La lezione inglese sui rischi democratici del maggioritario

Maggio 12, 2026 - 07:24
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La lezione inglese sui rischi democratici del maggioritario

Martin Wolf, decano dei commentatori economici del Financial Times, forse uno dei giornalisti più autorevoli del mondo, ha scritto ieri un articolo allarmato dal titolo: «Dobbiamo proteggere la Gran Bretagna dalla tirannia della minoranza». Il ragionamento parte dalla constatazione di un dato di fatto, e cioè che nel Regno Unito i diritti e le libertà dei cittadini «non dipendono da un sistema di pesi e contrappesi inscritto in una costituzione formale, bensì da un senso del limite radicato non solo nei politici, ma anche nell’opinione pubblica in generale». Un dato di fatto indiscutibile, eppure ben poco considerato, negli ultimi trent’anni, dagli ammiratori italiani del modello politico-istituzionale britannico. Wolf aggiunge subito che si tratta di argini molto fragili e si domanda quindi cosa accadrebbe se andasse al potere un partito guidato da un demagogo, nel migliore dei casi indifferente e nel peggiore ostile a tali vincoli, com’è evidentemente il Reform Uk di Nigel Farage, da tempo in testa nei sondaggi. Accadrebbe evidentemente quello che è accaduto negli Stati Uniti con il secondo mandato di Donald Trump, nonostante lì vi siano una costituzione scritta e fior di pesi e contrappesi (o almeno così credevamo).

Per evitare la stessa deriva, Wolf vede una sola strada praticabile, la riforma della legge elettorale, perché «una situazione in cui un partito può conquistare un potere schiacciante con il 30% dei voti è grottesca», e nell’attuale sistema multipartitico, venuto meno il bipartitismo incentrato su laburisti e conservatori, il vero rischio è la «tirannia della minoranza», in cui una piccola maggioranza relativa si assicura un potere esorbitante. Di conseguenza, in questo quadro, «il sistema maggioritario a turno unico è diventato suicida». Inutile aggiungere che questo quadro è esattamente la situazione in cui si trovava l’Italia quando all’inizio degli anni novanta decidemmo di impiantarvi a forza il sistema maggioritario, cioè di suicidarci, utilizzando allo scopo quella mostruosità non per caso sconosciuta a qualunque democrazia evoluta che sono le coalizioni pre-elettorali, sorta di surrogato o se preferite simulazione del bipartitismo inglese (o americano) chiamato «bipolarismo». Fino a quando giornalisti, costituzionalisti, opinionisti e cabarettisti di ogni ordine e grado insisteranno nel difendere questo sistema, non usciremo dall’eterno giorno della marmotta in cui siamo imprigionati: con la maggioranza di turno che a ogni tornata elettorale tenta di modificare ulteriormente il sistema a proprio vantaggio, spesso con la connivenza del principale partito di opposizione. Vorrei illudermi che almeno la testimonianza di Martin Wolf sui rischi del maggioritario all’inglese nella stagione del populismo – fenomeno che non a caso in Italia abbiamo anticipato e cronicizzato, a partire proprio dagli anni novanta – inducesse anche qui qualche riflessione autocritica. Ma conoscendo un po’ gli anglofili della nostra Seconda Repubblica temo piuttosto che vorranno spiegare le virtù del sistema inglese anche a lui.

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