Un reportage filosofico sull’importanza politica dell’amicizia

Maggio 12, 2026 - 05:17
0
Un reportage filosofico sull’importanza politica dell’amicizia

I miei genitori mi hanno parlato della loro vita, delle loro storie d’amore – degli incontri come delle rotture, delle loro amicizie, delle loro convinzioni, dei loro dubbi e anche dei loro fallimenti; hanno descritto i luoghi della loro infanzia, evocato i mestieri che hanno fatto, i paesi in cui chi mi precede ha vissuto. Sicuramente si saranno tenuti per sé alcuni dettagli, ma nessuna delle mie domande è rimasta senza risposta. Nonostante tutto, insisto: una parte della mia storia non mi è stata trasmessa. Non mi bastava conoscere la mia famiglia. Avevo bisogno di un’altra genealogia per estendere e arricchire la prima, a volte anche per smentirla: una genealogia che non avesse più nulla a che vedere con il sangue. Ho cercato le persone che, prima di me, hanno costruito la propria vita attorno ai miei stessi desideri e aspirazioni. So che devo loro molto e che hanno reso la mia esistenza possibile. Come definire la storia in cui mi inscrivo: femminista, minoritaria, queer? Certo. È una storia politica, una storia di lotta e di amicizia, di legami cosiddetti minori, legami che sono poco documentati negli archivi e che scompaiono quando le persone muoiono. È una storia che stiamo ancora scoprendo e scrivendo, elaborata a partire da tracce spesso fragili, che deve liberarsi dalla vergogna e dal silenzio. Ho bisogno di questa storia, altrimenti la solitudine avrà la meglio.

A lungo ho creduto di non esistere. Se avessi cercato avrei potuto trovare libri, alleate o testimoni, ma nessuno mi ha messo sulle loro tracce. E questo vale sia per la famiglia che per la scuola: in quegli spazi non si parla né di Magnus Hirschfeld né di Sojourner Truth, né di suffragette né delle rivolte di Stonewall. Ho dovuto aspettare di innamorarmi a diciannove anni perché una ragazza con gli occhiali tondi e i capelli corti mi spiegasse che il corteo del Pride dove avevamo ballato e urlato quel giorno era la commemorazione dei moti del 1969 guidati da donne trans e partiti da un bar di New York, lo Stonewall Inn, contro la violenza della polizia. È stata quella stessa ragazza, nella stanza di una residenza universitaria, a passarmi per la prima volta un libro di Monique Wittig, sempre lei che mi ha parlato di Judith Butler e spiegato che il genere e il sesso sono due cose distinte e costruite. Il pensiero ha espanso il desiderio, gli ha dato una giustificazione e un fondamento, tanto che ancora oggi non riesco a districarli. Mi rivedo distesa accanto a lei sul suo letto a una piazza, intimidita e affascinata da tutti quei nuovi nomi e dalla serietà con cui li pronunciava, dai suoi riccioli biondi e dalle idee che mi rivelava, da tutto il desiderio che mi scorreva dentro e da quei libri che non conoscevo nonostante parlassero della mia vita. Con lei ho capito che la nostra esistenza prende senso quando la colleghiamo ad altre. Bisogna trovarle però, queste altre.

La nostra relazione non è durata, ma ciò che mi ha trasmesso è rimasto. Mi sono resa conto che mancavano delle parole, che alcune vite non venivano quasi mai raccontate. Ora so che in mezzo alle voci forti della memoria dominante nascono delle storie. Mi sono messa a cercare la mia per regalarmela. A indicarmi la strada è stata la scrittrice Monique Wittig, è lei che mi era apparsa nella stanza da studentessa della mia prima amante: «Mi dici che non ci sono parole per descrivere quel tempo, dici che non esiste. Ma ricorda. Sforzati di ricordare. O altrimenti immaginalo.»* Non basta constatare l’assenza di una storia, sarebbe una sconfitta. O almeno, così ho pensato leggendo quel brano. Se questo silenzio non mi va bene, sta a me romperlo. Forse mancano le parole, ma i fatti e le vite esistono eccome, e aspettano di essere viste e raccontate. Così ho ascoltato Wittig, mi sono sforzata di ricordare, di trovare ciò che non mi era stato dato. E quando nelle fonti c’erano troppe lacune, quando non riuscivo a colmarle, seguivo il suo consiglio: immaginavo. In ogni caso, le storie di famiglia rispecchiano il loro nome: sono finzioni a cui scegliamo di credere. Sono soggettive e costruite ed è per questo che possono essere belle. E relative. Questo semplice fatto ci dà il diritto di inventarne altre e, visto che è tutta una questione di storie, compongo la mia su misura.

Questa memoria che intreccia realtà e finzione mi è necessaria. Senza un passato sono fragile, piena di dubbi. Del resto, quando le amazzoni di Wittig si sforzano di ricordare, «parlano fra loro del pericolo che hanno rappresentato per il potere», ricordano la loro forza e come «la loro potenza congiunta minacciava le gerarchie, i sistemi di governo, le autorità». Tagliandoci fuori dalla nostra storia riescono a indebolirci: le storie delle minoranze vengono messe a tacere perché hanno in sé una possibilità di sovversione. Così mi sono creata un’altra famiglia, oltre a quella che ho già, una famiglia di altro genere, allargata e politica, una famiglia che mi ricorda fino a che punto siamo forti e minacciose. Ne ho scelto io tutti i componenti. Ho creato io la mia ascendenza, il passato non si è imposto sul presente come succede di solito. Ho viaggiato per incontrare le mie antenate, per ascoltarle, per guardare immagini e visitare archivi. Sono tornata da questi viaggi con un po’ più di passato e la sensazione di aver aggiunto profondità alla mia vita. In certi momenti questa nuova ricchezza mi solleva, in altri mi abbatte. Ciò che ho raccolto è pieno di forza e di gioia ma anche di violenza. Certe sere sono sfinita da tutto quello che trovo e che faccio fatica ad assimilare, da tutte queste esistenze su cui l’ordine e la norma hanno pesato, a volte fino a spezzarle.

Ricordo il mio ultimo volo transatlantico, avevo con me un carico preziosissimo. Le luci della cabina erano spente e ci avvolgeva il buio assoluto. Le turbolenze sballottavano l’aereo fin dal decollo e io lottavo contro la paura. La mia vicina, una donna sui cinquant’anni in tuta turchese, dormiva profondamente con una mascherina sugli occhi e io la guardavo di tanto in tanto per rassicurarmi: se fossimo state veramente in pericolo, non sarebbe stata così rilassata. Cercavo di non muovermi, di accettare lo sballottio e l’angoscia, la vaga nausea. Chiudevo gli occhi ed evocavo immagini rincuoranti, che mi scorrevano sulle palpebre chiuse: le nevi del Polo che sfioravamo, un palazzo di mattoni a Brooklyn, le montagne e una vecchia casa sperduta in una valle, una maglietta che qualcuno si toglie e rivela un tatuaggio su cui metto la mano. Mi ero messa addosso la coperta di pile fornita dalla compagnia per nascondere lo zaino che, invece di mettere sotto il sedile, mi ero tenuta in braccio. Cercavo di immaginarne il contenuto. 

Ogni volta che mi sembrava di cadere lo stringevo un po’ più forte. È stato quello zaino a impedire all’aereo di precipitare e scomparire, ne sono sicura. Non potevo morire proprio mentre tornavo dagli Stati Uniti con centinaia di negativi della fotografa Donna Gottschalk: vite intere, le tracce di una storia avvenuta prima che nascessi, in un altro paese, ma che, ne ero convinta, era anche la mia. Donna mi aveva fatto giurare di tenere sempre le sue immagini con me, Keep it always with you, e io mantenevo la promessa. Ha solo un anno più di mia madre, ci penso spesso. Sono state bambine nella stessa epoca, gli anni Cinquanta, una a New York, l’altra a Marsiglia. Incarnano le due genealogie parallele che inquadrano la mia vita. Donna è una versione alternativa di mia madre: sarei potuta crescere con una fotografa lesbica nata a New York. Perché no? Donna Gottschalk ha fotografato le persone che amava e con cui ha condiviso la vita: lesbiche della classe operaia, persone trans, emarginate, lavoratrici. Dice di aver fotografato quelle che non guarda nessuno, di cui ci si dimentica. Sento gli angoli delle scatole dei negativi che mi premono sullo stomaco e mi dico che, se proprio devo inventarmi delle nuove storie di famiglia, tanto vale metterle a disposizione degli altri.

Un desiderio smisurato di amicizia, Cover

Tratto da “Un desiderio smisurato di amicizia”, di Hélène Giannecchini, Iperborea, 2026, 19€, 208 pagine

L'articolo Un reportage filosofico sull’importanza politica dell’amicizia proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Wow Wow 0
Triste Triste 0
Furioso Furioso 0
Redazione

Redazione Eventi e News

Commenti (0)

User