La nostra dissennatezza spendacciona, e i ventenni che si percepiscono disagiati

Ogni volta che si parla di soldi, io parlo di ristoranti. Ogni volta che si parla dell’essere più ricchi o più poveri dei nostri genitori, un tema dal quale la società pare ossessionata, gli altri magari citano la disinvoltura con cui andiamo all’estero, con cui compriamo telefoni da mille euro (che per me sono ancora: due milioni di lire), e io invece dico: guardateci.
Perché queste conversazioni si svolgono sempre a tavola, siamo sempre al ristorante, è sempre un giorno feriale, ed è uno dei, non so, duecento giorni feriali in cui mangiamo al ristorante? E alcuni dei miei amici sono ricchi, ma non tutti, alcuni sono dei disgraziati qualunque come me, solo che questo è il secolo in cui i disgraziati qualunque hanno il tenore di vita che una volta avevano i ricchi.
I miei uscivano tutte le sere, perché in casa dei miei vivere al di sopra delle proprie possibilità era una religione già quaranta o cinquant’anni fa, ma se chiedete ai miei coetanei vi diranno che non era normale. Che si andava in pizzeria una volta l’anno. Per il compleanno. Che il ristorante era una cosa da alta borghesia.
Adesso no, perché adesso abbiamo non so quanti fantastiliardi di ristoratori da far campare: sono più o meno degli psicologi? E soprattutto abbiamo tre o quattro generazioni di debosciati che considerano mangiare fuori un diritto inalienabile.
Ho un’amica con cui ogni tanto ci lasciamo messaggi stravolti, in mattine identiche alle altre ma nelle quali abbiamo eccezionalmente ascoltato la cifra che ci comunicava il cassiere mentre poggiavamo la carta di credito sulla macchinetta. Ho preso una brioche da Sissi, ero seduta, ma sono diecimila lire.
Ho preso un cappuccino da Terzi, era mezza tazza, ma sono seimila lire. Ogni volta che ce ne accorgiamo facciamo il conto di quanto ci costa ogni mese far colazione al bar, io per fortuna molte mattine sono troppo pigra per farla, ma chissà cos’avrebbe comprato nostra nonna con quelle centinaia di euro di cappuccini, si starà rivoltando nella tomba. Poi, siccome l’essere umano ha la grandissima dote di raccontarsela, ci dimentichiamo per mesi di quanto ci costino quelle brioche che continuiamo a pagare, e ci diamo appuntamento al prossimo scandalo bimestrale.
Sono abbastanza certa c’entrino le carte di credito, con la nostra dissennatezza spendacciona. Ieri sono andata alla pasticceria d’Azeglio con una banconota da dieci euro – il loro pos dà sempre errore, e poi ti trovi sempre la brioche addebitata due volte, e io ho deciso di smettere di fare la splendida che non bada a tre euro in più o in meno e di cominciare a studiare da economa domestica – e forse se facessi così tutte le mattine mi passerebbe la voglia di tornare a casa con gli spiccetti.
(Non c’entra ma c’entra. Via D’Azeglio a Bologna è disseminata di cartelli che invitano a non far fare pipì ai cani contro i portoni. Le società si fondano sulla capacità di raccontarsela, e noi abbiamo deciso di raccontarci che a Bologna a pisciare per strada non siano gli umani. E anche che una società in cui si comprano non solo le brioche più costose per i cristiani ma anche i croccantini più costosi per i cani sia una società povera).
Un tizio ricco e canadese a me ignoto, Kevin O’Leary, è andato in un podcast (ettepareva), e ha detto che se guadagni settantamila dollari l’anno e ne spendi 28 per comprarti un panino a pranzo sei scemo (sarà passato da Milano per le Olimpiadi e l’avranno portato da Panino giusto). Con un dollaro ti prepari il panino a casa e te lo porti, ed evita pure il caffè da asporto da cinque dollari e mezzo, dice O’Leary, e io ho opinioni che non condivido.
È mia ferma convinzione che cucinare a casa costi più che andare al ristorante, più che ordinare, più che fare la vita che faccio io, che ogni tanto ordino cento euro di spesa che poi marcisce in frigo. Ma è una cosa di cui sono convinta perché sono la negazione dell’economia domestica, e sono la negazione dell’economia domestica perché sono stata sempre abbastanza fortunata da non dover far quadrare i conti.
Forse l’ho già raccontato (ormai ho finito il repertorio): la prima povera che ho conosciuto l’ho conosciuta quando avevo ventitré anni. Aveva un paio d’anni più di me, e tecnicamente non era più povera di me: aveva uno stipendio (lavoravamo nello stesso posto), mentre io ero una partita iva (oggi diremmo: precaria) che avrebbe preso i quattro spicci che le davano dopo chissà quanti mesi.
Mi raccontò che, prima che la assumessero lì, era stata così povera che certe settimane mangiava solo uova e patate: è stata la prima volta in cui mi sono resa conto che ci sono cibi che costa meno comprare se hai il genere di vita in cui devi badare al prezzo del cibo. Avevo ventitré anni, quindi per i ventenni in rivolta contro O’Leary c’è speranza: magari tra un po’ imparano che «se hai problemi di soldi, risparmia» è un’ovvietà.
Per ora sono indignati perché io già non potrò mai comprarmi casa e ora tu mi dici che devo anche rinunciare al pranzo fuoriiii (ma cos’è questa fissazione dei ventenni per la proprietà immobiliare? È perché hanno smesso di scopare, che era ciò che occupava il nostro spazio mentale, quello che a loro resta libero per pensare all’imu?).
Sono indignati perché tu non pensi alla salute mentaleeee, e i disabili come fanno a cucinareeee e per forza ordinanooooo (obietterei che nessun fattorino è più disposto a venire al piano, per cui per i disabili sono cazzi, ma loro ovviamente non usano la parola per dire «gente che non ha l’uso delle gambe e quindi non le viene agevole muoversi in cucina», loro intendono «gente che ha il disturbo dell’attenzione e altre malattie immaginarie che le impediscono di scongelare la pizza Findus»).
Sono indignati perché lavorano moltissimo (ma chi, ma dove), più di quanto abbiano mai lavorato le generazioni precedenti (ma cosa, ma quando), e per forza la sera non hanno le energie per cucinare, ma tu lo sai a che ora si sono svegliati loro stamattina.
Abbiamo creato un mondo così satollo e privo di problemi veri e determinato a inventarsene di immaginari in modo da non lasciare disoccupati gli psicologi e i mental coach e i sarcazzo assistant, che siamo stati capaci di convincerci che nostra nonna, che strofinava le lenzuola con la cenere nella fontana del paese, avesse più tempo libero e più rilassatezza di noi, che consideriamo inalienabile diritto umano avere la domotica che avvii la lavasciuga senza che noi dobbiamo stressarci a ricordarcene.
In coincidenza con O’Leary che chiede perché uno che guadagna settantamila butti i soldi in ciotole di poké da 28 (lui non dice poké perché non ha consuetudine con Porta Romana), Jeff Bezos ha detto che bisogna abolire le tasse per la fascia più povera della popolazione: «Perché un’infermiera di Queens che guadagna settantacinquemila dollari l’anno deve pagarne mille al mese di tasse invece di usarli per l’affitto o la spesa?».
Aprirei volentieri un dibattito sull’infermiera di Queens cui l’America in cambio di quei mille dollari non dà l’ospedale o l’università e quindi in effetti forse le dovrebbe dire di tenerseli, ma sono impegnata a pensare a quanti poké puoi comprare a Queens con mille dollari. Sgravi fiscali a scopo di pausa pranzo: finalmente un programma elettorale che questo secolo sia in grado d’apprezzare.
L’unica cosa buona dell’internet sono gli archivi. In occasione della polemicuzza sui panini da ventotto dollari, qualcuno ha tirato fuori la copertina di Money, mensile americano che nel marzo del 1983 costava due dollari. “Non ancora trentenni, Sherry e David Shedd di Atlanta hanno solide carriere e una florida seconda entrata”, dice la didascalia della foto di due trentenni di allora, vestiti e pettinati da adulti com’erano i trentenni del Novecento.
Il titolo in cima alla copertina che racconta la storia di quella coppia e immagino di altri loro coetanei dice: “I baby boomer – Potranno mai vivere bene quanto i loro genitori? Le loro prospettive per il lavoro, la casa, i figli, la pensione”. Quindi la società ha sempre avuto questa fissazione che prima si stesse meglio. Quindi, prima di essere quelli che secondo i trentenni di adesso sono responsabili dei mali d’occidente, i nati negli anni Cinquanta erano i trentenni dei loro tempi, anche loro convinti che i loro genitori sì avessero avuto vita facile, durante le guerre mondiali.
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