premio di maggioranza. Nella nuova legge sarebbero settanta alla Camera e trentaciqnue al Senato, ma gli elettori potrebbero vedere soltanto una parte dei nomi presenti nelle liste. Un meccanismo che, secondo i critici, rischia di entrare in conflitto con il principio della piena conoscibilità dei candidati.
Resta inoltre aperta la questione dell’indicazione del futuro presidente del Consiglio sulla scheda elettorale. Gli uffici parlamentari avrebbero suggerito di riprendere la formula utilizzata dal Porcellum, limitandosi a indicare il capo della coalizione. Ma, secondo Repubblica, Giorgia Meloni considera questo punto irrinunciabile e non sarebbe intenzionata a fare passi indietro.
La riforma era già stata profondamente modificata la scorsa settimana. Come ha ricostruito Federico Gonzato su Pagella Politica, il centrodestra aveva infatti accantonato il testo presentato a febbraio introducendo una nuova versione che alza dal quaranta al quarantadue per cento la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza e cancella il ballottaggio previsto nella prima bozza. La scelta, aveva ammesso uno dei relatori del provvedimento, era stata dettata proprio dalla necessità di evitare possibili censure della Corte costituzionale.
L’impianto generale, tuttavia, è rimasto invariato: sistema proporzionale, premio di maggioranza da settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato, soglia di sbarramento al tre per cento e liste bloccate senza preferenze. Proprio quest’ultimo aspetto continua a essere uno dei più contestati dalle opposizioni, che accusano la maggioranza di voler mantenere un sistema basato su parlamentari di fatto nominati dai partiti.
La discussione sulla legge elettorale ha anche un forte riflesso politico sul centrosinistra. Se la norma che impone l’indicazione preventiva del candidato premier dovesse rimanere nel testo, Partito democratico e Movimento 5 Stelle sarebbero costretti a sciogliere in anticipo il nodo della leadership della futura coalizione. Un tema che, osserva Repubblica, continua a dividere Elly Schlein e Giuseppe Conte e che finora ha rallentato la costruzione del cosiddetto campo largo.
Per ora la maggioranza conferma la volontà di rispettare il calendario. Ma il fatto che una legge elettorale già riscritta una volta debba essere nuovamente corretta prima ancora dell’approdo in Aula mostra quanto il percorso della riforma resti tutt’altro che lineare.
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